Bel colpo degli amici di Wine Not Italy: domani Tom Stevenson degusterà in Oltrepò Pavese grazie a loro!

WineNotItaly

Una pausa in questo mio serrate le forze per arrivare ad ottenere le dimissioni di qualcuno che, come ho spiegato bene qui, non ha più titolo per sedere nel Cda (uscente) del Consorzio Franciacorta, per oggettivo danno procurato, per segnalare una notizia molto positiva.

Domani mattina, presso un’accogliente azienda oltrepadana, non un fesso qualsiasi, ma una riconosciuta autorità mondiale nel campo degli Champagne e delle “bollicine” metodo classico, parlo di Mr. Tom Stevenson, degusterà, con la propria consueta e impareggiabile expertise, metodo classico Oltrepò Pavese Docg.

TomStevenson-Franciacortatasting 019

Il merito va tutto ad un gruppo di ragazzi coraggiosi e tenaci, ovvero Fabrizio Calì, Salvatore Trotta, Stefano Torre, il trio che ha creato quella bella cosa che è Wine Not Italy, ovvero “un’agenzia di marketing e comunicazione dedicata alla valorizzazione del settore viti-vinicolo dell’Oltrepò in campo internazionale, costituita da un gruppo di giovani esperti del settore”, che ha come obiettivo “da un lato supportare le aziende vinicole dell’Oltrepò nei mercati internazionali attraverso azioni mirate di marketing e comunicazione. Dall’altra parte facilitiamo l’accesso a quelle aziende estere che, interessate ad instaurare nuove relazioni commerciali con aziende locali, necessitano di supporto tecnico ed informativo”.

I ragazzi terribili sono soliti mettere a segno bei colpi, tipo l’essere stati scelti da Tom Stevenson e dalla sua organizzazione come interlocutore unico per candidare i vini dell’Oltrepò Pavese al “The Champagne & Sparkling Wine World Championship”, massima competizione internazionale per premiare i migliori vini per categoria e tipo nel settore “bollicine”, portando a casa bei risultati in termini di riconoscimenti e medal.

stradella pv - ldp 40 - il mondo web interroga gli spumanti oltrepo- nelle foto il famoso enolo franco ziliani con i co-fondatori di winenot salvatore trotta e fabrizio calì -con il giovane enologo  stefano torres (giacca chiara e cravatta gialla)   foto torres

E poi, nel novembre 2013, se ricordo bene, quei “ragazzacci” avevano convinto uno molto meno importante di Tom – che non parla così bene l’inglese e non gode della confidenza di cui lui gode in Champagne – a venire a Stradella a degustare bollicine targate O.P., e a discuterne, post assaggio, con i produttori stessi.

Questa degustazione, parlo di quella domani di Tom in terra oltrepadana e gli exploit nel suo concorso mondiale, vengono un po’ a riparare una magra presenta oltrepadana, troppo magra, come avevo lamentato, nella nuova edizione della monumentale e celeberrima Christie’s world Encyclopedia of Champagne & Sparkling wine curata da TOM.

ChampagneStevenson

E, se mi permettete, questa degustazione di domani, cui sarò presente gentile invito degli organizzatori e di Tom, come “guest non star” sarà per me una sorta di chiusura del cerchio, perché nel febbraio 2008 come raccontai qui, degustai a Londra, proprio insieme a Tom Stevenson e all’algida e inavvicinabile Margaret Rand per la straordinaria rivista The World of Fine Wine (del cui editorial board continuo a fare immeritatamente parte una serie di Franciacorta Docg, tasting di cui poi la rivista pubblicò un resoconto entusiastico.

E poi perché il 15 ottobre 2013, dopo una lunga e vivace “discussione” di mesi con il Consorzio Franciacorta, cui avevo proposto questa mia folle idea e che alla fine accettò e realizzò benissimo il progetto, con un bellissimo ritorno d’immagine e di prestigio, basta rileggere qualche intervista che Tom rilasciò alla stampa convenuta per quella occasione, l’exploit ci fu, e per la prima volta si assistette allo spettacolo di un Consorzio, quello Franciacorta, che proponeva una degustazione di vini di un concorrente, ovvero 10 vini, la crème de la crème degli English Sparkling wines, nuovo fenomeno della scena spumantistica metodo classico mondiale.
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E poi con Tom (e la sua gentilissima, simpatica consorte) fui a contatto per i giorni seguenti, degustando insieme, in bottiglia e magnum, qualcosa come 320 Franciacorta in cinque giorni.

Ritrovarlo domani, “incrociando i ferri” con lui, perché lui è un fenomeno, ma io non sono un pirla e ho la mia esperienza, riconosciuta, e perché abbiamo percezioni, visuali e gusti diversi sui metodo classico (sullo Champagne andiamo molto più d’accordo…), sarà una grande gioia e una importante occasione di crescita professionale. Del resto, scusate l’immodestia, sono abituato a dialogare non tanto con carneadi e pirla italici che si spacciano per esperti di vino, ma con i grandi palati italiani e internazionali, da Daniele Cernilli a Jancis Robinson (nella foto qui sotto), dal mio Maestro Nicolas Belfrage a Tim Atkin (tutti e tre presenti ad un mio tasting di Barolo a Londra, nel lontano 2008…), Jane Hunt, Pierre Casamayor, a Walter Speller e David Berry-Green.

Elisabeth-Jancis

E poi Hervé Lalau, Vito Intini, Jeremy Parzen, Piotr Kameski, Tomasz Prange-Barczynsky, Marek Bieńczyk, Michele Ciaciulli, Paolo Bernardi, Anthony D’Anna, Michael Ritter (autore della bella foto che mi rappresenta qui sotto) Matt Paul, Rosemary George, Elisabeth Babinska Poletti e tanti altri. Tutta gente di primario valore, ma dimentico anche Kerin O’Keefe, Tom Hyland, Charles Scicolone e Gregory Dal Piaz, Patricia Guy, l’indimenticabile americano-toscano Kyle Phillips, americano residente e poi morto, lasciando un enorme vuoto, nel Chianti e Wojciech Bonkovski, giornalista polacco poliedrico enfant terrible del giornalismo del vino polacco, che mi ricordo, con orgoglio, di aver invitato, insieme a buyer americani, giapponesi, polacchi, e d’ogni parte del mondo, a partecipare ad una manifestazione dedicata ai vini da vitigni autoctoni identitari dapprima della sola Puglia, poi anche di Basilicata, Calabria, Campania, Sicilia, che si svolgerà in Puglia a giugno, e nel cor, come tutta la Puglia del vino, mi sta. Anche se nel cor, e mi dispiace, non sto più al suo deus ex machina (caro Nicola…) e a qualche suo pseudo “consigliori” che vi raccomando….

IoPugliaestate2012

Perché lo sanno anche i fessi e continua a sostenere il contrario solo qualche emerito coglione in malafede, che non sono e non potrò mai essereun nemico della Puglia”, bensì verba voltant, scripta manent, qualcuno che la Puglia ha profondamente nel cuore. Come ho dimostrato proprio in questi giorni, con questo articolo

cuoreuomo
Ad ogni modo, evviva Wine Not? ed evviva Tom Stevenson che ai nostri vini dedica il proprio tempo e un’attenzione sicuramente attenta e curiosa…

TomStevenson

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La cena delle Sette Cene. Un menu/fiaba di Natale dall’Oltrepò Pavese

Cena7cene

Sbadato che non sono altro, mi sono dimenticato che avrei dovuto pubblicarlo qualche giorno fa questo menu fiaba (rigorosamente di magro) dell’antivigilia di Natale che mi hanno regalato, per Lemillebolleblog ed i suoi lettori, gli amici Piera Selvatico, la figlia Michela, l’altra figlia, Francesca e il marito Sergio Daglia del Ristorante Albergo Selvatico di Rivanazzano Terme in terra d’Oltrepò. Lo pubblico ugualmente, scusandomi per il ritardo, oggi, giorno di Natale, perché è un menu (come se quelli normali del ristorante non lo fossero…) bellissimo e una storia, quella che ci raccontano, che ha qualcosa di suggestivo e di magico… Buon appetito e auguri a tutti…

LÂ SENÂ DI SÈT SÉN LA CENA DELLE SETTE CENE

Questa cena di magro, di tipo monacale per non avere rimorsi, era comunque un intreccio di simbologie pagane, preparata all’antivigilia di Natale.

Sette erano le portate che componevano il menù, come i peccati capitali, i giorni della creazione, le ore di luce in inverno. Questa cena era un codice, dov’erano mescolati gastronomia, religiosità, ritualità della tradizione. La società contadina, a contatto ogni giorno con problemi di sopravvivenza quotidiana, sfruttava la circostanza della cena delle sette cene per rimpinzarsi. Ogni oggetto o elemento legati a questo momento conviviale acquista un immenso potere che li trasforma in strumenti terapeutici validi per tutto l’anno; tutto è magico e significativo.

Ad esempio: il pane è oggetto di grande attenzione. Fu tramandata per secoli in conventi e monasteri, la leggenda secondo la quale durante la fuga in Egitto, Gesù Bambino, in un momento di pericolo, fu nascosto in un contenitore con della pasta di pane che per gli ebrei era senza lievito. Ma questa pasta lievitò fino ad avvolgere e nascondere il Bambino.

MicconeOP

Da qui la considerazione quasi sacra del processo di fermentazione, infatti si aveva una cura speciale per conservare “âl cârsént”, l’unico modo per poter fare il pane la volta successiva. Il capo famiglia, all’inizio della cena, deponeva sulla tavola, un grosso miccone, contraddistinto da un bastoncino, a fine pasto ne distribuiva dei pezzetti allo scopo di preservare dalle malattie. L’avanzo veniva tenuto da parte fino a Sant’Antonio (17 gennaio), per darne dei bocconi agli animali della stalla, così da essere protetti tutto l’anno dalle malattie. La sacralità del pane, nella tradizione, era data anche dal segno di croce tracciato con la lama del coltello sull’impasto prima della lievitazione.

Altro piatto ricco di simbologia era la torta di zucca, che, con il suo colore, rappresentava il sole, che sembra essersi materializzato rendendola ricca di energia e capace di nutrire non solo il corpo. Si riprende l’antico rito dei saturnali, che festeggiavano la fine della fase discendente del sole sull’orizzonte e cominciava quell’ascendente che culminerà con il solstizio d ’estate.

L’aglio e la cipolla, che avevano lo scopo di allontanare gli spiriti malefici, sono presenti nell’insalata di barbabietole e peperoni, nelle cipolle ripiene e nel sugo dell’”âjà” (agliata) che veniva usato per condire le lasagnette. Queste ultime dovevano essere tagliate larghe per poterle chiamare “fasce del Bambino”, le noci, ingredienti di base del sugo, indicano prosperità e fecondità, mentre l’uvetta, presente nel merluzzo è simbolo di abbondanza e rende importante un piatto povero.

SelvaticoFamily

MENU’ 

Insâlàtâ âd bidràv, püvrón e inciùd
Insalata di barbabietole, peperoni e acciughe

Turtâ d’sücâ
Torta di zucca

Sigùl cul pen
Cipolle ripiene

Fas dâ Bâmbén cun l’âjà
Fasce del Bambino con l’agliata

Mârlüs cun l’üvâtâ
Merluzzo con l’uvetta

Furmâgiâtâ cun mustàrdâ
Formaggetta con mostarda

Per giâsö cöt cun i câstégn
Pere ghiacciolo cotte con le castagne

L’abbinamento che reputiamo più adatto a tutto pasto è un Cruasè Metodo Classico Rosè dell’Oltrepò Pavese

Cruasébidule

Nota di Franco Ziliani

Gli amici Selvatico non hanno detto quale Cruasé, ma il nome io lo faccio, il Cruasé dell’amico Paolo Verdi

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Degustazione sorpresa di Oltrepò Pavese metodo classico: davvero molti i vini buoni

LogosedeConsorzio
Una gran bella notizia per la spumantistica metodo classico italiana

Avrei un sacco di cose da raccontarvi – scusandomi perché settimana scorsa, preso da un sacco d’impegni non ho potuto aggiornare più di tanto il blog.

Vorrei parlarvi, cosa che farò presto di due vini davvero spaziali e fuori concorso, uno un Franciacorta Dosage Zero Blanc de Noir che l’azienda produttrice, Cà del Bosco, ha presentato martedì 14 ottobre con grande sfarzo, con elicotteri che ci hanno condotto sul vigneto, un grande chef langhetto convocato, con tanto di tartufi a go gò, e l’ennesima dimostrazione che quell’azienda ha una marcia in più.

E l’altro vino spaziale uno Champagne stellare, un millesimato 2002, una cuvée de prestige, la Cuvée William Deutz, che mi ha lasciato letteralmente senza parole. E poi ho da raccontarvi di un’altra bella presentazione franciacortina, di un tris di magnum di annate 2007, 2006, 2005 che Quadra, i suoi proprietari, e la sua anima, l’enologo Mario Falcetti, hanno presentato alla stampa a Milano, dimostrando l’efficacia del proprio lavoro.

tre millesimi oro quadra

E, ancora, voglio presto parlarvi dei risultati, ottimi, di una degustazione di una ventina di Alto Adige metodo classico che ho fatto, in quel di Caldaro, da Kettmeir, reduce dalla bella rassegna Autochtona e da Vinea Tirolensis, banco d’assaggio dei vini, spesso strepitosi, prodotti dai membri dell’Associazione Vignaioli Alto Adige, o Freie Weinbauern Südtirol.

Voglio però fermarmi all’attualità, alla più recente delle tante esperienze che ho fatto(ritornato in pieno in attività dopo qualche “paturnia” primaveril-estiva) a quella in grado, credo, di fare “notizia”. Una bella notizia.

Non solo sono riuscito, a differenza dal recente passato, quando per ripicca verso miei articoli critici sulla zona e sui suoi vini accadeva che un Presidente mi dichiarasse persona non gradita e non rendesse possibile che io potessi assaggiare, come faccio tranquillamente in altre zone, le loro “bollicine”, a fare una degustazione di Oltrepò metodo classico.

Ma è accaduto che a differenza dell’anno scorso – quando mi toccarono solo 25 campioni perché molti produttori erano improvvisamente stati colpiti da un feroce attacco di amnesia – quest’anno, e qui devo giocoforza ringraziare il nuovo direttore del Consorzio, Emanuele Bottiroli, che si è impegnato personalmente e ha considerato la buona riuscita del tasting un personale punto d’onore, mi trovassi di fronte a ben 61 campioni. Più l’ottimo Moscato di Valpara delle Cantine La Versa.
Cruasévari

Metodo classico degustati con tutta calma, a temperatura perfetta, in ottimi bicchieri, in quel bel posto che è il Centro di Ricerca e formazione e servizi della vite e del vino di Riccagioia, a Torrazza Coste.

La più bella degustazione di bollicine oltrepadane che ricordi

Che dirvi di questa degustazione se non che è stata, non solo per la quantità dei vini, ma soprattutto per la loro qualità, la più soddisfacente che io, in anni di frequentazione oltrepadane, abbia mai fatto?

E come nascondervi la mia gioia, da milanese trapiantato a Bergamo e da lombardo (non lumbard) orgoglioso di esserlo, nel vedere che forse, finalmente, accanto alla lanciatissima e già affermata Franciacorta, sta emergendo un’idea di metodo classico oltrepadano, non è più realizzata solo su misura del gusto locale (al quale i vini “gnucchi” ovvero molto strutturati e pesanti, come amo definirli, ma carenti di slancio e freschezza, e con una facilità di beva non trascinante, piacciono) che cerca e ha, alla prova dei fatti, un’apertura al mondo? Abbinando alla naturale struttura e corposità conferita dal Pinot nero uva di cui sulle colline oltrepadane dispongono in abbondanza (mica i soli 400 ettarini della Franciacorta), una freschezza, un’articolazione, un bilanciamento, posso dirlo?, una piacevolezza, che in passato erano appannaggio di pochissimi.

Beethoven

Venerdì scorso invece, forse starò invecchiando e rincoglionendo, forse ero proprio di buon umore partito presto da Bergamo dove ho “sfidato” le prime foschie (la nebbia vera è un’altra cosa) invernali, o forse i Concerti per pianoforte di Beethoven suonati magistralmente da Wilhelm Kempff, che ascoltavo durante il tragitto, mi hanno messo nella giusta disposizione d’animo, forse sarò anche innamorato (senza forse), però ieri assaggiare le bollicine oltrepadane non è stata la solita dura prova di resistenza degli altri anni, ma un’esperienza piacevole, divertente, che mi appassionava e gratificava man mano che i campioni si susseguivano.

E la cosa divertente è che a piacermi, nella mia degustazione rigorosamente alla cieca, non erano solo i soliti, quelli che io considero i punti di riferimento della denominazione. Parlo di Monsupello innanzitutto, poi Bruno Verdi, quel vecchio saggio Signore che risponde al nome di Gianluca Ruiz de Cardenas, e poi Berté e Cordini, Cà Tessitori, Calatroni (che mi avevano colpito negli ultimi due anni) e Giorgi, che comunque una cuvée o due buona la piazza sempre.

AnteoCruasé

A soddisfarmi in pieno sono state alcune cose, non tutte, di Conte Vistarino (l’ottimo 1865), di Cà del Gé e di Anteo, di Picchioni, della Tenuta Il Bosco (più l’Oltrenero che il Cruasé), il millesimato della Cantina Il Montù, il Blanc de Blanc ed il Rosé di Mazzolino, il Nové della Brut Costaiola, i Brut di Cà del Gé e Fiamberti, il Bussolera Grand Rosé delle Fracce (cui gioverebbe un dosaggio degli zuccheri più basso), il Cruasé di Torrevilla e di Rossetti e Scrivani. E quello di Anteo, che ho trovato il migliore tra diversi vini proposti dall’azienda dei fratelli Cribellati.

Grande sorpresa, non li conoscevo, né tantomeno avevo mai sentito nominare l’azienda, i due vini, Pinot nero Brut 137 e Cruasé 145 de La Manuelina (ex azienda agricola Luigi Achilli) di Ruinello di Santa Maria de La Versa. E sorpresona, il Testarossa Cruasé di La Versa, un nome importante, anzi storico per la storia del vino oltrepadano.

TestarossaLaVersa

La degustazioni alla cieca poi hanno sempre una loro verità, e talvolta un loro risvolto imprevedibile e “perverso”, una sorta di nemesi. Ricordate la mia stroncatura senza appello del More Pinot nero 2009 del Castello di Cigognola, un vino che praticamente destinai al lavandino? Il 2010 è tutta un’altra musica, anche per il mio palato, tanto che l’ho trovato tra i migliori. Come buono pure il Rosé. Segno che le cose cambiano e certi eccessi, di estrazione, concentrazione e di legno fatti in passato nell’azienda della famiglia Moratti (che Eupalla e l’Inter l’abbiano sempre in gloria!) oggi non li fanno più, visto che il mio palato non è cambiato.

Insomma, a parte qualche vino che non mi ha proprio convinto, cito i due vini del Castello di Stefanago, e quelli di Vigne Olcru, o il Setteopere di Fontanachiara, i vini di Guerci e della Cantina di Casteggio, tutti gli altri vini mi hanno, chi più chi meno convinto, ottenendo (per quel che conta questo aspetto, una valutazione minima di tre stelle su un massimo di cinque. Ma con svariati quattro stelle e due quattro stelle e mezzo). Cosa che avrei ritenuto francamente impossibile sino a qualche anno fa.
Cruasé

Resta una peculiarità stilistica, il puntare decisamente sul Pinot nero, che porta a risultati, in termini di equilibrio e piacevolezza, che a qualcuno, abituato ai vini decisamente più leggeri e fragranti base Chardonnay del Trentino e della Franciacorta, potranno apparire troppo imponenti, o “ingombranti” al gusto. O pesanti.

Intendiamoci, questi vini ci sono ancora, ma non sono più la maggioranza bensì un’eccezione. E questo non può che rallegrare tutti coloro che, come me, anche se lo criticavo (e continuerò a farlo) hanno l’Oltrepò Pavese nel cuore. E non riuscivano a capacitarsi come terroir così splendidi, dotati di un legame tanto saldo e antico con un’uva speciale come il Pinot nero, di una naturale vocazione ad esprimere vini di qualità potessero, di fatto, esprimere spesso vini tanto mediocri. O monocordi, privi di sfumature, unidimensionali, grezzi, antitesi della piacevolezza. “Gnucchi” appunto.

belladdormentato

Ora, e penso proprio di non sbagliarmi, sembra aprirsi una nuova stagione, ricca di protagonisti vecchi e nuovi (dei cui vini parleremo uno dopo l’altro), di nuovi equilibri, consapevolezze e ambizioni. Insomma, dalla mia degustazione di martedì 31 emerge un’evidenza: nello scenario del migliore metodo classico italiano accanto alla Franciacorta, al Trento Doc, ad alcuni Alta Langa e a tutti i vini dell’Alto Adige, c’è spazio anche per l’Oltrepò Pavese. Che non intende più fare il comprimario o il bell’addormentato, ma vuole giocare, seriamente, coscienziosamente, caparbiamente, da protagonista. E se non è una bella notizia questa…

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