Franciacorta vs. Champagne: ancora ? A proposito di un romanzo di Giovanni Negri

Ho cominciato a leggere, con un certo diletto, i primi capitoli del nuovo romanzo dell’ex segretario del Partito Radicale nonché ex parlamentare italiano ed europeo Giovanni Negri, una nuova indagine, ambientata nel mondo del vino, del commissario Cosulich. Detective che torna ad indagare e a cercare misteriosi colpevoli tra vigneti e cantine dopo l’exploit del libro di esordio, Il Sangue di Montalcino, di cui avevo parlato qui e poi ancora qui intervistando l’autore.
Il ritorno di Cosulich in azione s’intitola Prendete e bevetene tutti ed è ambientato in Franciacorta, dove viene assassinato in circostanze misteriose tale Mario Salcetti, con la s, non con la f, ”inventore delle bollicine italiane”. Salcetti odiato da tale Luigi Brevelli già spumantista principe soppiantato dal Salcetti stesso.

Bene, non voglio rovinarvi (e rovinarmi) la sorpresa di scoprire il colpevole, ecc. ma voglio già ora esprimere il timore che da questo libro esca un’immagine della Franciacorta e dei suo presunti misteri un po’ da cartolina e molto lontana dal reale.
Pertanto, se mi è consentita la battuta, non mi dispiace affatto che qualcuno abbia pensato bene di far fuori e toglierci dalle… scatole, il Mario Salcetti (ripeto con la S e non con la F, prima che qualcuno pensi che mi riferisca all’amico Mario, agronomo ed enologo direttore di Quadra). Cosa serve difatti alla causa della Franciacorta, alla sua immagine, alla conquista, che tutti dicono di volere, anche quelli che prima di Natale sono stati beccati a svendere Franciacorta con marchi misteriosi (ma non molto…) intorno ai 5 euro, che esista uno sprovveduto che ancora nel 2013 pensi, parole attribuite a Salcetti da Giovanni Negri nel suo romanzo, che “creando il Brut Franciacorta abbiamo solo vinto una battaglia. La guerra l’avremmo vinta quando negli Stati Uniti ed in Germania, in Giappone e in Inghilterra, la bottiglia di Franciacorta sarà più prestigiosa, più comprata, più venduta della bottiglia di Champagne”?
Se conoscete, nella realtà reale e non quella romanzata di un eno-giallo, qualcuno che (s)ragiona come Salcetti, per favore accompagnatelo presso il più vicino manicomio…

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Da Talento a spumante: per Il mio vino le bollicine di Rotari non sono mai Trento Doc


Guardate questa illustrazione, la copertina della rivista mensile Il mio vino, un giornale che si è onorevolmente distinto per la sua battaglia già persa in partenza, da ultimo giapponese barricato e armato sino ai denti nella foresta, per dare un nome unico al metodo classico italiano, l’ultima ridotta, molto meno romantica di quella storica, la ridotta alpina, del Talento.
E’ un’uscita che proclama e celebra, così sembra di capire, i migliori vini dell’anno, sempre secondo l’insindacabile giudizio della rivista proprietà del dinamico (è da poco sbarcato in Cina con un’edizione cinese) Gaetano Manti (uno di cui ho sentito parlare, ma non ricordo dove, ah, ecco, qui…).
Bene, come potete facilmente vedere “spumante” dell’anno è l’AlpeRegis 2007 di Rotari Mezzacorona un vino che io non eleggerei nemmeno “vino della settimana” o del venerdì.
Gusti de Il mio vino a parte una cosa merita di essere, en passant, fatta notare.
La singolare cosa che per Il mio vino, per i suoi titoli e “strilli” di copertina i vini di Rotari non sono mai Trento Doc (come sono sempre stati e come pare che l’azienda ora si sia decisa a presentarli). In passato erano Talento (orrore!) e oggi sono “spumante”: in quale futura vita, in quale migliore battiatianaaltra vita” diventeranno mai, a pieno titolo, Trento Doc?

 

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Alla Rotari fanno miracoli: risolutamente Trento Doc ma (anche) con la nostalgia del Talento

Avete per caso una qualche nostalgia di quella cosa strana e un po’ necrofila che è stato il Talento, quel nome un po’ così con il quale si è erroneamente pensato, facendo i conti senza tanti osti che non ne volevano sapere, di dare “un nome collettivo a tutto il metodo classico italiano”?
Siete rimasti anche voi un po’ “orfani” di questa singolare utopia finita in commedia, dopo la recente decisione un po’ alla chetichella del principale responsabile di quello che ho più volte definito “tentativo di riesumazione di un cadavere”, di rinunciare al Talento e abiurare l’eno-satana bollicinaro per riscoprire la bellezza squillante e la purezza montagnosa del Trento Doc?
Tranquilli, niente paura, alla Rotari, la potente cantina sociale trentina ieri talentista per antonomasia e oggi tornata, con la benedizione/spinta della politica locale, sotto l’egida trentodocchista, sono così brillanti e fantasiosi da averne pensata una proprio geniale.
E così, mentre dal sito Internet di Rotari e dalla rivista fiancheggiatrice della tentata riesumazione, ovvero Il mio vino, nonché dalle etichette dei vini ogni accenno al Talento è sparito di colpo come per magia, ecco ricomparire il Talento sotto forma di bottiglie commercializzate nella GDO a fine 2012 e inizio 2013.
Come documenta la foto del volantino pubblicitario dell’offerta riportata in apertura, presso i punti vendita della catena Carrefour nel periodo dal 28 dicembre al 6 gennaio potrete aggiudicarvi a 6,85 euro bottiglie di Rotari old style, con ben visibile in etichetta la dizione Talento. Bottiglie da collezionare perché chissà quale valore avranno un domani…
Prevedo le vostre obiezioni. Ma dai Ziliani, sempre a prendersela con la povera Rotari! Quelle in offerta alla Carrefour saranno sicuramente scorte da smaltire con le vecchie etichette “talentose” e quale migliore canale se non la GDO e quale periodo più adatto se non quello degli ultimi brindisi dell’anno per provare a “sbolognarle”?
Giustissimo, sarà sicuramente andata in questo modo. Però… però…
Voi ve la sentite di escludere a priori che in nome di un singolare “ma-altrismo” di stampo valterveltroniano il management della Rotari abbia brillantemente pensato che così come una volta il vecchio PCI poteva essere contemporaneamente partito di lotta e di governo, conservatore e rivoluzionario, anche le loro bollicine possano ancora essere double face, convintamente Trento Doc, ma anche Talento?
Con i trentini del vino mai escludere a priori nulla: come dicono in Spagna, “todo es possible”…

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Trento Doc? Macché, Trento Roc(k)! “Con tutte quelle bollicine”…

Io la Coca- Cola me la porto a scuola, coca-cola si, coca-cola, coca-casa e chiesa, con tutte quelle bollicine, con tutte quelle bollicine…”. Queste, sono le bollicine italiane; anzi, le bollicine mondiali. Quelle cantate dalla voce roca e maledetta del cantautore di Zocca.
Sono le Bollicine cocacolose che fecero vincere al Blasco l’edizione 1983 del Festival Bar. Quest’anno (2012) la rivista Rolling Stones ha messo al primo posto nella sua classifica dei cento album italiani di sempre, proprio il disco, medesimo titolo, che contiene questo brano. E questo vorrà pur dire qualcosa. O no?
Ancora oggi – proprio in questo momento – digitando il tag “bollicine” in mister google, il primo (!) risultato riporta alla canzonetta con cui di sicuro almeno una volta nella vita, almeno una notte nella vita, tutti quanti ci siamo sballati.

D’accordo che quello di Trento è un Metodo Classico da sballo, forse. Ma affiancarlo all’idea dello sballamento blaschiano, mi pare avventuroso. E comunque, anche la maggior parte degli altri risultati della prima pagina di ricerca rimandano sempre alla stessa canzonetta.
E allora come la mettiamo? Chiediamo al Blasco di fare da testimonial al TRENTODOC e magari, già che ci siamo, anche a tutte le bollicine del mondo, Champagne e Prosecco compresi?
Oddio, potrebbe essere un’idea; anche un’idea di payoff, visto che a Trento, ho sentito dire, ne stanno disperatamente cercando uno che funzioni per davvero: TRENTODOC SI’, TRENTODOC-SCUOLA-CASA E CHIESA, con tutte quelle bollicine, con tutte quelle bollicine… .

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Devo ringraziarti Cosimo, perché con la brillante parte introduttiva di questo nostro post a quattro mani e due bicchieri, mi hai consentito di risolvere un piccolo mistero che mi affliggeva e di fare, insieme a te, un piccolo scoop.
Che non si dica troppo ad alta voce, e che la notizia, tanto sono in quattro gatti a leggere i nostri due blog, resti confinata a Ravina e dintorni. I Lunelli, sì, proprio quelli, i giovani grandi capi della celebre maison Ferrari, quella con la parola “spumante” che si legge ancora a caratteri cubitali sulla facciata della cantina quando le si sfreccia davanti in autostrada, sono dei rockettari.

Di più, sono tutti, da Marcello a Camilla a Matteo, il più scatenato di (si sussurra sia addirittura un insospettabile metallaro in giacca e cravatta) degli sfegatati fan di Vasco Rossi, pardon, Blasco come lo chiami tu.
E’ l’unica spiegazione possibile, del resto, oltre al fatto che i Lunelli sono anche proprietari dell’acqua minerale Surgiva, per capire come mai in casa Ferrari, tutte le volte che fanno un comunicato stampa e che devono parlare delle tante cose che fanno, si dimenticano, per puro caso ovviamente, di ricordare al colto e all’inclita che quei vini “spumeggianti” che producono alla periferia di Trento a Ravina, sono dei Trento Doc.
Ovvero quella denominazione e quel marchio (scritto TrentoDoc tutto attaccato) di cui loro sono gli indiscussi “azionisti di maggioranza”. Loro, teorici dello “sballamento blaschiano”, come lo definisci immaginificamente tu, o li chiamano “spumanti”, oppure, e lo fanno sicuramente pensando a Vasco, li definiscono solo “bollicine”.
Ultimo caso della serie, il comunicato di qualche giorno fa che annuncia all’universo mondo che “Alfio Ghezzi, chef della Locanda Margon di Trento (il ristorante delle Cantine Ferrari immerso nei vigneti alle porte di Trento) e vincitore della Selezione Italiana, sarà il portabandiera della cucina del nostro paese alla finale internazionale della 14° edizione del Bocuse d’Or, che si svolgerà a Lione il 29 e 30 gennaio 2013”.
Un comunicato che riferisce che “le Cantine Ferrari sono, insieme all’acqua Surgiva e a Promozione del Territorio, fra i sostenitori della squadra italiana presieduta da Giancarlo Perbellini, chef dell’omonimo ristorante ad Isola Rizza in provincia di Verona”.
E qui quel rockettaro perso, altro che bocconiano!, di Matteo Lunelli, presidente delle Cantine Ferrari e dell’acqua Surgiva, non ce l’ha fatta più e ha gettato la maschera, facendo il suo bel “outing rock”, dichiarando che “la fiducia riposta in Alfio Ghezzi quando lo ho chiamato a dirigere il nostro ristorante è stata pienamente ripagata.
Con il suo talento, Alfio è riuscito a fare della Locanda Margon un luogo di eccellenza in cui le bollicine Ferrari accompagnano in modo innovativo una cucina raffinata, che valorizza i sapori e le tradizioni del nostro Trentino. Siamo fieri che spetti a lui rappresentare il nostro paese al Bocuse d’Or!”.
Dai Cosimo, vuoi mettere com’è più trendy, più giovane, più vigoroso e rock, chiamare i propri “spumanti”, pardon, metodo classico, insomma quella cosa che solo i parrucconi si ostinano ancora a chiamare Trento Doc, semplicemente “bollicine”?
Suvvia, lasciati conquistare anche tu, come suggeriscono i Lunelli di Trento, dalla modernità del messaggio, da quel mettere al centro della comunicazione “tutte quelle bollicine, con tutte quelle bollicine”!

Eno-divagazioni a quattro mani di Cosimo Piovasco di Rondò & Franco Ziliani

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

http://www.vinoalvino.org/


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Per la grande stampa italiana anche in UK si produce Champagne…

A qualche mese di distanza da un eccellente articolo di Carlo Petrini (rovinato da un titolo incongruo) pubblicato su Repubblica, torniamo ad accorgerci che la grande stampa italiana ha urgente bisogno di aggiornamenti e informazioni in materia di Champagne. Su cosa sia questo prodotto e dove venga effettivamente prodotto.
I titolisti e talvolta gli autori degli articoli dimostrano di essere un po’ ignoranti sul grande champenoise francese, in caso contrario non arriverebbero a scrivere, come disinvoltamente fanno, di “champagne made in England” parlando degli sparkling wines prodotti in UK.
Dopo il titolo di Repubblica è ora la volta di titolo e testo, firmato dal giornalista Andrea Brenta, di un articolo pubblicato su Italia oggi e disponibile, nella sua interezza, nella sezione Edicola del sito Wine News.
Se il sottotitolo ci fa capire che le idee non sono perfettamente chiare quando ci si occupa di Bacco, “Gli inglesi scommettono sul riscaldamento climatico per riuscire a produrre spumanti a casa loro”, è il titolo a fugare ogni dubbio sulla competenza enoica di chi ha scritto questa cronaca, visto che si parla, apertis verbis, di “champagne made in England”.
Nell’articolo di Italia oggi leggiamo che si “scommette proprio sul clima per produrre champagne nella terra di Albione”, e poi troviamo ancora citato lo “champagne made in England”.
Come far capire a questi disinformati che Champagne è non solo il nome di un peculiare prodotto, ma di una precisa e unica zona geografica e di una denominazione, e che Champagne, ovvero un vino definito con questo nome, si può produrre solo in Francia, nella regione della Champagne e non altrove e tantomeno nel Regno Unito?
Perché “il n’y a de Champagne que dans la Champagne”, ça va sans dire…

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Rotari Mezzocorona: Cronache di gusto annuncia un “grande evento” per settembre

Fantastico vedere come le cantine potenti, quelle che fanno grandi numeri e hanno magari ampi budget da spendere in pubblicità, trovino facilmente, senza alcuna difficoltà, organi di stampa compiacenti, disposti a magnificare tutto quello che queste Grandi Aziende fanno senza nulla eccepire.
Ultimo esempio di questo atteggiamento molto “disponibile” è la “velina”, pardon l’articolo in stile comunicato stampa, annuncio e megafono, che il sito Internet siciliano Cronache di gusto, diretto da un giornalista che con le grandi aziende e non solo quelle siciliane vanta un notorio feeling, ha pubblicato per annunciare all’universo mondo “una grande scommessa, un mega evento”, parole sue, che una mega cantina cooperativa trentina, con interessi, un po’ discussi, anche in Sicilia, dovrebbe organizzare a settembre.
La cantina è la Rotari emanazione “bollicinara” della potente coop Mezzacorona guidata dalla “dinastia” dei Rizzoli, e l’articolo di Cronache di gusto, che potete leggere qui, anche se annunciato da un titolo apparentemente “inoffensivo”, ovvero “Mezzacorona si tuffa nelle bollicine”, finisce, (involontariamente?) con il suonare come una sorta di proclama e di annuncio quasi pubblicitario.
Questo raccontandoci di un “nuovo vino” in arrivo, di “una grande scommessa”, di “un mega evento di presentazione”, del lancio “di un nuovo spumante”. Un vino su cui “si punterà molto”, “uno chardonnay in purezza che sta sui lieviti ben 48 mesi”, dal nome ancora segreto anche se Cronache di gusto ci assicura “che evocherà in modo netto il territorio e le montagne che circondano i vigneti da cui nasce”.
Un vino che dovrebbe avere il ruolo strategico di “farsi spazio nel mercato delle bollicine con un rapporto qualità-prezzo invidiabile”. Si spera non ancora più basso del prezzo decisamente basso al quale le bollicine Rotari, come ho già più volte segnalato, finiscono sugli scaffali… Per Cronache di gusto il prezzo futuro, definito “molto concorrenziale”, dovrebbe essere inferiore ai venti euro.

E qui la “perla” che il management di Rotari sicuramente gradirà, il riferimento, senza alcuna motivazione o senso logico, con lo Champagne, fatto per rassicurare che questo novello Rotari sarà più conveniente dello Champagne: “Nessun paragone con sua maestà lo champagne ma se si potrà bere bene, molto bene, spendendo la metà o meno della metà rispetto a una bottiglia francese, di questi tempi non fa certamente male”.
Infine l’annuncio conclusivo dell’evento: “a settembre la presentazione con un evento a cui parteciperanno giornalisti da tutto il mondo”. Vogliamo scommettere che il direttore di Cronache di gusto (sulle cui pagine Web campeggiano i banner pubblicitari di Rotari e Feudo Arancio), dopo un articolo di presentazione così… solerte e puntuale, dove mostra un assoluto… Talento nel riuscire a non definire mai le bollicine di Rotari Trento Doc, sarà invitato d’onore?

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C’est la vie c’est La Vis. La Cantina commissariata lancia banali Charmat senza identità


Bisogna fare i più sinceri complimenti al commissario Marco Zanoni, e al nuovo fiammeggiante management tecnico e agli addetti di marketing della Cantina Cooperativa di La Vis a Lavis in provincia di Trento, sul cui dissesto si indaga e si vuole avere chiarezza, finalmente, per provare a capire come sia potuta passare “nel giro di pochi anni da gioiello del Trentino a una sorta di buco nero in grado di ingoiare milioni come se fossero noccioline”, totalizzando “debiti per 79,6 milioni di euro”.
Bisogna farli per le prime “geniali” soluzioni inventate per invertire la tendenza e portare l’azienda a funzionare meglio che in passato. Urge davvero complimentarsi con quello che i più compiacenti definiscono “esperto del mercato enologico internazionale” e con gli altri “grandi nomi” espressioni di un’autentica “cupola” del vino anni Novanta e di un convergere d’interessi tra produzione vinicola e stampa di cui si sperava non si avesse più notizia.
Lo pseudo grande responsabile di marketing, di cui Questo Trentino ha scritto: “nello specifico enologico Ercolino punta, oltre che sul primato dell’immagine, sulla sostanziale irrilevanza del territorio: famosa l’invenzione del Patrimo, nome di fantasia per un Merlot non autorizzato, la solita storia del vino non del posto, importato e imbottigliato, e fatto passare per una specialità. È questa la professionalità di cui ha bisogno la LaVis?”, e di cui già in passato abbiamo avuto prove della propria spregiudicatezza, ha pensato bene che per risollevare le doti di La-Vis, cantina nella cui orbita troviamo un’azienda storica del metodo classico trentino, Cesarini Sforza, a sua volta recentemente rivitalizzata (così almeno dicono) dall’arrivo di un nuovo direttore generale proveniente da Cavit, sia urgente e strategico, come ho già scritto, prosecchizzare.
Ovvero non puntare sul Trento Doc, (una tipologia che Lavis, con il Trento Arcade ha prodotto dal 1984 sino a raggiungere una produzione di oltre 50 mila bottiglie) ma scegliere la via, apparentemente facile, di uno spumantino qualsiasi, di uno Charmat da mettere in competizione diretta con il formidabile spumante aromatico veneto-friulano sul piano del prezzo e dell’easy drinking style.
E così, dal cappello del mago sono saltati fuori due Charmat, due “spumanti”, la cui presentazione, pur con tutto il rispetto parlando per quei prodotti, la cui “filosofia” non mi sembra sia superiore, per appeal e capacità di proporsi come prodotto di alto pregio, a quelle del Tavernello frizzante o della linea dei frizzanti della casa veneta Maschio.
Stesse bottiglie bianco-trasparenti anche se con qualche pretesa il loro aspetto viene spacciato come “grafica semplice ed accattivante della Champagnotta bianca satinata” che assicurerebbe, dicono, “l’espressione dell’identità di questo prodotto”. Un’identità semplice e senza pretese, senza alcun legame con il territorio di origine.
Identità territoriale annullata sull’altare del “vino vivace, fresco e giovane”, anche se poi nella scheda tecnica della versione Rosé viene assicurato che “nella scelta del Pinot Nero c’é la volontà di legare fortemente questo prodotto al territorio d’origine, il Trentino, terra dalla grande cultura e tradizione spumantistica”.
E voi, grandi “geni” del nuovo management tecnico e di marketing di La Vis vorreste richiamare questa “cultura e tradizione” con un banalissimo Charmat? Ma siamo seri!
Altrettanto comiche le note di presentazione dello Chardonnay Charmat definito “l’espressione, in una veste giovane ed accattivante, della grande vocazione spumantistica trentina”. Uno spumantino veloce veloce “ottenuto con sole uve Chardonnay, provenienti dai vigneti della zona classica della collina di Trento e bassa Valle di Cembra”, che secondo i genietti che l’hanno pensato per rilanciare la Cantina “riflette fortemente le caratteristiche del territorio d’origine”.
E voi pensereste di rifletterle con uno “Charmattino” appena un po’ più lungo dell’ordinario con 4 mesi di permanenza sui lieviti? Poveri noi, come siamo messi male: come aspettarsi un futuro migliore per questa cantina dalla gamma di prodotti e dalle linee di prodotti ipertrofiche e sterminate?
Ma perché poi prendersela se arrivati al ponte di comando gli Ercolino, i Caviola, i Muscella e le Di Nunzio le “logiche” restano quelle di sempre senza un filo di buon senso e di logica?
Inutile farlo perché, come dice bene lo slogan finale della locandina pubblicitaria dove si mischiano il bianco e nero di una bella foto d’epoca d’autore (del fotografo trentino Flavio Faganello) ed il moderno della Champagnotta satinata, “C’est la vie. C’est Lavis“. Il Trentino del vino che non cambia mai…

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Molto fumo e poco arrosto nel Billionaires Row Champagne

Luxury good: quando un certo tipo di presentazione aiuta (forse) a vendere

E’ singolare vedere come, nonostante la crisi economica imperante e a dispetto di una riscoperta di valori quali la sobrietà e la misura, nella comunicazione, anche in quella del vino, continuino ad essere giudicati validi ed in grado di funzionare e di avere appeal su un certo tipo di consumatore concetti in voga nel recente passato quali lusso, esclusività, ricchezza.
La riprova di questa considerazione e la conferma che, crisi o non crisi, o meglio a dispetto della crisi, resiste, anzi forse sta ancora meglio, una fetta di consumatori dei cosiddetto luxury good, beni di lusso, che ricercano e si sentono confortati dal consumo di cosiddetti luxury brands, avvertiti come status symbol ed elementi di distinzione nei confronti della massa dei consumatori di necessity good ovvero beni di pubblica necessità, viene dalla notizia ripresa dal sito Internet specializzato britannico The Drink Business.
News, in arrivo dagli Stati Uniti, che riguarda il lancio di uno Champagne, ma non di uno Champagne qualsiasi, bensì lo Champagne Billionaires Row “Cuvée Billionaires Row” Brut Rosé Grand Cru.
Un Rosé che ha la società assicura di aver prodotto “only a limited quantity of the Champagne to maintain quality”, solo in quantità limitata di modo da assicurare la qualità, (come a dire che i 320 milioni di bottiglie vendute lo scorso anno nel mondo sono rappresentate in larga parte da “fuffa”…), e che fa parte della proposta, ovviamente esclusiva, di vini di una “New York-based premier luxury lifestyle company”, denominata Billionaires Row.
Basta visitare il sito Internet della company per avere un’idea di cosa si tratti e la sua “mission”: “Billionaires Row, a premier luxury lifestyle company, serves as a definitive authority on connoisseurship by hosting exclusive top tier events that showcase the lifestyle of the modern, trendsetting and affluent consumer.
By successfully providing our clientele with very unique experiences that highlight the latest products and services available from the most prestigious luxury brands around the world. Billionaires Row’s unique passion fuels its rise to one of the most recognized brands in the world”.
E inoltre: “Billionaires Row obtains information from different sources to interpret new and iconic fundamentals from the best Cuisine, Art, Fashion, and Film, Music worldwide. These fact-findings influence Billionaires Row ‘s search for rich traditions and its delivery of new ideas to a critical mass”.
Come afferma il COO (ovvero chief operating officer) della Luxury Spirits Division della compagnia, “The Billionaires Row brand is noted for and becoming a recognisable force in the luxury industry worldwide,” e quindi uno Champagne “esclusivo” da questa selezionato costituisce “the “perfect addition” to its luxury line of goods and services”.

Cosa hanno fatto quelli della Billionaires Row? Hanno cercato un partner con cui realizzare una joint venture. Un produttore di Champagne che accettasse di preparare per loro la Cuvée da miliardari.
E l’hanno individuato nella Maison Charles Mignon, presentata dal loro chairman William Benson come “one of the world’s finest and most respected Champagne producer Charles Mignon”. Azienda che in qualche comunicato stampa rintracciabile in Rete, ad esempio questo, è diventata “One of the most rare and exclusive French Champagne Houses”, produttrice di “outstanding Cuvees for more than 120 years”.
Peccato che la Rete non perdoni e dopo una rapida ricerca, e dopo non aver trovato traccia della Maison de Champagne partner di Billionaires Row in una serie di volumi che ho consultato, abbia scoperto su questo sito Internet in inglese riservato allo Champagne, e poi ancora qui, che la Maison è stata fondata solo nel 1995.
E ho anche scoperto che nonostante si tratti di una luxury good company, Billionaires Row abbia scelto come partner una Maison, presentata come “Award Winning”, i cui Champagne presentano prezzi normali tutt’altro che esclusivi o proibitivi, come si può vedere qui, qui, qui e poi ancora qui.
E ho infine appurato che anche il distributore esclusivo di questo Champagne, nonostante venga presentato in modo roboante quale “a world known distributor of fine luxury wines and spirits”, impegnato a presentare al “global luxury marketplace a new standard in fine wine enjoyment”, sia tutt’altro che una company dall’immagine sfolgorante, prestigiosa ed esclusiva.
La Vidalco International é una company che doverosamente nei link del proprio sito Internet rimanda a Wine Spectator, Robert Parker e Wine Enthusiast, ma è una società creata da un misterioso personaggio di origine romena, tale Constantin George Zamfirescu (sul quale in rete non si trovano molte notizie) che si è distinto sinora soprattutto per aver importato e distribuito negli States vini della Romania.
E nel portafoglio aziende della cui società, Vidalco International, figurano nomi tutt’altro che fiammeggianti o leggendari, visto che sono soprattutto aziende romene, peruviane, di Libano, Argentina, Cile, Lussemburgo, Uruguay, Francia, Spagna, e venendo all’Italia, il celeberrimo Consorzio vini tipici di San Marino, una società di Bolgheri, una in Chianti (l’unica un po’ nota) e una sconosciuta di Montalcino.
Quale morale ricavare da questa vicenda? Che per vendere o provare a vendere un prodotto oggi, nella strana situazione dei mercati cui assistiamo, non è fondamentale che si tratti veramente, nella sostanza, di un bene di qualità indiscutibile, nella fattispecie di uno Champagne straordinario, esclusivo, di livello stellare.
Ma può essere servire e funzionare, che venga presentato come tale, quale luxury good opera di una “rare and exclusive French Champagne House”, proposto da una luxury lifestyle company.
Cosa importa se l’apparenza prevale sulla sostanza? In fondo se oggi non si esita a presentare come status symbol wine il Prosecco, non si può proporre come outstanding wine da Billionaires anche un normalissimo e non trascendentale Champagne?

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Uno Sherlock Holmes o Enrico Giovannini per il TrentoDoc?

Qualche giorno fa, il 16 aprile, ho letto sulla news letter quotidiana “Tre bicchieri” del Gambero rosso una notizia non particolarmente commendevole relativa alle dispute relative all’uso del marchio territoriale collettivo TrentoDoc in corso in questo periodo in Trentino.
Mi è sembrata una vicenda degna di essere analizzata dall’U.C.A.S. (Ufficio complicazioni affari semplici) e una questione che dimostra come ai produttori di bollicine trentine piaccia perdersi in questioni bizantine.
Si prenda ad esempio l’Istituzione dell’Osservatorio economico del Trentodoc, che non fa altro che imitare quanto già stato fatto dal Consorzio Franciacorta. In un’intervista rilasciata lo scorso 31 gennaio al Trentino Corriere delle Alpi, il neo presidente dell’Istituto Enrico Zanoni, alla precisa domanda su quale fosse il ruolo dell’Osservatorio economico del Trentodoc rispondeva: “Per pianificare bene bisogna conoscere, avere una fotografia chiara, di ciò che siamo.
E’ fondamentale conoscere ciò che siamo, quanto produciamo e dove lo vendiamo. Come pure un adeguato Osservatorio ci consentirà anche di valutare al meglio le nostre reali potenzialità di sviluppo.
Senza dimenticare la necessità di monitorare anche il nostro posizionamento e confrontarci in maniera trasparente tra i diversi soci sul fronte dei prezzi”. Analisi impeccabile, nulla da dire, ma ora dalla news di “Tre bicchieri” apprendiamo che l’Istituto, mediante l’Osservatorio, “sta per completare l’indagine avviata nei mesi scorsi tra i produttori per stabilire quanti pur facendo metodo classico non si fregiano del marchio Trentodoc”.

Domanda ingenua: ma serve creare un Osservatorio economico, e servono dei mesi per arrivare a capire quanti e quali siano in provincia di Trento i produttori di metodo classico che hanno scelto, ad esempio come Maso Michei, di non usufruire del marchio territoriale collettivo?
E’ così complicato, difficoltoso, lungo, a fronte di un elenco che arriverà al massimo ad una cinquantina di nomi, appurare quanti siano coloro che di TrentoDoc non vogliono sentire parlare?
E’ un’operazione così complessa da richiedere il ricorso ad uno Sherlock Holmes o magari al presidente dell’Istat Giovannini?

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Bollicine d’Oltrepò snobbate dai vip: ma il Consorzio tutela assicura: “stiamo reagendo”



Da Borgoratto Mormorolo alla conquista di Parigi

Fa sempre piacere sapere di essere letti, ancora di più quando scopro che a leggere questo blog (senza peraltro peritarsi di citare il suo nome…) è il principale organo di stampa di una zona con la quale i miei rapporti sono diciamo così… “vivaci” e interlocutori.
Grazie ad un amico lettore ho appreso così che oggi, venerdì 20 aprile sulla Provincia Pavese, in un articolo dal titolo «Il vino d’Oltrepo snobbato dai vip», occhiello “Dibattito sulla presenza di marchi locali sulle carte dei vini Il Consorzio: “Stiamo reagendo, ma devono rispettarci”, è stato fatto il mio nome. E si è fatto riferimento a due post qui pubblicati.
Il primo relativo ad un sondaggio sui metodo classico preferiti lanciato dal sommelier trentino Roberto Anesi. Il secondo relativo all’assenza (o quasi) di Oltrepò Pavese Docg metodo classico nelle carte dei vini dei ristoranti stellati, accanto a Franciacorta e Trento.
L’articolo della Provincia Pavese testualmente recita: “Le carte dei vini dei grandi ristoranti si ricordano davvero dell’Oltrepo, a partire dal Cruasè, il nuovo metodo classico in rosa Docg? Il sasso nello stagno lo ributta il blogger di tendenza in fatto di vino, Franco Ziliani.
Nell’ultimo post scrive infatti: «Una simpatica iniziativa, che ho scoperto da Trentino wine blog, ideata da Roberto Anesi, sommelier, trentino, e patron di una delle più belle osterie tipiche trentine, il Ristorante El Pael a Canazei. Grande appassionato di metodo classico e dichiarato sostenitore, com’è giusto che sia date le sue orgogliose origini trentine, del TrentoDoc, Roberto ha pensato di promuovere un sondaggio on line, invitando a dire quale sia il metodo classico preferito, o meglio, quello che si stappa e si consuma più spesso.
Quattro le opzioni di scelta possibili: TrentoDoc, Franciacorta Alta Langa e «altri». Curiosamente una delle bollicine a denominazione d’origine, l’Oltrepo Docg, non viene ritenuta meritevole di un’opzione di voto, ma confluisce nella generica voce altri».
Come dire: l’eccellenza delle bollicine non è ancora un dato acquisito per quelle prodotte in Oltrepò che resta la prima zona d’Italia produttrice di pinot nero base spumante.
Ziliani, in realtà, aveva già scatenato discussioni e confronti tra operatori con un altro post sulla presenza-assenza dei vini d’Oltrepo nei ristoranti pluristellati d’Italia. Testimonianze su cene importanti e vini ritenuti tali, mai d’origine oltrepadana: Trento, Franciacorta. Poco o nulla metodo classico Oltrepo e tantomeno Cruasé.

Il Consorzio di tutela di Broni sta affrontando il nodo immagine e mercato. I riscontri non sono mancati al punto che ora il presidente Paolo Massone dice: «Nei grandi ristoranti ci siamo o ci stiamo arrivando – dice – il problema è che vorremmo essere più presenti anche in tutti gli altri locali.
Vorremmo, ad esempio, che il nostro metodo classico venga valorizzato per quello che merita e non ridotto alla stregua di un vino da aperitivo. E’ una sfida che vogliamo vincere».
E quasi a dimostrare che l’Oltrepo sa pensare in grande ecco la nota consortile, diffusa ieri, relativa a una iniziativa curata dall’azienda Ruffinazzi di Borgoratto Mormorolo: «Domenica 20 maggio a Parigi i prodotti della nostra terra verranno esposti in un’importante vetrina. Presso il ristorante Un jour un chef sito in zona Bastiglia verrà presentato per la prima volta un menu tipico dell’Oltrepò pavese.
I piatti proposti prevedono un antipasto di salumi tra cui primeggia il salame di Varzi, accompagnati da un tris di schite; i malfatti al burro e salvia tipica pasta fresca a base di erbette, e come dessert la fragrante torta di mandorle, prodotto De.Co. di Varzi. Per l’occasione sono stati proposti al ristorante tre vini della zona il Bonarda Oltrepò pavese, il Moscato Oltrepò pavese e il Cruasé Docg». (f.g.)”.
Questo l’articolo del quotidiano oltrepadano. Correttissima la citazione di quanto ho scritto. Impregnato di malinconico esagerato provincialismo, di uno spirito da “strapaese”, come al solito, il commento del Consorzio tutela Oltrepò Pavese sulla home page del cui sito Internet si legge da mesi (campa cavallo…) “presto online il nuovo sito” e del suo presidente Massone.
Presidente che afferma che “grandi ristoranti ci siamo o ci stiamo arrivando”  (peccato che consultando le varie carte dei vini di questa presenza si abbia quasi invisibile traccia…), e sembra quasi dire che se “il nostro metodo classico” non è presente è solo perché non viene capito, perché i ristoratori stellati non si mettono in testa che deve essere “valorizzato per quello che merita e non ridotto alla stregua di un vino da aperitivo”.

E qui di seguito la solita tirata ad uso e consumo del pubblico locale, dichiarando che si tratta (quella di inserire le bollicine oltrepadane nelle carte dei vini dei ristoranti importanti, così che magari in un prossimo sondaggio sui metodo classico non ci si dimentichi dell’Oltrepò) é “una sfida che vogliamo vincere”.
La chiusura dell’articolo ha qualcosa di involontariamente comico, di malinconicamente provinciale, che mette una tristezza infinita.
Per “dimostrare che l’Oltrepò sa pensare in grande”, viene riportato, in maniera confusa, annunciando “l’evento per il prossimo 20 maggio”, e poi scrivendo “sono stati proposti” come se l’evento si fosse già svolto e fosse in programma tra un mese, un passo di una “nota consortile” relativa all’iniziativa promossa da un’azienda su cui trovare notizie in Rete è praticamente impossibile.
Che trovandosi a Borgoratto Mormorolo, fa pensare all’adolescente “con giumbotto” Carlino, personaggio dell’allora comico e oggi scrittore di successo Giorgio Faletti, che al Drive In diceva di provenire da Passerano Marmorito.
Viene presentato come un fatto qualificante, come la dimostrazione che il Consorzio sta “reagendo” allo snobismo da parte dei vip, che, accidenti!, devono rispettare l’Oltrepò ed i suoi vini, il fatto che “per la prima un menu tipico dell’Oltrepò Pavese verrà presentato” a Parigi, in un ristorante che, basta visitarne il sito Internet, appare tutt’altro che prestigioso, blasonato o stellato.
Sarà con queste raffinatissime e prestigiose iniziative che il Consorzio Oltrepò e la sua punta di diamante, il Cruasé, dopo aver annunciato la prossima conquista degli States, tenteranno la… presa della Bastiglia?

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Così parlò Paolo Massone: con il Cruasé conquisteremo gli States!

In Oltrepò Pavese devono essere grati al Presidente del Consorzio di tutela vini Paolo Massone: se non esistesse bisognerebbe inventarlo. Chi comunica meglio di quanto comunichi lui? Chi più di lui sa offrire a noi giornalisti occasioni per scrivere dell’Oltrepò?
La più recente uscita di questa eroica tempra di comunicatore, (responsabile di un blog il cui più recente post risale a dicembre: cosa normale, visto che da un bel po’ di tempo anche sul sito Internet del Consorzio si legge “presto online il nuovo sito”…), risale a domenica 4 marzo, quando intervistato da Francesca Fiocchi sul Corriere della Sera in partenza per la Prowein Massone ha annunciato la nuova mission: inebriare e conquistare con il Cruasé (che nell’articolo è sempre citato con la c minuscola) gli Stati Uniti.
Prima di proseguire con il racconto del mirabolante annuncio del Presidente del Consorzio, alcune indispensabili premesse.
Innanzitutto spiegare cosa il Cruasé rimandando al sito Internet dedicato, che a sua volta, come in una scatola cinese, anzi ticinese, ci rimanda al sito Internet Perle d’Oltrepò, visto che il Cruasé “è al centro del piano di valorizzazione e approfondimento tecnico” rappresentato da questo progetto, da cui apprendiamo che “Cruasé è il biglietto da visita della spumantistica naturale e di qualità che si veste di rosa.
E’ un prodotto elegante e di tendenza, un marchio collettivo dell’Oltrepò Pavese, un Metodo Classico DOCG unico”, un qualcosa che dovrebbe rappresentare una rivoluzione iniziata “dai piccoli gesti quotidiani, al tavolo del bar o del ristorante”.
Bene, a fronte di una situazione reale dove trovare un Cruasé nella carta dei vini di un ristorante al di fuori della cerchia oltrepadana o al massimo della Lombardia costituisce un evento, dove il numero di bottiglie prodotte e di produttori (quelli reali, e non quelli di qualche mega cantina sociale che magari produce lo stesso vino per svariate aziende…) permane un mistero, dove c’è ancora tutta l’Italia (che non finisce a Broni, Mairano di Casteggio, Torricella Verzate e Zavattarello…) da conquistare alla causa dei vini oltrepadani, cosa promette il fantasioso Presidente del Consorzio?
Annuncia nientemeno che l’incremento del doppio della produzione attuale, proponendo “di arrivare al milione di bottiglie in due anni”, e lancia la campagna americana.
Questo perché, dice “A Chicago c’è grande interesse per il rosé naturale: il primo step sarà collocare, a breve, almeno duecentomila bottiglie. Il sogno, lo dico da produttore, è che il cruasé diventi la bandiera edonistica dell’Oltrepò nel mondo. È un vino a tutto pasto, ma non è un vino da tavola”.
E punterà “sull’ export d’ oltreoceano” grazie ad un’innovativa pensata massoniana: “Il nostro è il primo progetto collettivo territoriale: finora sono state le singole aziende a esportare i loro vini negli Stati Uniti”.
Come se a Montalcino, a Barolo, nel Chianti Classico, in Valpolicella, ad Asti, ad esempio, i Consorzi che hanno fatto tanto per promuovere, far conoscere e vendere i loro vini nel mondo, non fossero mai esistiti e non avessero fatto un tubo, prima della geniale innovativa invenzione di Massone.
E poi, fatemi capire, cosa diavolo vuol dire definire il Cruasé un “rosé naturale”? Significa forse che gli altri rosé italiani sono artificiali, costruiti in laboratorio, prodotti sintetici o che altro?
Fantastica poi, dopo il volo pindarico sul Cruasé “bandiera edonistica dell’Oltrepò nel mondo” (come se nel mondo si picchiassero per contendersi le bottiglie prodotte in provincia di Pavia), l’invenzione del Cruasé definito “un vino a tutto pasto, ma non è un vino da tavola”.
Il fantasioso Presidente del Consorzio Oltrepò vuol forse dirci che che il Cruasé si fregia della Docg e non è un vdt, o forse che possiamo berlo a tutto pasto, ma solo durante i picnic, i buffet in piedi, i ricevimenti, e dobbiamo guardarci bene dal portarlo a tavola? Mistero…
Impagabile anche il finale, dove all’intelligente osservazione della giornalista, secondo la quale vendere, ovviamente per inebriare edonisticamente quel grande Paese, quantitativi crescenti e importanti di Cruasé, costituisce “una sfida non facile, considerando che il mercato d’ oltreoceano ha sempre mostrato di preferire i vini frizzanti dolci come il Moscato”, Massone, dimostrando una grande conoscenza del mercato americano, da grande esperto di marketing e di fenomenologia dei consumi, sentenzia: “gli americani, abituati alla Coca Cola, non sono ancora pronti per i bianchi molto secchi: preferiscono quelli più morbidi.
Ci orienteremo in questa direzione con il cruasé nella tipologia brut, il cui residuo zuccherino può variare da 6 a 12 grammi al litro. L’ extra brut, che è meno dolce, incontra maggiormente il favore di chi è abituato a bere prodotti di qualità”.
Vuol forse dire, l’immaginifico Presidente del Consorzio O.P., l’aedo del “prodotto elegante e di tendenza”, che per conquistare Chicago e gli States le aziende oltrepadane pensano di confezionare su misura Cruasé non “di qualità”, dolcioni, zuccherosi, morbidoni, con residui zuccherini prossimi al limite massimo consentito, perfetti per chi è abituato alla Coca Cola e non è ancora pronto “per i bianchi molto secchi”?
Per favore, che qualcuno dica all’informatissimo Massone che gli Stati Uniti, secondo i dati 2011 appena resi noti, si confermano il secondo mercato export per lo Champagne, con 19,4 milioni di bottiglie importate, contro le 16,9 del 2010 (incremento record del 14,4%).
E questo senza progettare di produrre degli Champagne stile “Coca Cola”…

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Prosecco regione viticola dell’anno per Wine Enthusiast

Ma l’ansia di vendere non sta portando anche a…vendersi l’anima?

Squilli di tromba e coriferi vari hanno proclamato all’universo mondo che la rivista statunitense Wine Enthusiast, la stessa che premiò Mezzacorona come migliore Cantina europea del 2009 e che nel 2010 inserì il Talento Brut Rotari rosé al 13° posto tra i top 100 best buys del 2010 e un paio di altri vini in classifica, ha stabilto che quella del Prosecco è la wine region of the year , la regione vinicola del mondo, nei suoi Wine Star Award” 2011, i cosiddetti Oscar del vino.
Il Prosecco si era trovato in nomination, questa estate, insieme a Provenza, “the French home of rosé”, Ribera del Duero, “source for many of Spain’s premier red wines”, Russian River Valley, “World-class Zinfandels and Petite Sirahs abound, often from gnarled, centenarian vineyards” e Willamette Valley, “Often referred to as “America’s Burgundy” for its ability to produce elegant Pinot Noirs”.
Intendiamoci, ognuno può premiare chi vuole e ovviamente anche Wine Enthusiast, rivista, come del resto la più importante Wine Spectator, molto attenta alle ragioni del marketing e alle leggi dell’advertising, e alle disponibilità di spesa in pubblicità delle aziende e delle zone premiate, ma la motivazione per il premio è tale da rendere molto difficile prenderlo sul serio. Ha difatti scritto Wine Enthusiast: “Prosecco demonstrates that some categories do flourish despite hard times. This perky, no-fuss Italian bubbly has reached such popularity that production is predicted to outpace Champagne. Producers have reprioritized their vineyard sites and quality standards to pave the road for a new era”.
Il che tradotto significa: “Il Prosecco dimostra che alcuni vini riescono a rifiorire nonostante i tempi duri, e questo spumante, vivace e senza fronzoli, ha raggiunto una popolarità tale che a breve supererà la produzione dello Champagne. Tutto grazie all’impegno dei produttori, che hanno spianato la strada ad una nuova era”.
La domanda nasce spontanea: ma chi ha scritto questo comunicato, i redattori della rivista americana o qualche esagitato propagandista che crede di far diventare più importante il Prosecco, che sta avendo un clamoroso boom soprattutto grazie alla crisi economica imperante, che porta molti consumatori a scegliere (de gustibus…) bollicine più risparmiose, chiamando in causa un termine di riferimento decisamente più importante, ma che con il Prosecco non c’entra nulla, come lo Champagne?

Ve li vedete voi gli champagnisti, ma anche i protagonisti dei vari metodo classico italiani a denominazione d’origine, programmare per aumentare ancora più le vendite, come si legge in questa news relativa alla premiazione del Prosecco da parte di Wine Enthusiast, di portare negli States dove nel 2011 le vendite sono cresciute del 37 per cento facendo degli Usa sono arrivati il secondo mercato di esportazione con un 12 per cento sul totale della produzione esportata, “il vino frizzante anche da Starbucks, la catena di caffè che sta sperimentando vendita di alcolici”?
Va bene, come ha dichiarato Fulvio Brunetta, presidente del Consorzio Prosecco, che “la migliore scoperta fatta in questi giorni in America è stata l’aver verificato che quella del Prosecco qui non è soltanto una moda, ma è un fenomeno molto più solido”, ma non è che a furia di voler cercare ad ogni modo di vendere e di fare business e aumentare i numeri il Prosecco si stia vendendo l’anima?

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Una nuova iscritta al club dello “spumante”: Mary Orlin, Wine Fashionista di Huffington Post

Cava, Prosecco e Champagne pari sono…

C’é un’altra giornalista da iscrivere d’urgenza, d’ufficio, al club dello “spumante”, formato da quelli che, insomma, tanto sono lo stesso “bollicine”, suvvia non stiamo tanto a fare i sofisti…
La giornalista è un nome ben noto negli States, si chiama Mary Orlin ha un blog che si chiama WineFashionista dove si occupa allegramente insieme di “wine, food, fashion and fragrance”, e vanta un curriculum vitae di quelli da sballo visto che, come si legge qui e poi ancora qui, “She is the James Beard Award and Emmy Award-winning co-founder of Orlin Media, specializing in video story telling for wineries.
Most recently Mary was the Executive Producer of the NBC show In Wine Country, which she launched 10 years ago, and is now in syndication. Prior to NBC, she was a producer on CNN Travel Now, a travel, food and wine show. She was also an editor for Zagat Survey, food and wine editor for the Palo Alto Weekly and a contributor to Travelocity Magazine.
Mary has earned both the Intermediate and Advanced level wine certifications from Wine & Spirits Education Trust, and will begin the introductory level of the Court of Master Sommeliers”.
La Orlin inoltre ha una società di consulenza, video and social media for Wine Country, la Orlin Media, ed è columnist nella scintillante sezione food del celebre, titolato e autorevole (si dice così, no?) The Huffington Post, ovvero un blog statunitense fondato nel 2005 da Arianna Huffington e altri e diventato in breve uno dei siti più seguiti al mondo, un aggregatore di notizie che spazia dalla politica alla tecnologia all’attualità all’intrattenimento. E appunto al food cui è riservato un ampio spazio che comprende svariati food & wine blog tra cui The WineFashionista della Orlin.
Perché ho pensato di iscrivere la Orlin al club degli spumantisti indistinti e distratti?
Semplicemente a causa di un articolo, dal titolo di “Why Don’t You .. 10 Non-Resolutions For Wine Drinkers”, ovvero 10 buoni proponimenti per i bevitori di vino per il 2012, pubblicato sul suo blog, e poi su Huffington Post, qui.
Un articolo simpatico, spiritoso e tutto sommato inoffensivo, dove ci consiglia di smettere di acquistare vino in base ai punteggi (di Parker e Wine Spectator ad esempio), di non aver timore di acquistare la bottiglia meno cara al ristorante, e poi, con un pizzico di protezionismo e di eno-autarchia, un invito a bere locale, drink local, almeno per un mese l’anno visto che negli States ormai “Wine is made in all 50 states. If you live in a state where it is a challenge to find the local wines, or in a state with very few wineries, then check out wine from neighboring states”.
E poi invita, con un pizzico di snobismo, a bere orgogliosamente vini in cartone “Why don’t you proudly buy boxed wine. The quality of wine in a box is improving and you can now find very drinkable wines”.
Insomma tutta una serie di consigli che mi avrebbero lasciato indifferente se non mi fossi imbattuto nel consiglio numero sette dal titolo Drink More Bubbly, consiglio che trovate qui e letteralmente dice “Why don’t you pop the cork on sparkling wine more often.  Why reserve bubbles for special occasions?  While Champagne is pricey, the sparkling wines Cava and Prosecco are very affordable, as are American sparklers.
Cava (from Spain) and Prosecco (from Italy) are made by the same traditional method that is behind the great Champagnes of the world.  Seek out these sparkling wines as every day wines, and not just for celebrations”.
Il consiglio é corredato da una foto che sembra un esplicito invito a bere italiano visto che sui due bicchieri con tanto di perlage si legge “Ferrari Trento”, ma è consiglio che da parte di una wine writer che scrive su importanti testate e che possiede un “Advanced level wine certifications from Wine & Spirits Education Trust, and will begin the introductory level of the Court of Master Sommeliers”, grida vendetta al cospetto di Bacco.
Dice difatti: “Perché non stappare sparkling wine più spesso, perché riservare le bollicine alle occasioni speciali? E poiché lo Champagne è costoso, gli sparkling wines Cava e Prosecco sono più accessibili e alla portata di tutti, come pure gli sparkling americani”.
Ma ecco la perla finale, che vale alla Orlin il titolo di “spumantista” ad honorem e il consiglio di provvedere ad un urgente ripasso sulla metodologia di produzione rispettivamente di Cava, Prosecco e Champagne.
Come scrive “Cava (dalla Spagna) e Prosecco (dall’Italia) sono prodotti on lo stesso metodo tradizionale che è alla base dei grandi Champagne del mondo”. Avete capito cosa afferma la “super esperta” born in Usa?
Che Cava e Prosecco e Champagne sono prodotti con lo stesso metodo non solo dello Champagne, ma degli Champagne del mondo, come se lo Champagne non fosse unico e prodotto nell’omonima regione francese, e come se tra la “méthode champenoise” ed il metodo Charmat non ci fosse alcuna differenza. La cosa divertente è che dello “sfondone” della Orlin non si è accorto anche un blog italiano che ha dedicato un post agli ameni consigli della wine writer statunitense, blog per il quale, evidentemente Cava Prosecco e Champagne “pari sono”..
Cosa dite, iscriviamo anche quel blog, come la Orlin, al club del “ma quante storie, tanto sono bollicine ugualmente” e diamo anche a lui, come alla wine writer, un bel cappello d’asino?

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Spumanti di qualità secondo Starbene: Franciacorta e Prosecco ma niente TrentoDoc…

Punzecchiature

Correttissimo articolo, sul numero di gennaio del mensile Starbene dedicato agli “spumanti di qualità”.
Nel testo, curato da Giorgio Donegani presidente della Fondazione italiana per l’educazione alimentare, viene utilizzata, riferendosi alle bollicine da stappare per le feste, l’orribile parola “spumanti”, ma si legge anche che “bisogna distinguere quelli prodotti con il metodo Charmat e quelli ottenuti con il metodo Classico (un tempo chiamato Champenois perché è quello tradizionale usato anche per produrre lo Champagne)”.
Nel servizio un box illustra le “quattro cose da sapere” per “apprezzare al massimo la bontà di uno spumante secco”, un altro spiega come “decifrare l’etichetta”, distinguendo tra Prosecco, spumanti dolci, Extra Brut, Sec, ecc.
E poi vengono presentati, con il titolo “Bollicine a confronto” sei “spumanti da enoteca di 6 grandi aziende”.
Su quali vini è caduta la scelta? Presto detto. Nessuno Champagne sorprendentemente, un Cava spagnolo, un Asti Docg millesimato, e poi due Prosecco Conegliano Valdobbiadene Superiore e due Franciacorta, di cui uno Rosé, Docg. Nessun Oltrepò Pavese Docg, e la cosa non sorprende di certo, ma anche nessun metodo classico trentino.
Domanda maliziosa: vuoi vedere che per la rivista che invita a piacersi e ad essere felici, se si stappa un TrentoDoc non si riesce a… Starbene?

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Punzecchiature: per l’Independent i nostri sparkling wines sono tutt’altro che best…


Possiamo anche illuderci che le nostre “bollicine” tricolori conquistino il mondo, facciano la “guerra”, vincendola, allo Champagne, che l’Italia del vino spumeggiante, si tratti dei più nobili e costosi metodo classico, oppure degli Charmat aromatici, sbaragli la concorrenza. Che non ci sia gara insomma per gli “italian sparkling wines”.
Poi basta un semplice articoletto di fine anno di un quotidiano britannico abbastanza importante ma non prestigiosissimo come l’Independent, pubblicato nella sezione “food and drink”,  articoletto da poco, ma che comunque sicuramente orienterà gli acquisti in questi giorni concitati di fine anno, per scoprire che l’Italietta delle bollicine non è poi così tanto considerata dagli inglesi.
E difatti nell’articolo intitolato “The 10 Best Sparkling wines”, un titolo che è tutta una comica, perché pretendere di condensare in soli dieci nomi il meglio degli”sparkling” è pura illusione, l’Italia è rappresentata solamente da un Prosecco. E nemmeno da un Prosecco Superiore Docg Conegliano Valdobbiadene o da un Prosecco Doc, ma da un semplicissimo Prosecco Colli Trevigiani Igt, la base della piramide, mica il vertice prosecchistico, venduto a 11,95 sterline e definito “gentle prosecco”.
Per il giornalista inglese autore di questa sparkling selection c’è ovviamente posto per quattro Champagne (se ne sono vendute o no 35 milioni di bottiglie in UK nel 2010?) per un Cava Rosado, un Blanquette de Limoux, un Crémant de Bourgogne, un English sparkling della serie Taste the Difference della catena Sainsbury’s, un imprecisato M&S Blanc de Blancs venduto da un’altra catena, Mark e Spencer, e a rappresentare l’Italia solo un “prosecchino” di cui viene addirittura consigliato l’uso come base per “sparkling cocktails”…
Calma e gesso dunque prima di inneggiare ai trionfi delle bollcine italiane che tremare il mondo farebbero: proviamo prima a convincere gli abitanti e soprattutto la stampa della “perfida Albione” che ci siamo anche noi, che produciamo una gamma di ottime e variegate “bollicine”, di tutte le tipologie, per tutti i gusti e tutte le tasche, per ogni modalità di utilizzo a tavola e non, e poi gonfiamo il petto con orgoglio.
Altrimenti rischiamo, gonfiando inutilmente il petto, di fare solo la figura dei tacchini…

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