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Degustazioni

Asti Docg Sigillo Blu Martini & Rossi

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Cosa fare volendo stappare una buona bottiglia di Asti Docg, per brindare a fine anno,per abbinarla al panettone o ai dolci, perché un buon bicchiere così fresco e aromatico fa sempre piacere, e risiedendo in città, non si ha tempo di andare in enoteca o di andare direttamente in cantina dai migliori produttori per acquistarne un cartone?
Le ipotesi sono due, o si rinuncia, e ci si tiene la voglia pensando con nostalgia alla Selvatica di Romano Dogliotti (alias La Caudrina), agli Asti artigianali e raffinati di Walter Bera o della Cantina Vignaioli di Santo Stefano, oppure si fa come fanno milioni di persone in Italia e nel mondo.
Ci si accontenta di versioni meno raffinate e artigianali e visto che l’Asti Docg è un prodotto intrinsecamente a vocazione industriale, che riesce bene anche in grandi volumi, ripetendo come un mantra che è la modernità a volerlo, che tutti ci vanno, che è comodo, che ci sono le offerte, che si va con l’intenzione di comprare due cose e si torna a casa con dieci, si va in un qualsiasi ipermercato e si cerca l’Asti desiderato.
E’ proprio quello che ho fatto io, volendo mettere alla prova assaggio un Asti di base e inaugurare quello che potrebbe diventare un appuntamento regolare, un test delle bollicine presenti nei supermercati italiani, nella Grande Distribuzione Organizzata.

Tra i vari Asti Docg possibili ho scelto uno dei più classici e storici, uno di quelli, credo, prodotti in maggiore quantitativo, e forse uno dei più raffinati tra quelli “industriali”, il Sigillo Blu della Martini & Rossi, che ho pagato, complice una promozione in corso prima di Natale all’Esselunga, meno di 4 euro.
Come si legge sul sito Internet aziendale, “Sigillo blu rappresenta la massima espressione della competenza e tradizione spumantistica della storica casa piemontese: uve selezionate, vitigni coltivati nel rispetto della natura e delle tradizioni più antiche ma gestite con i criteri più moderni e vinificazione allo stato dell’arte. Un progetto che nasce nel vigneto”.
Confesso di essermi avvicinato, io abituato agli Asti d’autore sopra citati, a questo vino e di non aspettarmi granché, ma dopo la prova assaggio del vino, da solo e in accompagnamento ad un buon panettone artigianale, opera del fornaio pasticcere Pietro Freddi di Famea di Casto in Val Sabbia (squisito cadeau dell’amica Cristina Inganni, alias Cantrina), devo dire che certo, la Selvatica è tutta un’altra cosa ma che questo Asti si può anche tranquillamente bere.
Bello il colore paglierino oro brillante, sottile, continuo, elegante il perlage nel bicchiere, e niente male, anche in un’annata che non brilla per intensità e finezza di profumi, il bouquet, con un naso tipicamente dolce e aromatico, che richiama note di fiori bianchi, agrumi, salvia, ma anche una leggera nota vegetale e “geraniosa”, che fa capire di trovarsi di fronte ad un’espressione, persino quasi “cremosa” del Moscato.
Certo, la finezza, la freschezza, l’articolazione, la pluridimensionalità in bocca bisogna un po’ immaginarsele, visto che questo Asti non brilla certo per complessità, e trova in una sua pienezza succosa, in una dolcezza peraltro non eccessiva (ma non priva di qualche durezza e di una punta di amaro che richiama la mandorla) il suo forte.
Ma sborsando solo 3,80 euro, quanto l’ho esattamente pagato, cosa pretendere di più?

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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