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Degustazioni

Bianco dei Colli Trevigiani frizzante Prosecco Costadilà

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Continua la mia perlustrazione nel misterioso, affascinante e persino un po’ alchemico variegato universo dei Prosecco della tipologia Colfòndo, avviato qui, proseguito qui e approdato poi, qui, ad una definitiva mia celebrazione della particolarità di questa tipologia. Riprendendo i miei appunti di degustazione, voglio oggi parlarvi di quello che in etichetta viene definito come Bianco dei Colli Trevigiani frizzante Prosecco, un prodotto, distribuito anche da una nota società genovese specializzata nella commercializzazione di vini naturali, dell’azienda agricola Costadilà di Treviso.
Un vino molto particolare, figlio di un approccio molto meditato in vigna, un vigneto di 30-40 anni, posto in località Lumon di Campea di Miane, situato a 250-350 metri di altezza, con esposizione sud-est, in un terreno marnoso con filoni di arenaria, dove accanto al Prosecco tondo (pardon, Glera) ci sono anche quote di Bianchetta e di Verdiso, uve raccolte tutte tardivamente, a maturità piena, con alto grado zuccherino, con una produzione contenuta in 100-120 quintali ettaro.
Ma approccio meditato anche in cantina, dove la fermentazione e macerazione sulle bucce si protrae per diversi giorni (nel caso di questo vino di annata 2009 quattro giorni), per estrarre colore e tannini a temperatura non controllata esclusivamente con lieviti indigeni.
E poi affinamento sulle fecce fini per 5 mesi, presa di spuma secondo la pratica della tradizionale rifermentazione naturale in bottiglia. E prima dell’imbottigliamento un aggiunta di mosto non fermentato da torchiature di stesse uve lasciate in appassimento fino a marzo.
Vino molto personale dunque, di quelli che “spaccano”, che piacciono o non piacciono, senza mediazioni e non lasciano indifferenti o tiepidi. Vino che si prende i suoi rischi, che non nicchia e si accontenta di mezze misure e che è particolarissimo anche nelle avvertenze di servizio date da produttore e distributore, e che sono le seguenti: prima soluzione: aprire la bottiglia, leggermente inclinata per evitare la fuoriuscita del vino, versare lentamente nel bicchiere finché non esce torbido, per chi desidera il fondo, ne farà richiesta; seconda soluzione: caraffare lentamente per separare i sedimenti del vino, e servire in una flute o in bicchiere che abbia il “punto-perlage”. Terza soluzione: agitare prima “dell’uso” aprire la bottiglia ben fredda, tenendola leggermente inclinata e servirla direttamente nel bicchiere. Assaporerete il prosecco con il suo gusto originalmente amarognolo e sentirete le bollicine in bocca senza vederle…
Nella mia degustazione il produttore ha seguito… la terza via, ed il vino non poteva essere pertanto perfettamente limpido nel bicchiere, anche se mi ha colpito per il suo bellissimo colore paglierino oro intenso, il naso molto pieno, caldo, mediterraneo, profumato di cedro e agrumi canditi, di fiori secchi, con leggeri accenni aromatici e una grande vinosità.
Impressione di ricchezza che continua, ancora più amplificata, al gusto, pieno, grasso, estrattivo, “buccioso”, con una sorprendente pienezza e stoffa quasi da rosso e la freschezza, la sapidità, il nerbo acido che è lecito attendersi da un sur lie. Con una punta finale che evoca il lievito di birra… Vino che nasce per essere gustato a tavola, per sgrassare preparazioni succose come luganeghe, musetto con brovade, maiale in genere e la magnifica soppressa, Selezione (Riccardo) Zanotto, che gustammo in occasione del mio assaggio.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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