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My Wine Notes

Discussioni

Al Franciacorta Docg l’Oscar delle regole di produzione più severe e restrittive.

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In Italia come siamo messi in quanto a regole di produzione rispetto agli altri metodo classico europei prodotti in aree a denominazione d’origine? E qual’è in Italia la denominazione più rigorosa e severa, con i numeri più restrittivi, tra quelle relative alle “bollicine” Doc e Docg?
Un’occhiata alla tabella che correda il post è sufficiente per capire che l’Oscar del rigore legislativo bollicinaro non spetta alla storica zona vinicola francese, che presenta la resa per ettaro più elevata, 140-144 quintali, superata solo da quella, 150 quintali, del TrentoDoc, e poi presenta un periodo di affinamento minimo sui lieviti, 15 mesi, pari a quella dell’Oltrepò Pavese e del TrentoDoc e inferiore solo a quella, nove mesi, dello spagnolo Cava.
I francesi di Reims ed Epernay conquistano l’Oscar della legislazione più restrittiva solo nel caso dei millesimati, con un periodo minimo di trentasei mesi (contro i 24 del TrentoDoc e dell’Oltrepò Pavese e i 30 del Gran Reserva del Cava).
Complessivamente la denominazione dotata della legislazione più severa appare chiaramente essere, se ne facciano una ragione i detrattori a comando, il Franciacorta Docg, il più rigoroso per il periodo minimo di affinamento di 18 mesi, per quello della Riserva, 60 mesi, per la resa per ettaro più bassa, 100 ettari (a pari merito con l’Oltrepò Pavese). Denominazione che si aggiudica l’Oscar del rigore non solo nei confronti della storica zona vinicola del nord della Francia, ma, ça va sans dire, anche rispettivamente nei confronti dell’Oltrepò Pavese Docg e del TrentoDoc, dove la resa per ettaro è superiore del 50% e per i millesimati bastano 24 mesi contro i 30 minimi dei Franciacorta.
Se i numeri dicono qualcosa, meditate consumatori, meditate…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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14 Commenti

14 Commenti

  1. Nic Marsèl

    23/02/2011 at 11:10

    Potrei sbagliarmi ma la resa per ettaro come indicatore di qualità non basta se non si associa alla densità di impianto, che in Champagne è in genere più alta. Se non erro poi la resa per ettaro per lo champagne varia di anno in anno secondo decreto ministeriale. Ho anche sentito dire che nella produzione di base spumante (eccezione rispetto alle altre tipologie), una resa più alta potrebbe paradossalmente dare risultati migliori.

    • gianpiero

      26/02/2011 at 20:22

      commento più che valido. la resa è stabilita di anno in anno in più c’è un piano quinquennale che stabilisce il tetto di produzione per l’intero territorio basato sulle analisi di mercato. lo spumante è un mondo a parte rispetto ai vini rossi e bianchi; evitiamo di mettere a confronto disciplinari di produzione che, per citare Fantozzi, mi sembra “una cagata pazzesca”.

      • Franco Ziliani

        26/02/2011 at 20:40

        però, che commento di grande finezza e pregnanza intellettuale il suo gianpiero!
        E perché mai questi diversi disciplinari di produzione non dovrebbero essere messi a confronto? Perché mettono in evidenza qualcosa che a qualcuno non piace?

        • il chiaro

          27/02/2011 at 00:08

          ma non era Lei che diceva che Champagne e Franciacorta sono cose così diverse per cui è assurdo fare un paragone? Invece ci dobbiamo beccare la litania del confronto tra disciplinari soltanto perchè crede che tale confronto possa portare ragioni alle sue idee.

  2. il chiaro

    24/02/2011 at 07:50

    Per fortuna che la Franciacorta ha le regole più severe, proviamo a immaginare cosa riuscirebbero a fare se fossero pure di manica larga.

    Questi sono numeri che non dicono niente a livello di qualità nel bicchiere e poi sono soltanto dei limiti, dei paletti. Chi veramente vuol fare qualità va ben al di la delle restrizioni dettate dai disciplinari.

  3. Davide

    25/02/2011 at 12:42

    Darsi delle regole feree è un buon banco di prova per fare emergere la qualità intriseca dei prodotti delle aziende che cercano di seguire rigorosamente e, in senso più ampio, è una forma di rispetto nei confronti del consumatore.

    • il chiaro

      26/02/2011 at 12:26

      una regola che io riterrei importante sarebbe l’obbligo di vendemmiare quando l’uva è veramente matura, non il 4 di agosto come successo nel 2003 o nel 2007 o nel 2009….
      Peccato che l’acidità se ne andrebbe a ramengo, alla faccia del territorio vocato.

  4. Primo Oratore

    28/02/2011 at 20:34

    In effetti sono anch’io piuttosto in disaccordo con l’articolo e con le conclusioni che se ne traggono: si confronta un solo elemento quando in realtà le cose da guardare sono molte, come hanno giustamente già commentato gli altri intervenuti.
    La Champagne, come tutta la Francia da cui molto abbiamo sempre da imparare, ha costruito la sua fortuna sul coniugare “l’inclinazione latina a cercare il sotterfugio e il rigore gallico nel voler regolamentare tutto” (la frase è tratta dal libro Champagne – Il sacrificio di un terroir di Samuel Cogliati – edizioni Porthos).
    Queste quote e questi vincoli pubblici o amministrativi che usiamo anche in Italia sono il frutto di azioni lobbistiche di gruppi e gruppetti che riescono a convincere assessori e sottosegretari della migliore o peggiore opportunità di fissare una cifra piuttosto che un altra. Tanto poi, come dimostra anche il sostanziale fallimento delle DOC, nessuno va a guardare queste cose, il consumatore stesso non ne trova alcuna difesa: come sempre compera l’equilibrio fra ciò che gli piace e ciò che è disposto a spendere. Come certi vini DOC sono ampiamente peggiori di alcuni Vini da Tavola; così -per fare un esempio- alcuni Franciacorta saranno imbevibili rispetto ad alcuni Trentodoc. Anche perchè sono valori massimi, nulla impedisce di coltivare con rese inferiori, no?
    Saluto, PO

  5. Filippo (pippuz)

    03/03/2011 at 17:01

    Solo per essere precisini 🙂 : anche se quelli che mancano sono poco usati, i vitigni utilizzati in Champagne sono molti di più.

  6. haiying

    11/06/2011 at 21:20

    Ma se la Franciacorta è così migliore come mai quest’anno i grossisti vendevano il bollicine alle enoteche, supermercati & Co. con il 50% di sconto?

    • Franco Ziliani

      12/06/2011 at 10:10

      perché non porta delle prove e dei fatti concreti a sostegno di affermazioni la cui veridicità é tutta da dimostrare e che sembrano piuttosto fantasiose illazioni?

      • haiying

        15/06/2011 at 09:39

        Non li porto perché, come sicuramente Lei sa, nessun rivenditore che ha acquistato o al quale è stato proposto questo genere di acquisto, ci metterebbe la faccia in quanto il prezzo di vendita al dettaglio, alla fine, è rimasto invariato.
        Ovviamente, e mi scuso per non essere stata più chiara, non è stato un fenomeno che ha interessato tutte le cantine.
        Che poi sia stato un fenomeno circoscritto a chi ha dovuto o voluto svuotare la cantina oppure no questo, sinceramente, non glielo posso dire.

        • Franco Ziliani

          15/06/2011 at 09:44

          credo che se quanto afferma é vero, sia stato un fenomeno assolutamente circoscritto a pochissimi casi, per cui non si può fare un discorso generale

  7. luigi

    18/06/2011 at 11:14

    Se certe regole sono giuste per un grande rosso o per un bianco di struttura hanno poco senso per uno spumante che deve raggiungere 10,5 max 11 per cento di alcol e deve avere una consistente acidità.
    Molto importante invece è la resa uva/vino con la creazione di più frazioni di mosto.
    Così è se vi pare per chi conosce un poco di enologia…..

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