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Bollicine d’Italia al Vinitaly: cui prodest?

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Forse sono proprio un ingenuo – a Milano direbbero piuttosto che sono un “pirla” – ad aspettarmi dal Vinitaly prove di quella serietà e competenza e professionalità e rispetto della vera specializzazione che nel mondo del vino in generale sta diventando merce sempre più rara.
Sono consapevole del carattere un po’ da grande Circo Barnum che la rassegna veronese, la più importante vetrina del vino italiano, ha progressivamente assunto, ma confesso che non mi sarei mai aspettato, visitando il sito Internet della manifestazione, di imbattermi, in home page, a metà pagina sulla destra, evidenziato da un banner in movimento con la dicitura Bollicine d’Italia, in una cosa del genere. Un unicum indefinibile delle cui dimensioni potete prendere visione qui.
Capisco benissimo che testatine zuccone che fanno una fatica dannata a capire che parlare ancora, nel 2011, di “spumanti” o di “spumante italiano” sia insensato non ci arrivino.
Ma mettere nello stesso mazzo, nel nome di un indistinto unicum definito Bollicine d’Italia, “tutte le tipologie, dal metodo classico allo charmat”, nel nome del “successo mondiale che, nonostante la crisi economica globale, ha visto l’export di bollicine made in Italy crescere progressivamente”, mi sembra assolutamente assurdo. E tremendamente dilettantesco.
Come pure l’aver deciso di dare vita ad “un’area nella quale saranno presenti tutte le tipologie, dal metodo classico allo charmat, riservata agli operatori professionali che potranno degustare i prodotti e conoscere i territori maggiormente vocati”.
Il comunicato presente sul sito Internet del Vinitaly parla di “territori di produzione e cantine, informazioni sui metodi di vinificazione e degustazioni curate da sommelier professionisti. E’ la nuova iniziativa firmata dal 45° Vinitaly, dedicata alle “Bollicine d’Italia” prodotte con metodo classico o charmat : dai più rinomati a quelli di nicchia.
Tra i padiglioni 10 e 11 sarà allestita un’area dove la presentazione dei vini, delle cantine e dei territori verrà fatta anche tramite supporti informatici, riservata agli operatori professionali che potranno così essere guidati tra le proposte dei consorzi di tutela e delle principali aziende produttrici, in rappresentanza delle 18 regioni e delle circa 600 cantine dove vengono prodotte le bollicine italiane: vini che hanno la grande peculiarità di potersi abbinare a molti piatti della cucina nazionale e internazionale, dall’antipasto al dessert.
Un patrimonio enologico di successo, frutto di un lavoro appassionato e della consapevolezza che le bollicine made in Italy hanno particolarità uniche, capaci di distinguersi e competere con successo sui mercati internazionali, anche nel confronto con blasonati prodotti esteri”.
La domanda nasce spontanea: ma a chi giova mai proporre ai visitatori della rassegna veronese, provenienti da tutto il mondo (114 Paesi, ci viene puntigliosamente ricordato) una rappresentazione così pasticciata e pasticciona, tutt’altro che chiara e all’insegna del consueto confuso embrassons nous bollicinaro, della produzione dei cosiddetti “spumanti italiani”? Quale idea disinvolta, caciarona, pittoresca vogliono dare gli organizzatori della rassegna veronese della produzione italica di questa particolare tipologia di vini ricca di differenziazioni, irriducibili ad unità, al proprio interno?
E soprattutto, quali aziende, quali zone produttrici, quali Consorzi di bollicine a denominazione d’origine, sia metodo classico che charmat, vorranno dare mai la loro adesione, magari cedendo alle prevedibili pressioni che arriveranno non solo dagli organizzatori, ma dal mondo della politica e dell’associazionismo vinicolo, ad una rappresentazione, Bollicine d’Italia, così Armata Brancaleone, anche se con le bollicine? Sono proprio curioso di leggere la lista, di avere i loro nomi e poi commentare…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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6 Commenti

6 Commenti

  1. carolina

    02/03/2011 at 17:11

    mi credi che sono perplessa? O_o

    • Franco Ziliani

      02/03/2011 at 17:17

      perché, Carolina, hai la tentazione di aderire a questa bella vetrina?

  2. carolina

    02/03/2011 at 20:58

    manco morta: troppo casino o bordello, non sono atta a divenire 🙂

  3. il chiaro

    03/03/2011 at 05:44

    E’ proprio uno scandalo, lo sanno tutti che una cosa del genere dovrebbe chiamarsi “bollicione d’Italia”
    :-)))

  4. Silvana Biasutti

    04/03/2011 at 11:15

    Per la rubrica “volemmose male…”!

    • Franco Ziliani

      04/03/2011 at 11:19

      guarda Silvana, sono pronto a scommettere che per una serie di motivi questa formula di Bollicine d’Italia verrà rivista da cui al Vinitaly… Non sono un mago e non faccio parte della CIA, ma credo che di fronte ad uno scarso numero di adesioni gli organizzatori s’inventeranno qualcosa e proveranno a fare una correzione di rotta…

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