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I Crémant francesi rivendicano con orgoglio la propria identità: ma di quale si tratta?

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E’ molto interessante e fa capire come in Francia i consumi interni di “méthode champenoise” che non erano mai calati anche nel pieno della crisi siano prontamente ripartiti, apprendere da un articolo del settimanale L’Express, articolo che potete leggere qui, che i Crémant,  nome scelto nel 1975 dall’Institut national de l’origine et de la qualité (Inao) per designare i mousseux metodo classico d’Alsace, Loire e Bourgogne, ai quali s’erano poi aggiunti quelli di Limoux, Jura, Die, e Bordeaux, conoscono un progressione annuale delle vendite variante dal sette all’otto per cento.
Come ho letto anche altrove, “les crémants ne cessent de croitre de 7 à 8% par an depuis une vingtaine d’années, y compris en 2009, gagnant plus de 2 M de cols par an”, si tratta cioé di una crescita regolare che dura da una ventina d’anni e non era venuta meno anche nell’annus horribilis 2009.
I dati statistici, riferiti però a cinque anni fa, al 2006, parlavano di una percentuale del 49% riferita ai Crémant d’Alsace, del 20% per i Crémants de Bourgogne, del 18% per quelli de Loire, del 6% e 5% per Limoux e Jura e cifre inferiori per quelli di Bordeaux e Die.
Per quanto riguarda i Crémant de Loire, a fine 2010 avevano superato la quota di dieci milioni di pezzi, con vendite in rialzo del 13% sul mercato francese e dell’11 per cento all’estero. Le vendite dirette, cresciute del 17% nel 2010, riguardano ormai il venti per cento dei volumi commercializzati.
Non si possono certo trascurare produzioni significative come i 33 milioni di pezzi dei Crémant d’Alsace o i 17 milioni dei Crémant de Bourgogne, che da soli totalizzano 50 dei 65 milioni di bottiglie prodotte.
E trovo molto serio che in Bourgogne, dal 2008, mediante il meccanismo della “affectation parcellaire“, abbiano fatto in modo che i produttori debbano scegliere quali vigneti saranno destinati alla produzione di Crémant e dichiararlo prima del 31 marzo.

La mia esperienza, anche se non vastissima, di assaggio dei Crémant de Bourgogne e d’Alsace, meno quella degli altri Crémant, ha confermato che ha assolutamente ragione un grande sommelier come Philippe Faure-Brac, nel dichiarare che “les crémants sont aujourd’hui d’un très bon niveau qualitativement”.
Un po’ meno mi sento di essere d’accordo con Olivier Sohler, direttore della Fédération nationale des crémants, nonché direttore del Syndicat des producteurs de crémant d’Alsace, che contesta il detto popolare secondo il quale “vaut mieux boire un bon crémant qu’un mauvais champagne“, è meglio bere un buon Crémant che un cattivo Champagne, protesta che “il ne faut plus que l’on nous compare à quelque chose d’autre. Revendiquer une identité propre, c’est le seul gage de succès“.
Ha ragione Sohler a sostenere che non bisogna paragonare i Crémant a nessun’altra cosa e la sola garanzia di successo è “rivendicare una propria identità”. Il problema, pur riconoscendo l’evoluzione in corso nel mondo dei Crémant, è che resta tutto da dimostrare, nonostante le sue affermazioni, che le migliori “cuvées très haut de gamme peuvent parfaitement se mesurer aux champagnes“, ovvero che le cuvée più importanti e ambiziose possano confrontarsi agevolmente con gli Champagne.
Così facendo Sohler chiama ancora in causa quel modello da cui dice che i Crémant dovrebbero affrancarsi, e fa riferimento ad un concetto di “identità” dei Crémant che mi appare quantomeno dubbio.
Sono quindi totalmente d’accordo in questo con l’amico e confrère franco-belga Hervé Lalau, che sul suo blog Chroniques vineuses, in un post appuntito intitolato Crémants d’ici et d’ailleurs, chiede: “Mais de quelle identité parle-t-on? De l’identité alsacienne, ou jurassienne, ou encore bourguignonne?” ovvero ma di quale identità si sta parlando, di quella alsaziana, del Jura o della Bourgogne?

Esprimendo l’auspicio che non si tratti per caso dell’identità del Crémant de Bordeaux, “dont je me demande bien ce qu’il vient faire dans ce «club». Il paraît que pour y rentrer, dans ce «club», il faut prouver une antériorité, une tradition de la bonne bulle. Je cherche toujours celle de Bordeaux, qui n’a ni l’expérience, ni les cépages pour en faire, au point qu’on lui a en a rajoutés pour lui permettre d’en faire”.
In effetti, come dimostra il caso dell’improbabile Crémant de Bordeaux, (prodotto con Sauvignon, Sémillon, Muscadelle, ma anche con Merlot, i due Cabernet, Carmenère e Petit Verdot… sic!), questa identità dei Crémant appare ancora piuttosto un’utopia, visto che si tratta di una “identità” dalle molte facce, con zone di produzione e vini molto diversi tra loro.
Il buon Hervé ricordato che al “club” dei Crémants appartengono anche i terribili (mi è capitato di poterne degustare un bel numero e raramente ho trovato delle bollicine tanto mediocri…) Crémant du Luxembourg, si chiede paradossalmente se il club possa essere ulteriormente allargato a “quelque Sekt régional allemand (de Baden ou de Pfaltz, par exemple, eux ont l’antériorité). Sans oublier la Tchéquie ou la Suisse. Ou encore, dans quelques années, qui sait, les effervescents du Kent ou de Belgique…”. Dimenticando che anche noi italiani, più dei cechi, degli svizzeri e dei lussemburghesi, potremmo, ragionando in termini europei, avere tutti i diritti di rivendicare l’uso del termine Crémant per i nostri metodo classico…

Giusto pertanto lamentarsi, come fa Pierre du Couëdic, délégué général de l’Union des producteurs et élaborateurs de crémant de Bourgogne (Upecb), per i casi di usurpazione e uso improprio del termine “crémant” che si moltiplicano all’estero e vedono apparire della “bière au crémant, du crémant du Maroc ou d’Australie.
Ma sarebbe meglio arrivare, come qualche zona produttrice di metodo classico a denominazione d’origine sta facendo da tempo in Italia, a determinare una precisa identità dei vini, e una vera qualità (visto che ci sono molti vini in vendita da 6 a 12 euro) prima di rivendicarla con orgoglio tipicamente francese…

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Siria
Siria
31/08/2011 11:51

Mi sembra un po’ come la storia del Talento… che identità comune possono avere bollicine prodotte in territori del tutto diversi?

francesco piantoni
francesco piantoni
31/08/2011 12:20

Caro Franco, vivo da 5 anni in Lussemburgo e posso confermare la difficolta’ nel trovare un cremant lussemburghese degno di nota.
Tuttavia ve ne sono alcuni buoni: tu quali hai bevuto (se li ricordi)?
Il problema delle bolle lussemburghesi e’ di carattere geografico: sta a sole 3 ore da Avize! 😉

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[…] in Italia. Riservato ai vari Crémant (o Cremant) prodotti in diverse zone vinicole francesi – leggete qui – e, straordinariamente, anche se con risultati spesso molto deludenti dal punto di vista […]

LUIGI SPINA
LUIGI SPINA
12/05/2015 14:23

Mi rammarico certo vivendo in Freanciacorta che si trovino poche etichette di cremant e che pure voi ne abbiate recensite 0 rivolgendo più attenzione per dei Cava.
Personalmente li trovo curiosi ed interessanti assieme ai più generici mousseux
spero di poter leggere qualcosa in futuro

redazione
12/05/2015 20:50
Reply to  LUIGI SPINA

se lo può scordare. Io continuerò a scrivere di Franciacorta Docg, denominazione che non prevede la tipologia che lei nomina

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