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My Wine Notes

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Finisce (finalmente) l’era del Soviet Champagne! Siglato un accordo con il C.I.V.C.

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Una buona notizia, con buona pace dei nostalgici dell’Urss e di tutto quanto di tragico in quella terra bellissima e sfortunata accadeva prima della salvifica caduta del Muro di Berlino, arriva dalla Russia a rallegrare chi crede fermamente nel valore delle denominazioni d’origine e del sacrosanto diritto di riservarne l’uso esclusivamente a chi agisce al loro interno.
Come racconta la wine writer Gemma McKenna in un articolo pubblicato nell’edizione on line della rivista specializzata britannica Harpers, finisce (finalmente!) del ridicolo Soviet Champagne o Russian Champagne.
In altre parole, il Sovietskoe Sparkling Wine (Soviet Champagne) “a generic brand of sparkling wine produced in the Soviet Union and successor states. It was produced for many years as a state-run initiative.
Typically the wine is made from a blend of Aligoté and Chardonnay grapes. After the Soviet Union dissolved “Soviet Champagne” is still being produced today by private companies, using the original generic title as a brand name”. Grazie ad un accordo siglato con il Comité Interprofessionnel du vin de Champagne, i produttori russi hanno accettato di smettere di chiamare Champagne le loro bollicine e di apporre in etichetta quel nome, noto in tutto il mondo, che designa contemporaneamente una zona di produzione ed un prodotto, con un meccanismo perfetto di identificazione che costituisce un modello di riferimento.
Un accordo che porterà ad utilizzare in etichetta la dizione “sparkling wine”, che costituisce una base di partenza per una riflessione sull’industria del vino in Russia, sui suoi limiti e gli obiettivi da porsi, considerando che anche secondo gli stessi protagonisti gli standard tecnici ed enologici in Russia sono molto bassi, come pure la tecnologia di cantina.
Questo anche se secondo gli esperti di vino russi esiste un notevole potenziale legato a buoni terroir e a valide varietà di uva da sfruttare sino in fondo. Secondo il parere di un importatore con sede a Mosca, riportato dall’articolo di Harpers, Slava Tzmailovs, della società Fine Wines Russia, l’industria del vino russa è come quella del Portogallo 50 anni orsono.
Ora i produttori russi cercheranno di individuare una denominazione geografica, oppure un marchio per le loro bollicine. Possiamo suggerire agli ex produttori di Champagne russo di evitare accuratamente la dizione Talent-ski?
Una denominazione che porta sfortuna ed è già morta sin dal suo nascere…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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1 Commento

1 Commento

  1. sebino

    28/10/2011 at 22:26

    mi portarono dalla vecchia madre russia, un cosidetto cognac russo che sapeva di rum quindi presumo acquasporca straddizzionata di zucchero da far fermentare, un vino dolce ucraino che tradotto poteva suonare come franciacorta, e immancabilmente uno “champagne” dolce russo di molta dubbia qualità

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