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My Wine Notes

Discussioni

Davvero difficile aprire un dialogo tra i protagonisti del metodo classico italiano…

Pubblicato

il

vicolocieco

Il punto di vista di un produttore di una delle zone chiamate in causa

Signor Ziliani, ho letto con attenzione i suoi post dove definisce “un obbligo di dialogo” quanto secondo lei dovrebbe nascere tra i diversi protagonisti del metodo classico italiano. Quelli che dispongono di una denominazione d’origine, Doc o Docg che sia, in particolare.
Credo che i suoi argomenti siano validi e razionali e che mantenendo ognuno la propria identità, frutto di storie, esperienze, scelte, politiche produttive diverse, i quattro soggetti che lei cita, ovvero Alta Langa, Franciacorta, Oltrepò Pavese, Trento, potrebbero teoricamente sedersi attorno ad un tavolo, “deporre le armi” e vedere se possano mettere in cantiere insieme qualcosa tipo quello che lei indica.
E che poiché mi sembra dettato da buon senso dovrebbe essere non impossibile da mettere in pratica. Ma come mi insegna, la razionalità ed il buon senso non sempre sono sufficienti e spesso nelle valutazioni entrano in gioco altri fattori che non sono frutto di valutazioni lucide, ma sono dovute a convinzioni radicate, giuste o sbagliate che siano.
Nella zona dove io opero, sono un produttore di metodo classico ma preferisco mantenere l’anonimato, gli ottimi risultati che siamo riusciti a raggiungere in pochi decenni e che in molti ci riconoscono hanno favorito lo sviluppo di un orgoglio municipale che se da un lato è giusto e doveroso, perché è bello amare la terra dove si è nati e dove si opera, una terra il cui nome appare a chiare lettere sulle etichette dei nostri metodo classico, ha creato anche un non positivo effetto di farci sentire i “primi della classe”. Di non avere bisogno di nessuno, proprio perché migliori, e di essere in qualche modo giustificati a considerare, sempre dal punto di vista della produzione, promozione e commercializzazione delle nostre “bollicine”, gli altri, i concorrenti delle altre zone, molto meno bravi di noi. O addirittura inferiori.
Questo modo di pensare è condiviso da un gran numero di produttori gratificati dal loro essere franciacortini produttori di Franciacorta e convinti che con gli altri si debba avere a che fare unicamente nel trattarli come concorrenti e surclassarli.
E quelli come me che pensano che non intaccheremmo un grammo della nostra identità franciacortista, che non ci “contamineremmo” accettando di parlare con le altre zone produttrici lombarde, trentine e piemontesi, per vedere se si possa fare insieme qualcosa a favore della cultura e della conoscenza del metodo classico italiano, che non è, anche se lavoriamo molto bene, solo Franciacorta, vengono guardati come dei marziani.
In queste condizioni mi spiega lei chi avrebbe la forza di convincere dapprima la maggioranza dei produttori, quindi il consiglio di amministrazione del Consorzio che interpreta la volontà dei soci, ad aprire un dialogo con gli altri? Con un Oltrepò Pavese visto soprattutto come zona da vini rossi e da Bonarda e bravo a complicarsi le cose inventandosi la fantasiosa definizione di Cruasé per i suoi Rosé metodo classico, e con un Trentino che agli occhi di molti è visto come sinonimo di una grande azienda che produce più della metà dei vini della denominazione presentati il più delle volte come “spumanti” e non come Trento Doc come testimonia la grande scritta presente sulla facciata aziendale?
Sull’Alta Langa, che è giovane, piccola, poco conosciuta, e commercialmente dà poco fastidio perché i suoi soggetti più importanti vendono soprattutto Asti (e qualcuno anche Prosecco), forse non ci sarebbero obiezioni, ma mi sembra molto difficile far digerire ai franciacortini l’idea di collaborare con denominazioni di cui fanno parte aziende che producono indifferentemente metodo classico e metodo Charmat (beh, in Franciacorta ci sono alcuni, pochi, che producono sia Franciacorta Docg che semplici VSQ…), e con soggetti che il metodo classico lo producono bene ma in quantità molto ridotte, quasi invisibili.
E poi, mi scusi, perché mai la Franciacorta dovrebbe mai tirare la volata ai concorrenti, visto che dall’operazione che lei ha, da osservatore esterno e da commentatore indipendente, proposto, a trarre maggior vantaggio sarebbero gli altri?
Lei mi obietterà giustamente che da una comunicazione che aiuta a chiarire maggiormente che i metodo classico italiani a denominazione non sono semplici spumanti, ma vini dotati di una precisa identità e di un nome, anche la Franciacorta, come pure gli altri soggetti trarrà vantaggio, che è ora di finirla di vedersi equiparati ad un semplice VSQ, ad uno Charmat o ad un frizzantino, ma temo che il suo ragionamento, pur giusto, sia troppo raffinato e culturale per essere fatto proprio dai concretissimi, super realisti, pragmatici produttori bresciani. Il silenzio che ha accolto i suoi ragionevolissimi post lo testimonia…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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3 Commenti

3 Commenti

  1. silvana

    09/06/2014 at 11:23

    Magari ce ne sono parecchi, produttori, che la pensano come questo signore che scrive argomentando bene pro e contro … magari tutti scrivessero: sarebbe già un inizio!
    Certo che se si pensa a questa Italia dei campanili, dei micro cosmi l’un contro l’altro armati, cadono le braccia.
    Ma non sono capaci di pensare a un “ombrello” che racconti il metodo, promuovendolo come uno dei “saperi” del made in Italy, come una parte di un “vantaggio competitivo” comune a tutti quelli che operano in quel modo, con profumi diversi ma con medesimo ingegno?
    I francesi non si farebbero pregare, sono probabilmente più intelligenti.

  2. Giovanni

    09/06/2014 at 22:15

    Gentile Ziliani, solo una domanda da “non informato”. Non manca l’Alto Adige nella lista delle bollicine doc o docg da lei indicata? lo dico perchè ho avuto la fortuna di assaggiare alcune bottiglie e le ho trovate veramente notevoli. p.s. nel merito mi piacciono molto le aggregazioni, in ogni campo…

    • Franco Ziliani

      11/06/2014 at 14:09

      ha ragione, mancano i sei – sette produttori altotesini, per un totale di 120 mila bottiglie, generalmente di buona qualità

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