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Cari spumantisti, la qualità parte anche dal tappo! Storie di tappi e tapini…

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Tappietappini

Brutti tappi spesso pregiudicano il risultato finale

Voglio raccontarvi, anche oggi vado di fretta (ultimamente la mia vita è come centrifugata e corre ad una velocità che la fa in barba ai multavelox…) un breve apologo. Niente di speciale, solo riflessioni nate dalla degustazione, ma che dico, dall’apertura di due diverse bottiglie di metodo classico.

Mi capita quasi quotidianamente, con un Lemillebolleblog da tenere vivo con sempre nuovi contributi, e che continuerà ad essere vivo, qualsiasi cosa possa accadere, anche nei prossimi mesi, vivo, combattivo, propositivo, critico, incazzoso quando serve, e sempre senza guardare in faccia a nessuno, ma attento a segnalarvi le tante cose buone che incontro (faccio un po’ di fatica quando si tratta di Prosecco, ma è solo colpa del mio palato più in sintonia con i metodo classico che con gli Charmat aromatici…), di stappare bottiglie di “bollicine”.

Lo faccio talvolta da solo e, molto più spesso con la mia Lei che per i tappi e la loro qualità ha una particolare sensibilità e riconosce al volo eventuali difetti, anomalie e problematiche che possano presentare. E che possano trasmettersi, condizionandone l’ottimale performance, ai vini. Insomma, se un vino saprà di tappo lei lo capisce già prima di assaggiarlo.
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Nei giorni scorsi ci è capitato di assaggiare due metodo classico, uno, base Chardonnay, prodotto in una zona “spumantistica” celebrata, da un produttore che io considero un classico della sua denominazione. Il secondo un outsider, trattandosi di un metodo classico Rosé base Nebbiolo prodotto da un piccolo produttore piemontese. In piccole quantità. Dei vini di entrambi ho già scritto bene in passato, e contavo di scrivere anche questa volta. Invece…

Invece scriverò di un solo vino, perché l’altro sapeva inesorabilmente di tappo. Guardate le foto con i due tappi e ditemi se già dalla vista dei sugheri, uno tappava un Rosé millesimato 2011 base Nebbiolo, l’altro un non millesimato Dosaggio Zero da uve dell’annata 2010.

Il tappino striminzito, che aveva un naso già sgradevole, muffoso e fungino, era quello del piccolo metodo classico rosé piemontese annata 2011, l’altro, bello, trionfante, ben gonfio, morbido, turgido nella sua integrità, era quello di un Franciacorta.

Morale della favola? Il Franciacorta l’abbiamo gustato e io ne scriverò domani, dell’altro, di cui tacerò il nome del vino e del produttore, l’abbiamo provato, abbiamo riscontrato, dapprima dai profumi corrotti e poi dal gusto, inconfondibilmente sugheroso, asciutto e amaro sul finale, astringente, e l’abbiamo giudicato imbevibile. Ed il vino è finito nel lavandino.

Tappidiversi2

Senza possibilità d’appello, perché il produttore, bontà sua, ha pensato bene di non ridurre del 50% la possibilità di rischio (ma temo si tratti di un problema non di quella bottiglia, ma di tutta la partita di sugheri, davvero mediocri) inviandomi, sua sponte, per l’assaggio, una sola bottiglia.

Quale la conclusione? Non entro nel merito della scelta del produttore, che è una brava persona, di cui avrei voluto nuovamente scrivere bene, che le sue “bollicine” le fa con assoluta passione e non per moda, di inviarmi un unico esemplare (cosa che fanno sempre più spesso i produttori che, per loro decisione, mi inviano dei campioni da assaggiare) ma entro nel merito della scelta di un “ingrediente” fondamentale come il sughero che tappa la bottiglia.

Una cattiva scelta del sughero, la decisione di risparmiare qualcosa, un pizzico di “sfiga” ed ecco il risultato di tanto lavoro, di tanta passione, andato a ramengo… Ci pensi la prossima volta, amico produttore piemontese (preciso che non vendo tappi e non ho da raccomandare nessuno) quando sceglierà i fornitori per il suo metodo classico.

E già che c’è, visto che po’ di marketing sta anche nella presentazione del vino e delle bottiglie, nel modo di porsi e presentarsi, pensi magari dopo aver visitato questo sito Internet, che testimonia la passione di chi le colleziona e ricorda che “l’invenzione della capsula risale al lontano 15 novembre 1844, quando Adolphe Jacquesson, un produttore di Champagne di Chalon-sur-Marne, depositò il brevetto della gabbietta metallica preformata, che in breve tempo sostituì i vari sistemi utilizzati fino ad allora per fissare il tappo alla bottiglia, e che consistevano essenzialmente in legature, fatte a mano, con cordicelle di iuta e fil di ferro”, perché non pensa a personalizzare un poco, e rendere meno anonima triste e un filo funebre la sua capsula?
Vezzolicapsula

L’ho fotografa accanto a quella del produttore franciacortino, potrà vedere facilmente anche lei che grande differenza fa…

Perché, come ci insegnano gli americani, anche nel vino business is business e come sappiamo tutti (non lo sa probabilmente Rosy Bindi e non lo sa di certo il bruttino zanzaroso Giuseppe Cruciani…) “anche l’occhio vuole la sua parte”… O no?

Cruciani

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

http://www.vinoalvino.org

 

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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