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Già sei anni Franz, ma sei sempre nei nostri cuori…

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Ma franciacortini pigri, sveglia, datevi da fare per ricordarlo meglio!

Sono stati divertenti, istruttivi, intensi e utili i due giorni e mezzo trascorsi nella zona spumantistica bresciana (come si chiama? Ah, Franciacorta..) accompagnando, ambasciatore franciacortista mio malgrado (nessuno si sogna di nominarmi tale, ma all’estero, chissà perché pensano io lo sia…) due donne del vino ungheresi, una enologa e produttrice, l’altra in attività presso un importatore di vini. Che pare si sia messo in testa la stravagante idea di importare un Franciacorta Docg in terra magiara… E credo che anche il mio parere possa influire in qualche modo sulla scelta…

Questi giorni, oltre ad avermi fatto capire qualcosa di come vadano i consumi di vino nella terra dell’eroico Imre Nagy, mi hanno confermato nella mia ormai consolidata idea, ovvero che esistono almeno due Franciacorta, lontane anni luci per cultura, sensibilità, idea del vino, idea degli orientamenti del consumatori, strategie commerciali e promozionali.

C’è una Franciacorta, secondo la quale la quantità prevale sulla qualità, reazionaria, conservatrice, codina, presuntuosa, prepotente, volgare, rappresentata da aziende, spesso industriali, secondo le quali contano soprattutto la forza, la strapotenza, l’arroganza del marchio, del brand, i volumi, la promozione, spesso fatta a spese di tutte le aziende consortili, ma a reale vantaggio solo di alcune, la capacità di farsi notare attraverso mega iniziative tipo Expo o l’arruolamento come testimonial di donne meravigliose della moda o della televisione.

Inutile farvi i nomi di queste aziende: pensate innanzitutto ai due giganti di Erbusco, quello con la volgare etichetta arancione e quello che, con una certa schizofrenia, affianca un vino che banalizza l’immagine della Franciacorta, come la cuvée Prestige alle cuvée, tipo Dosage Zero, che ne esaltano il potenziale. E poi industriali vari, tondinari rimasti all’età della pietra, furbastri manager che studiavano da ministri già da ragazzi e che sono rimasti, evviva!, trombati.

E poi c’è quella Franciacorta vigneronne, paysanne, molto in stile récoltant manipulant, alla quale, come ho scritto, dedicherò molte attenzioni. E che non mi stancherò di stimolare affinché si ribelli finalmente al predominio, alla dittatura dei potenti, ma insulsi.

La Franciacorta che esprime ottimi e talvolta commoventi vini, di aziende come Facchetti, Le Quattro Terre, Barboglio de Gajoncelli, e soprattutto di Colline della Stella, dove ho condotto le mie ospiti magiare e dove l’entusiasmo, per le “bollicine” e le persone incontrate, persone schiette, gente che ti guarda negli occhi, che non ha scheletri o peggio negli armadi, che non traffica, non briga, non mente, è andato alle stelle.

Molto di più che durante le visite, seppure interessanti e utilissime, alla Guido Berlucchi, da Barone Pizzini, e da Cà del Bosco.

Durante questi giorni in Franciacorta ho anche intensamente pensato ad un vero amico della Franciacorta, ad un giornalista con gli attributi e le spalle solide, un hombre vertical, che purtroppo ci ha lasciato già sei anni orsono, e proprio di questi giorni. Ho pensato al collega, all’amico, io posso dirlo, Francesco “Franz” Arrigoni.

Ho pensato a quanto ha fatto per questa terra, a come ne ha diffuso, attraverso un libro pioneristico e purtroppo oggi quasi introvabile, Franciacorta. Storie di vigne, di vini e di uomini, che, anche se oggi è sorpassato, perché le aziende sono diventate molte di più dai tempi in cui Franz lo scrisse, meriterebbe di essere ripubblicato.

E ho pensato a come si siano comportati da cialtroni, non solo con me che sono un rompicoglioni ed un nemico dichiarato della Franciacorta tondinara, quelli della Franciacorta e segnatamente del Consorzio con Franz, di cui, visto i soldi che spendono e spandono, in tante iniziative stupide, potrebbero benissimo finanziare la riedizione del libro.

Ho pensato cosa avrebbe detto oggi Franz della deriva franciacortina, dei vini che proseccheggiano o olezzano ancora, nel 2017!, di legno, delle dicerie ricorrenti su una purezza, si sussurra, non poi tanto pura di alcuni vini dotati di una Docg e di un disciplinare molto rigoroso, ma che poi….

E mi sono detto che, trascorsi sei anni, e dopo aver più volte incontrato a Villa d’Adda, la dolcissima moglie Antonella, e i due figli che, con pochi eroi come il grande giornalista Gianni Mura, sostengono (Consorzio: posso sapere se anche voi fate qualcosa o se state alla finestra?) il Premio dedicato a Francesco e alla migliore cultura del vino e del cibo, posso togliermi dallo stomaco un peso che mi opprime dai giorni della scomparsa, a soli 52 anni, di Franz…

Devo chiedere scusa a tutti per la mia vigliaccheria e per il tradimento consumato nei confronti di un vero amico e collega, perché non ebbi la forza di presenziale al suo funerale e preferii invece partirmene per le vacanze, su un’isola, con una donna che amavo e che a sua volta aveva conosciuto e apprezzato Franz. Di questa scelta mi vergogno e mi vergognerò tutta la vita e forse ora aver reso nota questa mia pena mi aiuterà forse a perdonarmi…

Sei sempre nel mio e nel nostro cuore Francesco, a differenza degli ingrati franciacortini gli amici che ti hanno conosciuto non ti dimenticheranno mai…

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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