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Cà del Bosco: è quella del banale Prestige o quella del Dosage Zero?

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Una doppia identità aziendale che mi lascia sempre più perplesso

Certo che è singolare l’atteggiamento, produttivo e quindi di mercato, della più nota azienda produttrice, la migliore, secondo una certa logica, la più prestig(e)iosa, da ogni punto di vista, di una nota zona spumantistica bresciana. Zona che, accidenti a me, non mi ricordo mai come si chiama, ah, ecco, Franciacorta!

Sto parlando della Cà del Bosco di Erbusco. L’azienda, creata da Albano Zanella e da sua moglie Annamaria Clementi, due persone straordinarie, che l’affidarono in giovane età, pur facendolo seguire da tutori importanti come uno chef de cave proveniente dalla Champagne, al loro figlio Maurizio. Mio coetaneo, io di settembre, lui dei primi di novembre, del fatidico 1956.

Cà del Bosco, cento volte di più di un’altra nota cantina di Erbusco, che ha affidato la propria immagine ad etichette color arancione della stessa tinta dei giubbetti catarinfrangenti che s’indossano quando si ha un auto in panne, è sinonimo di Franciacorta ed in effetti ha rappresentato e rappresenta una fantastica carta d’identità per la zona spumantistica bresciana.

Vini che non passano inosservati e fanno discutere (anche per i prezzi spesso esagerati, che li rendono di fatto ben poco appealing per il mercato inglese, ad esempio), presentazioni fiammeggianti e, su tutto, l’intelligenza brillantissima, davvero superiore alla media, una di quelle intelligenze che spiccano e spaccano, di Maurizio Zanella, che anche dopo l’acquisizione dell’azienda da parte del colosso veneto Santa Margherita (che in questi giorni ha fatto due ottimi acquisti, nella Lugana ed in Sardegna) è rimasto il deus ex machina.

Cantina spettacolare (la faccia dell’enologa e produttrice ungherese Zsuzsanna Babarczi che giorni fa ho accompagnato in visita alla cantina era tra lo sbalordito ed il meravigliato), tecnologia usata nel migliore dei modi, vigneti condotti come giardini, scampoli di preziosa arte contemporanea disseminati tra vigne e cantina, un angolo di Franciacorta da sogno e il migliore, con Mattia Vezzola, degli chef de cave locali, ovvero Stefano Capelli, eppure…

Eppure c’è qualcosa che non mi torna. Durante la visita con le ospiti ungheresi, che ho accompagnato per due giorni in giro per la zona spumantistica bresciana, spendendo tempo e danaro, a quale titolo non so proprio (ho capito: come un pirla…) ci siamo trovati di fronte alla consueta rappresentazione, splendida e splendente, del mito, della leggenda sfolgorante di Cà del Bosco. Organizzazione impeccabile, scenari ad effetto, ma già alla degustazione qualcosa mi ha lasciato perplesso. I vini buoni, niente da dire, sorprendente e sempre elevata la qualità del Franciacorta Cuvée riserva Annamaria Clementi che nella sua annata 2007 mi è sembrata mai così bilanciata, raffinata, appealing, con il legno, di solito molto invadente in giovane età, finalmente non protagonista.

Però è stato l’assaggio del vino che per anni e anni ho considerato il più grande Franciacorta esistente, ovvero il Vintage Collection Dosage Zero, che nella sua annata 2012 mi si è proposto in forma sorprendente. La prima bottiglia evoluta, odiosamente legnosa, bloccata dal legno, evoluta, stanca, priva di vibrazioni. La seconda bottiglia, che sono riuscito a far aprire a Capelli, spiegandogli come la prima ci avesse lasciato di sasso, decisamente meglio, buona, ma non vibrante, godibile, complessa come quando questo vino mi faceva letteralmente eno-godere.

Insomma, in altre parole i vini degustati li ho trovati buoni e ben fatti, tecnicamente ineccepibili, molto pensati e costruiti, ma per le emozioni vere, parere mio e delle due signore ungheresi, che non ho plagiato, ma che sanno assaggiare e giudicare con il loro palato, abbiamo dovuto accomodarci altrove.

E che dire del mirabolante, almeno così lo considerano i dilettanti allo sbaraglio, Franciacorta Cuvée Prestige? Corretto, piacione, in grado di piacere alla gente che piace, alla “Milano esclusiva del jet set”, alla “Milano da bere”, ma decisamente non interessante, non in grado di dare emozioni a quel perverso del sottoscritto, che ad una grande bottiglia di metodo classico chiede molto di più che una banale facile piaciona capacità di farsi bere.

I grandi Champagne, Cava, Trento Doc, Oltrepò Pavese Docg e Alta Langa Docg, ed i migliori Franciacorta Docg, che non sono tanti, ma ci sono, non si accontentano di un’unica dimensione, di una facilità di espressione commerciale, ma sono multidimensionali, complessi, ricchi di sfaccettature. Sono intriganti, sensuali, dividono l’opinione, possono piacere o non piacere e non hanno, come accade con il Prestige, lo scoperto disegno di piacere a tutti, di accontentare un gusto medio, quasi proseccheggiante, piuttosto mediocre.

Al che mi viene da chiedere, so già che il big boss, il super egocentrico, anzi, egolatra, Maurizio Zanella, mio ex amico (io l’ho considerato come amico dal 1984 sino allo scorso anno, lui????..), non risponderà, ma com’è possibile che Cà del Bosco abbia un modo di essere tanto schizofrenico, franciacortescamente parlando?

Da un lato la Maison di Erbusco esalta la Franciacorta, le non grandissime, ma reali possibilità della zona spumantistica bresciana con grandi “bollicine” come i Vintage Collection Dosage Zero, Satèn, Brut, Blanc de Noir, con la Cuvée Riserva Annamaria Clementi aspira a grandi cose, che non sempre passano dalle premesse/promesse alla realizzazione.

E dall’altro cosa fa? Con la cuvée Prestige diffonde, grazie ad un milione di bottiglie e all’insano potere mediatico di questa bottiglia,la cui presentazione con tanto di foglio arancione ripara luce (arancione questo foglio, arancione l’etichetta della volgare cuvée della Bellevue…) viene oggi copiata da altre aziendine franciacortine di valore davvero scarso, tipo Bersi Serlini, tanto per non fare nomi, l’immagine più banale, scolastica, elementare, quasi proseccheggiante, del Franciacorta Docg e della Franciacorta.

Siamo davvero sicuri, Signor Maurizio Zanella, che lei non soffra di un disturbo bipolare o della sindrome denominata Dottor Jekyll and Mr. Hyde?

Ah, già, mi scusi, lei in quanto milanista e grande frequentatore di tribune vip insieme al suo amico Galliani, è proprio come il pallonaro, in tutti i sensi, Neymar, che non è passato non da una squadretta come il Bbbbilan, ma dal mitico Barcellona al Paris Saint Germain per soldi: “non sono mai stato mosso dai soldi, non è mai stata la mia prima motivazione. Quello che cerco è la mia felicità e quella della mia famiglia. Seguo sempre il mio cuore”.

Certo… E a Berlusconi piacciono le tardone, Renzi non aspira a tornare a Palazzo Chigi, Farinetti non riesce ad arrivare a fine mese, e gli uomini facevano di tutto per incontrare Moana Pozzi solo per discutere con lei di filosofia morale e di angeologia

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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