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Degustazioni

Trento Doc Brut Salisa Villa Corniole

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La denominazione metodo classica italiana su cui puntare

Non bisogna essere dei maghi o dei fenomeni, ma semplicemente degli osservatori dotati di un minimo di esperienza e conoscenza per diagnosticare, a fine 2017, in tutta serenità, che la zona spumantistica metodo classico italiana in maggiore salute, e sulla quale i consumatori possono tranquillamente puntare già oggi e ancora maggiormente in futuro non è altro che quella del Trento Doc.

Non è difficile arrivare a questa conclusione se si considera lucidamente, sine ira ac studio, che con il riscaldamento globale o global warming, con il ripetersi di annate calde (il culmine è stato questo tropicale, pazzesco 2017, ma in precedenza ci sono stati 2015, 2010, 2007, 2003, 2000, 1997) e con i problemi di siccità, di caldo torrido, che si verificano abbastanza puntualmente nella zona spumantistica bresciana, come del resto in larga parte del vigneto Italia, la Franciacorta, che è largamente leader per numero di bottiglie prodotte (più del doppio rispetto al principale concorrente) dovrà giocoforza rivedere le proprie strategie per il futuro.

E per risolvere i propri problemi, legati a vendemmie sempre più anticipate, a uve che si cuociono, nei vigneti posti in larga parte in pianura o leggerissima collina, (verificati con i miei occhi 41 gradi in vigna ai primi di agosto, perfetti per un ipotetico Amarone della Franciacorta), a cali di acidità, a concentrazione eccessiva, a livelli alcolici elevati, ad un fruttato che vira sempre più spesso verso l’esotico, ad una carenza di freschezza, non basterà certo il cambio di disciplinare con l’autorizzazione all’utilizzo di un uva neutra, il cui unico pregio è l’acidità elevata, dell’Erbamatt, per un dieci per cento. Bisognerà seriamente considerare su tutta l’attuale estesa superficie vitata abbia caratteristiche adatte per la produzione di “spumanti” che abbiano caratteristiche di piacevolezza, di equilibrio, di eleganza, sufficienti.

Detto dei bresciani posti tra lago d’Iseo e Monte Orfano, e del progressivo emergere come ottimali zone un tempo considerate marginali come il nord est, gli areali di Monticelli Brusati, Ome, Cellatica, Gussago (dove si ottengono eccellenti Franciacorta come quelli di Colline della Stella, tanto per fare un nome a me particolarmente caro) le altre zone a denominazioni d’origine del metodo classico italiano attualmente non mostrano di poter essere dei seri competitor del Trento Doc.

La piemontese Alta Langa continua ad essere una piccola denominazione che non cresce non per la serietà degli intenti e la vocazione spumantistica della zona di produzione, ma perché le circa 700 mila bottiglie prodotte sono ancora una massa critica troppo limitata per poter aggredire l’intero mercato italiano e quelli esteri, e la conoscenza e la diffusione, con qualche piccola eccezione a parte, continuano ad essere piemontesi. Se poi si aggiunge che fuori dalla Docg crescono il numero di spumantisti che non entrano in Alta Langa o perché non amano trovarsi accomunati a case spumantistiche di grandi dimensioni come Gancia o Banfi o perché il disciplinare non consente l’ingresso a chi lavora anche con il Nebbiolo, allora non si può che essere perplessi sulle prospettive future di sviluppo per la Docg piemontese.

Resta l’amatissimo Oltrepò Pavese, che avrebbe tutte le carte, 3000 ettari di Pinot nero dal lungo ambientamento nel territorio, un magnifico territorio collinare e alto collinare, potenzialità infinite. Ma che, alla resa dei conti, per problemi più psicologici e culturali che viticoli, per una questione di mentalità che rende quasi impossibile ragionare in termini di squadra, di gruppo, per un provincialismo endemico di fondo, non riesce a fare il salto di qualità che avrebbe tutte le possibilità di spiccare. E che tutti speriamo, da anni e anni, faccia.

Resta il Trento Doc dunque, con i suoi circa 8 milioni di bottiglie, una cinquantina di soggetti produttivi, una superficie vitata dove prevale nettamente lo Chardonnay sul Pinot nero, e soprattutto un terroir dove i vigneti di collina, di alta collina e di montagna, bilanciano quelli di pianura o bassa collina. E dove “l’azionista di maggioranza”, ovvero Ferrari, da qualche anno non acquista uve dai conferitori, che arrivino da vigne poste dai 400 metri di altezza in su.

E se il global warming imperversa, le estati diventano torride, le basi acide rischiano di cadere, in Trentino si può tranquillamente salire in altezza, anche sino ad 800 metri, mentre in Franciacorta…

Basta degustare uno qualsiasi dei migliori, e sono ormai tanti, Trento Doc, per cogliere quella freschezza, quel nerbo, quella vivacità, quella coda lunga e quella sapidità, quella piacevolezza dinamica e non statica, bloccata, che dovrebbe essere il carattere distintivo di ogni metodo classico, che sia l’inimitabile modello della Champagne o le zone da vini a rifermentazione in bottiglia italiane.

E la cosa bella, da sottolineare con vigore, anche se il timore che l’endemica vocazione del Trentino alla polemica intestina, allo strapotere, a volte tracotante e intollerabile delle cantine sociali (vedi il recente caso dell’ormai ex direttore della Cantina Sociale Mori Colli Zugna Luciano Tranquillini licenziato perché sgradito ai piani alti a Ravina di Trento) possa ostacolare l’evoluzione, è che Trento Doc, numeri a parte, non è più ormai solo Ferrari. Ma é chiaro a chiuque che sia sinonimo di una ricca e multiforme serie di piccoli, antichi e nuovi protagonisti, che vanno a comporre uno scenario vivace, diversificato, originale.

Una mia recente degustazione di 75 Trento Doc fatta, alla cieca, a Trento è stata entusiasmante per il numero, mai riscontrato in passato, di vini di eccellente qualità. E anche un più recente assaggio, fatto a Milano durante un banco AIS di Trento Doc, dei vini di Rotari, una potente azienda cooperativa che, bontà sua, non presenta mai campioni ai miei tasting, mi ha mostrato una qualità onesta e affidabile, anche se non certo eccelsa, delle loro bollicine.

L’ultima scoperta, in ordine cronologico, di un Trento Doc da segnalare alla vostra attenzione l’ho fatta questo lunedì a Milano, partecipando ad uno dei masterclass, quello dedicato a cinque fiammeggianti Champagne, organizzati nel corso di quella vivace manifestazione che è stata Wine Days, organizzata da Alessandro Torcoli direttore di Civiltà del bere.

Dopo aver degustato, presentati con superbo professionismo da un campione del mondo dei sommelier vero come Paolo Basso e  per fortuna non dalla Wanna Marchi del sommelierismo da circo che ha imperversato, ahinoi, durante la Modena Champagne Experience, cinque strepitose cuvée de prestige di Champagne quali:

Duval-Leroy – Femme de Champagne Grand Cru Brut NV
Perrier Jouët – Belle Epoque 2008
Bruno Paillard – N.P.U. Nec Plus Ultra 2003
Dom Pérignon – P2 Vintage 2000
Bollinger – R.D. 2002

Era normale prevedere che chiunque avesse cervello e palato e senso della grandezza non potesse avere cuore e incoscienza per degustare, subito dopo, un qualsiasi metodo classico italiano.

Il sottoscritto, anche se letteralmente ammaliato, conquistato, soggiogato dalla stupefacente armonia, dalla “insolenza dell’armonia”, del Plénitude, del P2 di Dom Pérignon, uno Champagne che non ha solo un prezzo, ma una qualità lunare, incuriosito dalla visione di un’etichetta di Trento Doc che non conoscevo, non ho potuto astenermi dall’effettuare l’assaggio.

Così facendo ho scoperto che il Trento Doc Salisa di Villa Corniole, azienda posta a Verla di Giovo creata da Onorio e Maddalena Pellegrini e oggi condotta con le loro figlie Sara Linda e Sabina (dalle loro iniziali il nome del vino) merita attenzione da parte degli appassionati di bollicine. Non conosco i vini fermi da loro prodotti, una gamma che comprende Müller Thurgau, Chardonnay, Pinot grigio, Gewürztraminer, Teroldego, Lagrein, l’uvaggio bianco Kroz (Chardonnay e Müller Thurgau), il Cimbro Rosso (Lagrein Teroldego), ma questo Blanc de Blancs da Chardonnay da vigne pergola trentina semplice e Guyot situate in Valle di Cembra a 500 metri di altezza su terreno calcareo, un terroir dove si riescono ad ottenere uve ben mature con ancora un elevato tenore acidico.

 

Parlando con il giovane Mattia Clementi, enologo della cantina nonché presidente del Comitato Mostra Valle di Cembra, ho scoperto cose interessanti. Ad esempio che intenzione di Villa Corniole era creare “un Trento Doc dal carattere montano: quindi uve di Chardonnay coltivate in montagna sulle pendici del Monte Corona su suoli calcarei, grandi sbalzi termici dovuti all’Ora del Garda che sale e riscalda di giorno e le correnti fredde che scendano dalla Valle di notte per inversione termica, esposizione ad ovest che favorisce una lenta maturazione e ci permette così di avere parametri chimici da base spumante di grande durata ma soprattutto, cosa che più ci differenzia da altre zone, di avere allo stesso tempo una vera maturità della buccia che conferirà poi note più complesse al nostro vino base”.

E quindi, “per esaltare questa diversità della base abbiamo scelto di incidere il meno possibile (che è poi la nostra filosofia su tutta la gamma aziendale): non svolgiamo quindi la fermentazione malolattica o in piccolissima parte in base alle annate (max 5 / 7%), utilizziamo pochissimo legno (10 / 12% circa) e con una parte di non tostato, poniamo grande attenzione alla rifermentazione per non “bruciare” quelle sensazioni così particolari della base o non coprirle con croste di pane troppo evidenti. E poi una liqueur d’expédition che si limita alla sola aggiunta di zucchero. Il dosaggio peraltro, è molto basso (3.9 g/l) per un Brut, soprattutto se teniamo conto dell’altissima acidità (7.3 g/l dopo sboccatura), ma l’equilibrio è frutto della diversa maturazione delle uve e quindi della sensazione totalmente diversa dell’acidità rispetto allo stesso valore ottenuto da uve con buccia meno matura”.

Clementi mi ha poi detto che la bottiglia che avevo assaggiato “è una sboccatura di aprile, in commercio da poco in quanto preferiamo far riposare qualche mese dopo il dégorgement”.

Siamo sicuramente alle prime armi nella spumantizzazione (prima vendemmia 2009) ma ci mettiamo veramente tanto impegno e amore, nella speranza che la nostra piccola produzione (nell’annata 2013 abbiamo prodotto 4000 bottiglie di brut e 1000 di dosaggio zero che al momento non è ancora in commercio) possa rappresentare e raccontare il nostro territorio della Valle di Cembra, così bello e dal grande potenziale ma anche così difficile”.

Ci aggiungo altri dettagli tecnici, ovvero che la vinificazione avviene dopo “un’accurata selezione manuale delle uve, pressatura soffice dell’uva intera, con utilizzo del solo mosto fiore. Fermentazione e affinamento in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata e lungo affinamento sui lieviti per 3 anni in cantina interrata, per spiegare come il Salisa mi sia piaciuto e mi abbia pienamente convinto anche dopo aver delibato cinque Champagne paradisiaci.

Il colore è quello paglierino scarico, trasparente, con sfumature verdoline, degli Chardonnay trentini di montagna, il perlage abbastanza sottile e continui e i profumi sono all’insegna della fragranza, della freschezza, con mela gialla e fiori bianchi in evidenza, leggeri tocchi di mandorla, una bella nota salata e pietrosa che sarà poi il carattere distintivo anche al gusto e che segnerà il finale mediamente lungo e persistente, incisivo, di bella tensione e dinamismo.

Un Trento Doc che si fa apprezzare, tanto più che si tratta di un Brut, per il basso dosaggio degli zuccheri, per il nerbo, l’energia, senza essere tagliente come certi Extra Brut o Pas Dosé che piacciono ad un estremista delle bolle come me, ma non è detto piacciano a tutti. Un vino che senza avere nessuna traccia di piacioneria sono persuaso possa piacere a tanti e farsi apprezzare e bere, come aperitivo, su antipasti leggeri, primi piatti e secondi a base di pesce (io lo vedrei bene anche con una trota di torrente). Ovviamente tenendo sottofondo questo ineffabile Forellen Quintett di Franz Schubert…

Villa Corniole 
Tel. +39-0461-695067
Cell. +39-347-5860178
Via al Grec’ n. 23 Frazione Verla
38030 Giovo (TN) Italy
Email info@villacorniole.com 
http://www.villacorniole.com/

Attenzione!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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