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My Wine Notes

Discussioni

In Oltrepò Pavese un messaggio sul vino pirandellianamente contraddice l’altro…

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Cruasé o VSQ Rosé? Uno, nessuno, centomila…

Prima di tornare ad investirvi, come ho fatto nei giorni scorsi, con una pioggia di “bollicine” metodo classico, che farei prima a chiamare “bulles”, visto che in larga parte sono francesi, permettetemi una rapida incursione, purtroppo a base di parole ma conto di proporvi presto una valida bottiglia della zona, nell’amata terra oltrepadana.

Il discorso che voglio proporvi è quello relativo alla percezione che del proprio essere, del proprio modo di produrre, della propria identità vitivinicola, che l’Oltrepò Pavese ed in particolare l’Oltrepò che disponendo di 3000 ettari di Pinot nero (mica bruscolini…) produce metodo classico.

Lo spunto mi è venuto da un ampio servizio, annunciato da un titolo un po’ fuorviante in copertina “Bollicine Quali bere e perché” apparso sul numero di dicembre di una benemerita rivista La Madia, che continua a resistere e ad avere una pregevole versione cartacea. Che con questi chiari di luna è già un miracolo.

Il numero comprende un’ampia sezione dedicata alle “bollicine”, che dopo una parte introduttiva dedicata alla “differenza tra metodo classico e metodo Charmat”, che poi almeno in Italia dovremmo abituarci a chiamare metodo Martinotti, comprende una quindicina di pagine dedicate a territori e aziende del panorama metodoclassicista italico.

Tre meritorie pagine, firmate da Marco Tonelli, dedicate agli strepitosi metodo classico, Sorbara e non solo, realizzati da quel genio di Christian Bellei a Bomporto, ovvero presso l’ottima Cantina della volta, (la mia ultima visita, in ottobre, è stata da sballo…), quindi due doppie pagine dedicate ad aziende, direi piuttosto di second’ordine, almeno dal mio punto di vista, della zona spumantistica bresciana il cui nome non ricordo mai, e poi, separate e non poste una di seguito all’altra, due doppie pagine dedicate la prima all’Oltrepò Pavese “anima agricola della Lombardia”, e la seconda ad un’azienda indubbiamente leader come Monsupello.

Nella prima, guardate nella foto a destra, appare un bel box , con tanto di foto di bottiglie accatastate a riposo in cantina, riservato al Cruasé, ovvero l’Oltrepò Pavese metodo classico a base Pinot nero in rosa, definito “il “brand” portabandiera del territorio”.

Nella seconda doppia paginata, invece, viene giustamente celebrato, è ottimo e io più volte ne ho scritto, con tanto di titolone di apertura, “il Rosé di Monsupello”, il Pinot nero metodo classico Brut Rosé VSQ della famiglia Boatti.

E difatti l’ottimo Rosé, qui ne scrissi quattro anni orsono, non è, per scelta aziendale, anche avrebbe tutti i titoli per esserlo, un Cruasé, ma un semplice VSQ, che rinuncia anche alla denominazione Oltrepò Pavese.

La giornalista che ha scritto del Rosé di Monsupello, Antonietta Mazzeo, ha fatto bene. Ha scelto quella che forse è davvero oggi l’azienda simbolo della qualità oltrepadana, ha concentrato l’attenzione su un ottimo metodo classico, forse il migliore Rosé prodotto nella terra del Salame di Varzi, del miccone e di tanti “zucconi”. E altrettanto bene ha fatto il Consorzio nel designare il Cruasé, purtroppo più come un sogno che come una realtà, temo che resterà invece solo un’utopia.. come “il “brand” portabandiera del territorio”.

Ma esternamente quale immagine si trasmette della terra oltrepadana, la più vocata zona spumantistica lombarda, per valore territoriale, per variegata ricchezza di terroir, per peculiarità geologiche e pedoclimatiche, ed in particolare dell’Oltrepò che produce, dal Pinot nero, i metodo classico Rosé?

Un’immagine contraddittoria, dove un messaggio contraddice e rischia di annullare l’altro. E’ la terra del Cruasé, sarebbe la terra del Cruasè, del metodo classico a base di Pinot nero e della sua designazione in rosa. Ma è, allo stesso tempo, la terra dove il miglior rosé metodo classico evita di presentarsi al pubblico come Cruasé. Così come fanno purtroppo anche altri, chi scegliendo di fare come Monsupello e dunque optando per il VSQ e chi invece presentando le proprie bolle rosa come Oltrepò Pavese Pinot nero metodo classico Rosé.

Si potrà obiettare che l’Alta Langa riguarda ancora poche bottiglie e un numero limitato di aziende, ma da loro i Rosé sono tutti Alta Langa Rosé. E così nel caso dei, non tantissimi, Trento Doc Rosé. E soprattutto, bisogna riconoscerglielo, della zona spumantistica bresciana, dove tutti i metodo classico in rosa portano la dicitura Franciacorta Rosé.

Ma ve l’immaginate una Champagne dove domani, “presi per incantamento”, come Dante Alighieri, Lapo Gianni e Guido Cavalcanti, oppure folgorati sulla via del Rosé, l’universo champenoise decidesse di dividersi e una parte continuasse a proporre, come fanno strepitosamente Billecart-Salmon, Ruinart, Deutz, Laurent-Perrier (ho citato al volo i primi nomi di Rosé leggendari che mi vengono in mente…) e tutti gli altri le proprie bulles en rose come Champagne rosé e una parte, pour imiter les italiens, scegliesse di proporsi come Champagne Cruasé o VSQ Rosé tout court puntando sul marchio aziendale che potrà essere fortissimo finché vuoi è sempre e solo un marchio e non esprime un territorio intero e un mito collettivo?

Sicuramente questo in Champagne questo, a meno che i francesi impazziscano, non accadrà mai. Nella terra dei cachi (o dei macachi?) ovvero l’amato Oltrepò Pavese, questa è la triste, confusa, malinconica, tragicomica (per dirla con Ennio Flaiano la situazione è grave, ma non è seria) realtà…

Vi saluto, vado ad ubriacarmi di Cruasé…. Con la fatica che si fa a trovarlo mi toccherà restare lucido…

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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8 Commenti

8 Commenti

  1. Sim

    14/12/2017 at 15:23

    “Monsupello”, che conosco per fama ma purtroppo non ancora per “papilla gustativa”, sembra seguire un altro brand di successo quale “Ferrari”, che evita accuratamente di chiamare trento doc le proprie bolle. Ma se , esclusivamente a sensazione personale, mi son convinto che la scelta di quest’ultimo sia per puro snobismo, pare quasi che Monsupello scelga di differenziarsi per non venire coivolto nell’altrui confusione qualitativa nella giustificata paura di esserne trascinato verso il basso…Magari no, rimane comunque la mia sensazione…

    • redazione

      14/12/2017 at 15:47

      Conosco da tanti anni Monsupello, tanti, ricordo che scrissi persino un pezzo su di loro sulle gloriose pagine Agroindustria del mercoledì su Il Giornale, quando direttore era ancora Indro Montanelli.
      Ho avuto la considerazione dell’indimenticabile Carlo Boatti e credo di avere ottimi rapporti con la famiglia: la Sciura Carla, i figli Pierangelo e Laura.
      E con il bravissimo enologo, cantiniere, deus ex machina, un tesoro di collaboratore, Marco Bertelegni.
      Amo i vini di Monsupello, che forse sono troppi, come ho più volte loro detto, ma sono tutti buoni. E considero i loro metodo classico tra i migliori, forse i migliori in assoluto, dell’Oltrepò. Con un’unica eccezione, i “vins de garage” del caro amico Gianluca Ruiz De Cardenas.
      Queste condizioni mi consentono, come ho già fatto altre volte, di poter parlare con assoluta franchezza con loro e dire che non condivido la loro scelta di non adottare il nome Cruasé per il loro ottimo metodo classico Rosé, e di scegliere, anche per altre cuvée, il VSQ.
      Escludo che lo facciano con le stesse identiche intenzioni che, forse, guidano la famiglia Lunelli proprietaria delle Cantine Ferrari di Trento, che molto spesso, nelle interviste, si dimenticano di ricordare che le loro ottime bollicine sono Trento Doc.
      Ma lo fanno. E questo, come ho già anticipato loro, mi porterà alla dolorosa rinuncia a presentare il loro Rosé in una degustazione di metodo classico in rosa che condurrò, nei prossimi giorni potrò essere più preciso, che alcuni mesi, in un contesto ben noto e importante. Voglio schierare bollicine a denominazione d’origine e non posso fare eccezione per un VSQ….

      • Riccardo

        15/12/2017 at 09:16

        Come avevo già avuto occasione di far notare non esiste un solo motivo logico che debba spingere Monsupello a usare la DOCG se non la mera filantropia.
        Produrre un vino DOCG, oltre a maggiori costi comporta una serie di lavoro in più non trascurabile per il produttore, soprattutto di carattere burocratico. Se a fronte di questo c’è un tornaconto d’immagine, come capita per tante denominazioni importanti ben venga, ma in questo caso cosa darebbe la parola “cruasé” in più a un’etichetta di Monsupello, se non appunto l’onere (e purtroppo non l’onore) di essere DOCG?

  2. Sim

    14/12/2017 at 17:04

    In effetti , a livello di etichetta, trentodoc è presente,excusez-moi! Grande notizia…degustazione in rosa…Open?!

    • redazione

      14/12/2017 at 18:50

      da settimana prossima potrò essere più preciso circa il Rosé bubbles tasting…

  3. Ivano

    15/12/2017 at 09:13

    Buongiorno.
    In tema di bollicine trentine, anche il Brut Rosè di Pojer e Sandri non esce come Trento Doc.

    • redazione

      15/12/2017 at 11:46

      Lo so bene, è una scelta che il mio amico Mario Pojer ha fatto da sempre.

  4. Gianluca

    19/12/2017 at 18:55

    Oltre a ringraziarti per la benevola menzione, ti ricordo i motivi, che già ti dissi anni fa, per i quali non utilizzo Cruasè. Anche i miei Spumanti sono VSQ dal momento che sono in aperto disaccordo con le DOCG OP. L’ imposizione di proporzioni fisse per le uve consentite, con una palese preferenza per il pinot nero, unica tra tutte le zone spumantistiche, inclusa la Champagne, costituisce un’ inutile vincolo per i produttori che non possono utilizzare gli accostamenti desiderati. Il fatto che l’ OP sia un grande produttore di pinot nero (ma la Champagne lo è molto di più) non è un motivo per obbligare i produttori ad utilizzarlo se hanno altre preferenze tra le uve consentite, ad esempio per lo chardonnay. Su 5 miei Spumanti 2 sono Blanc de Blancs, in barba ai disciplinari OP, e già questi non possono essere DOCG. Altro motivo di disaccordo è dato dai tempi assolutamente inadeguati di elevazione sui lieviti: 15 mesi sono poco più di quanto ottenibile col metodo Martinotti e non danno una netta connotazione al Metodo Classico. Quindi non solo non utilizzo la menzione Cruasè, ma neppure la DOCG, cosa che a quanto pare non impedisce ai miei prodotti di essere apprezzati, sia pure con i limiti di diffusione che la mia qualifica di “garagista” mi impone.

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