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My Wine Notes

Oltrepò Pavese

I grandi metodo classico oltrepadani di Gianluca de Cardenas

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Piccoli gioielli per amateurs des vins de qualité

Dici Oltrepò Pavese e ti prende un sentimento duplice. Da un lato, e come potrebbe essere diversamente?, l’amore per quelle colline meravigliose, per quei paesaggi unici che non hanno nulla da invidiare, negli scorci più belli, il paesaggio della Bourgogne o della Langa del Barolo. E dall’altro, e come potrebbe essere diversamente?, un sentimento di irritazione misto a noia, delusione, rabbia, pensando a come questa zona bellissima, la più bella zona vinicola di Lombardia (la Valtellina costituendo un caso a sé) non ha ancora saputo, ed il discorso è vecchio, trito, ritrito, trovare il modo di valorizzare tutte le risorse di cui Madre Natura l’ha notata.

Vai all’estero, entri in un’enoteca a Londra, scorri le carte dei ristoranti, e la voce Oltrepò fa registrare invariabilmente un “ non pervenuto” che fa girare le scatole, come se accanto a vini di ogni zona d’Italia che riescono a trovare la propria nicchia di mercato, qualche mister Smith o Dupont o Schmidt o Yamaka che se ne innamori e voglia farsene ambasciatore, non ci potesse essere spazio per i non moltissimi, ma nemmeno pochi vini oltrepadani, che quanto a qualità non hanno nulla da invidiare a nessuno.

Penso ad alcune aziende, non le cito, perché non voglio dimenticare nessuno e perché in fondo non vedo perché dovrei far loro pubblicità, visto che nei fatti loro dimostrano che di quello che penso e scrivo se ne fregano altamente…, che con i loro metodo classico, i migliori Oltrepò Pavese Rosso e Rosso riserva, qualche Riesling, naturalmente renano, non l’italico che è ancora dominante tra i vigneti.

E poi qualche Pinot nero, che ovviamente hanno uno stile profondamente diverso da quello altoatesino ed un carattere terroso e “de garde” che dovrebbe renderli più appealing ad un palato formatosi sui grandi vins de Bourgogne, potrebbero fare ottima figura e contribuire non dico ad elevare, ma a dar segno dell’esistenza di una zona che nelle analisi fa sempre la figura della Bella Addormentata, dell’eterna promessa. Non mantenuta. Dell’illusione che rimane tale..

E allora penso ad una persona, preferisco definirla così che personaggio, perché tale lui non è e non ha mai voluto esserlo, che seppure giunta all’età della saggezza, condizione che lui ha conosciuto anche quando era molto più giovane, seppure consapevole del problema che l’operare in quella zona necessariamente comporta. Perché l’Oltrepò Pavese non ha l’immagine flamboyant (più fumo, ben presentato, che arrosto) della zona spumantistica bresciana, e nemmeno quella del Trentino, ma continua a lavorare con tenacia nelle sue vigne e nella micro cantina di Casteggio, forte di un’idea di qualità dalla quale la maggior parte dei suoi colleghi non sono nemmeno sfiorati. Ma una qualità che è possibile, altrimenti i vini, i Pinot nero, i Vigna Brumano e Vigna Miraggi ed i metodo classico di Gianluca Ruiz De Cardenas sarebbero un’illusione e non una splendida, anche se piccola e artigianale, dilettantesca (nel senso di qualcosa che arreca diletto, che suscita piacere) realtà.

Chi sia Gianluca Ruiz De Cardenas, persona sulla quale non ho sentito mai nessun altro produttore oltrepadano spendere una sola parola che non fosse di ammirazione o di stima, è presto detto. Un gentiluomo d’antico stampo, un borghese illuminato, un Gran Signore milanese che ha guidato per anni una piccola industria metalmeccanica (di cui ora si occupa un figlio) e che parallelamente al lavoro ha sviluppato, avendone la cultura e i mezzi, la passione per i grandi vini francesi. Che naturalmente non potevano essere, per un uomo come lui, che Champagne e i grandi Pinot noir de Bourgogne.

Così, in silenzio, con tenacia, con la mente aperta di chi sa osservare, ascoltare, capire, Gianluca si è dapprima assicurato, a partire dal 1979, alcuni piccoli vigneti, in totale sono cinque ettari, a Casteggio, la vigna Brumano e la Vigna Miraggi tutte a Pinot nero da vini rossi, la Vigna Galanta a Torricella Verzate, coltivata a Chardonnay e Pinot nero per basi spumante, e la Vigna le Moìne a Oliva Gessi, a Pinot nero per vini rossi.

Dai primi anni Ottanta, come racconta sul suo sito Internet, produce il suo “primo Pinot Nero è del 1981 e all’epoca suscitò stupore in zona, dal momento che la sua vinificazione in rosso era sconosciuta”. Parliamo del 1981 e non del Paleolitico inferiore… Ed in seguito, a partire dal 1985, “vinifico separatamente alcuni vigneti (cru) per valorizzare la complicità tra piccoli “terroir” ed il vitigno”. Con grande ironia sottolinea “sopravvivo con introiti diversi, l’Azienda è senza fini di lucro” e quindi De Cardenas ha sempre potuto permettersi di non accettare compromessi, e di compiere unicamente le scelte che lo convincessero.

Da milanese la scelta dell’Oltrepò per produrre i propri vini è dettata dalla comodità, dalla disponibilità storica di Pinot nero, non senza qualche perplessità che De Cardenas esprime così: “da Milano, dove sono nato e risiedo, mi domandavo perché l’Oltrepò, pur vocato alla vite, desse prodotti dozzinali, con poche eccezioni. Da allora ho capito che il territorio non basta: è l’iniziativa degli uomini a fare la differenza, come insegna la storia di altre regioni ed altri paesi”. Il che spiega tante cose e accenderebbe chissà quante altre discussioni.

Produce Pinot nero dal 1981, dicevo, e questa scelta gli “consente di avere un archivio di Pinot Nero, unico in Oltrepò e credo in Italia, di tutti millesimi fino ad oggi”. Ho diverse volte avuto la fortuna di assaggiare qualche suo vecchio millesimo ed i risultati, come ho raccontato qui, sono stati sempre emozionanti…

Altre volte su questo blog ho cercato di raccontare quale “dilettante di genio”, quale amateur di sopraffino gusto sia De Cardenas, ad esempio qui e poi ancora qui. Bollicine, le sue, realizzate (con la consulenza tecnica di una “vecchia volpe” come Cesare Ferrari, un altro che di metodo classico ha storicamente dimostrato di capirne e di Roberto Gerbino per i rossi…), che seguono un’ispirazione ed un istinto tutto personale e quella cosa che si ha o non si ha, il buon gusto, il palato giusto, l’esperienza, la cultura ed il savoir faire affinato nel corso di decenni di consuetudine con i grandi vini.

Ed i suoi vini spesso finiscono nelle carte dei vini di ristoranti prestigiosi, come Da Vittorio oppure quelli dell’ubiquitario chef Enrico Bartolini, che ha un passato oltrepadano. Oppure altri, meno blasonati, ma che detto inter nos, a me piacciono di più come il Ristorante Fiorenza o il Ristorante Olei, entrambi a Milano.

Con Gianluca ci siamo ritrovati recentemente, perché l’amico, che, dimenticavo di dire è anche un grande appassionato di Musica, di opere liriche, di regie di opere liriche, che cerca di seguire in giro per l’Europa, voleva farmi assaggiare le sue ultime creazioni con le bollicine, vini in controtendenza rispetto al trend oltrepadano che vede dominare il Pinot nero, perché in gran parte, se non interamente, a base di Chardonnay. Un termine che mette i puristi oltrepadani in agitazione.

E anche questa volta, seppure la nostra degustazione avvenisse in un periodo in cui ho degustato / bevuto molti Champagne e quindi avevo il palato abituato a determinati livelli qualitativi, i suoi “spumanti” hanno fatto centro. E mi hanno, come sempre, pienamente conquistato.

Abbiamo iniziato con il suo Blanc de Blanc Extra Brut, Cuvée Armonia, a base di Chardonnay della vigna Galanta, sboccatura settembre 2017, affinamento sui mesi minimo di 36 mesi, colore paglierino oro squillante, bel perlage sottile, dai profumi intensi, ma freschi, di frutta gialla, miele, frutta secca, a comporre un insieme fragrante, ampio e ben delineato. Attacco in bocca avvolgente, cremoso, saldo, con un ritorno in retrogusto di frutta secca, mandorle in particolare, molto verticale nel suo sviluppo, croccante, nervoso, di facile approccio, nonostante la sua struttura importante e la sua pienezza. Nella mia valutazione sono 8.5-9 stelle.

A proseguire il Brut Nature Pas Dosé Grand Cru, 60 mesi di affinamento, sboccatura marzo 2017, Chardonnay in purezza sempre dalla vigna Galanta, vinificazione con fermentazione in fusti di rovere francese. Colore paglierino vivace, naso compatto, complesso, maturo, di ampia tessitura, con frutta gialla in evidenza, frutta secca, uno spiccato carattere salato, una grande energia che deve ancora svilupparsi in pieno, ma mostra già il suo potenziale. La bocca è larga e piena, decisa, il gusto ben secco, asciutto, ben teso e dinamico, l’andamento verticale, sapido e molto persistente, anche se il Brut Nature Pas Dosé Grand Cru riempie la bocca, fa sentire quanto sia strutturato e importante, molto sapido nel finale. Un metodo classico da abbinare tranquillamente a carne più che da pesce, anche se con il suo carattere è in grado di reggere qualsiasi abbinamento. Nella mia valutazione sono 9 stelle.

Infine il gioiello di Gianluca, qualcosa di cui mi parlava orgogliosamente da tempo e che finalmente ho potuto degustare, un Grand Réserve Brut Nature 2006, sboccatura del marzo 2017, affinato qualcosa come 10 anni sui lieviti, una cuvée, prodotta in piccoli numeri, composta per il 72% da Chardonnay e per il 28% da Pinot nero.

Un metodo classico dalle grandi ambizioni ma che alla prova dei fatti, pardon, alla prova bicchiere, si rivela straordinariamente piacevole, fresco, vivo, in perfetta forma, come se i dieci anni di affinamento non gli avessero fatto “un baffo”, anzi avessero duplicato le sue energie.

Paglierino oro intenso, brillante, luminoso, perlage sottile e continuo, si propone subito con un “naso” magnifico, di sorprendente freschezza aromatica, ricca di sfumature, fragrante, sapida, con note di fiori bianchi, agrumi, un tocco di ananas, di mandorle e torrone a dominare, con eleganza e armonia, con una grande pulizia e integrità.

La bocca è ampia, larga, piena, di salda struttura e grande profondità, voluminosa sul palato eppure lunga, persistente, verticale, di gran nerbo acido, avvolgente e cremosa, con una grande armonia ed equilibrio tra frutto, acidità e sale. Un metodo classico oltrepadano tra i migliori in assoluto che abbia avuto mai modo di degustare. Un piccolo capolavoro. Nella mia valutazione sono 9 stelle e mezzo, con lode.

Un giovanotto di 10 anni, in piena forma come quel gran Signore d’altri tempi che è Gianluca Ruiz De Cardenas…

Ruiz De Cardenas
Strada delle Mollie 35 frazione Mairano Casteggio PV
tel. 0383 82301 fax 02 40094322
E-mail: vini@ruizdecardenas.it
sito Internet http://www.ruizdecardenas.it/

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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