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My Wine Notes

Degustazioni

Trento Doc Rosé 1673 2011 Cesarini Sforza, buono ma…

Pubblicato

il

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8.5


Si può e si deve fare di più in termini di eleganza e freschezza…

Anche in Trentino, nell’area del Trento Doc, come nelle altre denominazioni, aumenta, visto che in Italia si assiste ad una duplice tendenza/moda, quella degli “spumanti” (metodo Martinotti / Charmat o metodo classico) e dei vini rosati, è in leggero aumento, rispetto al recente passato, il numero dei produttori che si dedica alla produzione, molto ardua, di metodo classico rosé.

Non siamo ancora di fronte al fenomeno che ha investito la zona spumantistica bresciana, dove nonostante non dispongano nemmeno di 500 ettari vitati a Pinot nero, tutti o quasi producono almeno un Rosé, e forse tutto sommato le cose vanno meglio che in Oltrepò Pavese, dove a rivendicare la tipologia Cruasé sono quattro gatti e forse i migliori Rosé si presentano solo come VSQ, però temo che in Trentino debbano ancora chiarire bene le idee su cosa significhi produrre un metodo classico Rosé.

Intendo cioè dire due cose: che mentre sull’uso dello Chardonnay sono maestri, come dimostrano molti eccellenti Trento Doc Blanc de Blancs, sull’uso corretto del Pinot nero devono ancora affinare una maggiore sensibilità e capire una cosa fondamentale, che non c’è Rosé metodo classico degno di questo nome che non sappia coniugare armonicamente la potenza con l’eleganza. E che se si punta al primo aspetto, senza metterlo in sintonia con il secondo, i risultati non potranno mai essere pienamente soddisfacenti.

Se si aggiunge poi che, in taluni casi, uno clamoroso relativo alla nuova cuvée di un grande nome (ho lasciato trascorrere il periodo natalizio e penso sia ormai il tempo che dica la mia…), si ha talmente fretta di uscire con nuovi vini che non si lascia loro il tempo di maturare compiutamente in bottiglia, allora non c’è da stupirsi se qualcuno finisca col dire: non sono soddisfatto, si può e si deve fare meglio.

Mi ha fatto molto piacere che verso la fine del 2017 una delle aziende leader e più rappresentative del Trento Doc, la Cesarini Sforza, che dal 2001 fa parte di La-Vis, azienda nata nel 1974 per iniziativa di Lamberto Cesarini Sforza, erede di una nobile famiglia di origine parmigiana, che si trasferì nell’allora Principato Vescovile di Trento, assumendo importanti ruoli quali quello di Podestà, la guida della città, abbia pensato di farmi assaggiare un nuovo prodotto, un metodo classico Rosé millesimato 2011, con sboccatura 2017.

Anche se negli anni scorsi i miei rapporti con l’azienda non si può dire siano stati ottimali, non posso ignorare la realtà produttiva di Cesarini Sforza, la sua storia, il primo metodo classico elaborato nel 1976, il primo Rosé datato 1985, da uve di Pinot Nero coltivate sulle colline della Valle di Cembra, e poi la prima Riserva Aquila Reale nata nel 1986 e prodotta utilizzando solo uve Chardonnay coltivate sopra i 500 metri di altezza, con una scelta che oggi appare obbligata visto il global warming, ma che all’epoca aveva del temerario. E non posso non considerare l’impegno dedicato al Trento Doc, che comprende una gamma molto ampia di vini.

Il nuovo Trento Doc Rosé millesimato, il Trento Doc Rosé 1673, va ad affiancarsi ad un altro Trento Doc Rosé, il Cesarini Sforza Brut Rosé che vede dominare con l’85% lo Chardonnay, ed una quota solo del 15% di Pinot nero, uve provenienti dalle Colline Avisiane (a nord di Trento), da Valle di Cembra e Valsugana. Affinato da 24 a 36 mesi sui lieviti.

Questo Trento Doc Rosé millesimato ha altre ambizioni, nasce “dalla lavorazione di piccolissime partite di Pinot Nero provenienti dalla Valle di Cembra, selezionate in siti vocati a questa varietà”, è Pinot nero 100%, da vigne sia a Guyot che a Pergola semplice trentina poste da 450 a 600 metri di altezza poste su terreni sciolti fluvio-glaciali da disfacimento di rocce porfiriche, poco strutturati, sabbiosi, e la vinificazione prevede raccolta manuale, pressatura soffice di uve intere, fermentazione a temperatura controllata in serbatoi di acciaio inox, affinamento sulle lisi 8 mesi circa, rifermentazione in bottiglia, minimo 60 mesi di permanenza sui lieviti.

Però… Alla mia prova assaggio fatta qualche giorno prima di Natale questo Trento Doc Rosé 1673, annata 2011 non mi ha pienamente convinto, facendomi pensare che almeno sei mesi di permanenza in più in bottiglia prima della commercializzazione, gli avrebbero consentito di esprimersi meglio e di trovare quell’equilibrio che al momento manca.

Il colore è bello, un melograno rosa antico, il perlage è fine e di buona intensità e vivacità nel bicchiere. Inutile precisare essere, in perfetta sintonia trentina, l’Etoilé Sparkle Italesse, ideato dall’amico trentino Luca Bini, il naso elegante, profumato di frutta rossa, ribes e lampone, ananas, pan tostato, mandorla, profumi fini, freschi, di buona eleganza. La bocca viva, succosa, di buona consistenza fruttata e persistenza, larga e piena, ma ahimè, il Rosé non prende quota, rimane bloccato dalla sua struttura ampia e massiccia, manca di equilibrio e di quella leggerezza, di quell’esprit de finesse che rende unico, elegante, piacevolmente brioso, scintillante un Rosé metodo classico ben riuscito.

Ed un eccesso di vinosità, una pienezza non controllata, forse eccessiva, unita ad un’acidità molto evidente e sgrassante, fa sì che questo Rosé richieda abbinamenti sostanziosi, come un’anatra alle mele o all’arancia.

Insomma, come diceva quella canzone, si può dare (fare) di più…

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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1 Commento

1 Commento

  1. Oreste

    13/03/2018 at 10:19

    Perchè difficile pratica quella dello spumante rosé?
    Mi sembra più complicato e insidioso farne uno bianco da uve rosse…

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