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Degustazioni

Franciacorta Rosé Le Quattro Terre & Dosaggio Zero Colline della Stella

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Letto il mio articolo, non propriamente positivo, sul Trento Doc Rosé 1673 2011 Cesarini Sforza, qualche lettore mi ha scritto perplesso: “questo Trento non le va bene, critica spesso l’Oltrepò Pavese, non vuole sentir parlare di Franciacorta: si può sapere quali metodo classico Rosé italiani le piacciono?”.

Interrogativo legittimo, del resto sui Rosé prodotti con la tecnica della rifermentazione in bottiglia sono molto esigente, e anche in materia di Champagne, come leggerete presto, non mi faccio condizionare dal nome altisonante della Maison e se il Rosé non mi entusiasma io lo scrivo. Ma quello di quel lettore resta un interrogativo che presenta un piccolo errore di fondo. Il fatto cioè che io non voglia “sentir parlare di Franciacorta”. O che non intenda più scriverne.

Risale a due mesi e mezzo orsono, non un anno, il mio articolo entusiasta, sui metodo classico, made in Erbusco, della piccola “maison” Camossi, e anche se magari non le dedicherò più l’attenzione assidua che le riservavo in passato, quando Lemillebolleblog concentrava l’attenzione sui metodo classico italiani e quindi parlare della zona spumantistica bresciana, la più importante in termini di bottiglie prodotte e quanto a numero di soggetti produttivi, era ovvio e inevitabile, continuerò, quando ce ne sarà motivo.

Il che non vuol dire lasciar catturare dalle abile sirene delle pubbliche relazioni che le aziende produttrici di bollicine bresciane sanno tessere o farsi catturare da una deriva modaiola bresciano-milanese che può affascinare solo ingenui o dilettanti allo sbaraglio, ma, molto più semplicemente, segnalare al lettore metodo classico che abbiano un effettivo valore. Che valga la pena scegliere e bere.

Per rispondere alla domanda, anche se mantengo le mie perplessità su come diavolo riescano a fare a Erbusco, Borgonato, Adro e dintorni, con nemmeno 500 ettari di Pinot nero vitati, un grande numero di produttori bresciani ad uscire con dei Rosé (tanto più che a luglio il disciplinare di produzione del Rosé la scorsa estate è cambiato e la quota minima di Pinot nero indispensabile è passata dal 25 al 35%, con Chardonnay massimo al 65% e Pinot bianco al 50%, facoltativo l’Erbamat, nella misura massima del 10%), trovo che nella zona bresciana buoni Rosé metodo classico Docg non manchino di certo.

Ne citerò due su tutti, che sono profondamente diversi, il primo perché vede il Pinot nero concorrere a pari merito con lo Chardonnay, il secondo perché è un Pinot nero il 100%.

Sto parlando del Franciacorta Rosé 2013, sboccatura febbraio 2017, della bella azienda Le Quattro Terre dei fratelli Giorgio, Marco, Matteo Vezzoli Vezzoli, di cui scrissi in passato parlando dei loro Satèn, Dosaggio Zero 2009, Extra Brut Blanc de Blanc, fondata nel 2006 e dotata di un’elegante locanda agriturismo tra le colline di Cortefranca, dotata anche di un ottimo ristorante, una produzione intorno alle 50 mila bottiglie, 4 aree di provenienza delle uve, affinato per almeno 24 mesi sui lieviti, dosato, in quanto Brut a 7 grammi zucchero litro. Il Pinot nero da vigne poste in Bornato e lo Chardonnay da vigne in Adro.

Il colore è rosa scarico, tenero, e ricorda il colore del Rosé che una nota azienda di Erbusco in passato produceva (ed era un grande Rosé) prima che preferisse farsi notare per le etichette sgargianti dei vini che per la loro qualità, i profumi delicati, freschi, tutti fiori bianchi, rosmarino, ribes, di grande fragranza, con una morbida presenza del frutto al gusto, molto bilanciato, delicato, sapido, più largo che profondo, ma sempre all’insegna di una grande freschezza, di un grande equilibrio e armonia. Di una leggiadria che facilita e rende piacevole la beva.

E, per inciso, se il Rosé delle Quattro Terre è buono, altrettanto lo sono il Dosaggio Zero, di grande croccantezza e nerbo, la Riserva 2009, con sboccatura agosto 2016, verticale, profondo, sapido, il Satèn, dalla bellissima tessitura, morbido ma senza eccessi, ricco di sapore, in grado di riconciliarmi con una tipologia che assolutamente non amo.

Con il secondo Franciacorta Rosé ci spostiamo invece in quella zona est che per lungo tempo è stata considerata un’area marginale della zona spumantistica bresciana, ma che invece, soprattutto alla luce di estati sempre più calde e di conseguenti vendemmie anticipate, si sta dimostrando come la zona più indicata per fare fronte alle mutate condizioni climatiche. Anche perché qui, seppure non si sale in altezza come è possibile in Trentino, le vigne arrivano sino a 350 metri, spesso sono terrazzate e poste su calcare attivo perfettamente drenante, in grado di conferire grande mineralità e salinità ai vini.

L’azienda, di cui non perdo occasione, qui o a chiunque mi chieda quali aziende della zona spumantistica bresciana io stimi, di dire tutto il bene che penso, è Colline della Stella a Gussago, la cui storia “inizia alla fine degli anni novanta quando Andrea, poco più che ventenne, decide di recuperare alcuni vecchi vigneti terrazzati, abbandonati da anni, nel comune di Gussago, confine settentrionale della denominazione del Franciacorta. I primi frutti di un lavoro lungo e faticoso, portato avanti con il padre Francesco, vedono la luce nel 2002 quando, dai terrazzamenti rimessi a nuovo, si decide di lavorare nel segno del Franciacorta”.

Andrea Arici compie subito “una scelta coraggiosa e senza compromessi: produrre Franciacorta esclusivamente non dosati” ed i suoi vini, quasi come quelli di Faccoli, per citare un altro vignaiolo che spacca, le cui bollicine piacciono oppure lasciano perplessi, dividono. Perché sono profondamente incisivi, diversi da certi modelli discutibili di metodo classico bresciani che imperano.

Questo Rosé, da uve Pinot nero in purezza, da vigne terrazzate, da 150 a 350 metri di altezza, affinato 24 mesi sui lieviti e Dosaggio zero, a me piace e continua a piacere per la sua eleganza, per la tensione, il dinamismo, l’energia che lo animano, i profumi delicati e fragranti di ribes e lampone, per il nerbo salato, la verticalità, la persistenza lunga e piena di sapore, la magnifica beva e la capacità di reggere ed esaltare, a tavola, ogni abbinamento.

Fossero tutti così i Franciacorta Rosé, come quelli delle Quattro Terre, di Colline della Stella e di Camossi, non mi verrebbe di certo lo scrupolo di doverli distinguere da molti, prodotti in quella che penso sia giusto chiamare solo come la zona spumantistica bresciana

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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