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Champagne che passione!

Champagne Premier Cru Sélection Marc Hebrart

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il

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot noir, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


Vado subito al dunque : il punto centrale dell’articolo, oltre alla celebrazione dell’indiscutibile qualità di questo Champagne, che non è una cuvée de prestige, un top de gamme, una selezione speciale, come il primo Champagne della Maison Marc Hebrart di cui ho scritto due mesi orsono, l’Extra Brut Grand Cru Rive Droite Rive Gauche, ma “semplicemente” una Sélection come questo Rosé, è presto detto.

Se voi disponeste di 35-40 euro da spendere per una bottiglia di metodo classico, per una buona bottiglia da bere in compagnia, da gustare a tavola, da sbicchierare senza tante balle e senza cercare il pelo nell’uovo dividendo il capello in tre, da quale elemento sareste maggiormente attirati? Dal brand, mediatico, celebrato, visibile in ogni dove (ristorante, vineria, enoteca, wine bar, gastronomia, mi manca solo di avvistarlo in pasticceria o dal benzinaio e poi siamo a posto), di qualche “prestige-ioso” o “aranciato” metodo classico italiano, oppure dal trovare scritto in etichetta, anche se il nome della Maison non è dei più noti, il rassicurante termine Champagne?

Considerereste più premiante, rassicurante, in termini di qualità e d’immagine, scegliere un prodotto italiano, realizzato con la stessa tecnica della rifermentazione in bottiglia, più o meno con le stesse uve, che avesse come punto di forza la visibilità, il rappresentare “un must”, un prodotto à la page, visibile, molto noto, fighettino e modaiolo quanto basta, gradito, perché cuvée d’innegabile successo e con un certo appeal, ad un certo tipo di pubblico, oppure, fregandovene del potere del brand aziendale, vi sentireste più garantiti leggendo in etichetta Champagne e magari non Erbusco, bensì Mareuil-sur-Aÿ?

Se appartenete a questa seconda categoria, se pensate, come lo penso chiaramente io, che 32 euro per uno Champagne siano meglio spesi di altrettanti euro spesi per una cuvée base, con foglio paraluce arancione che la avvolge, della zona spumantistica bresciana, continuate a seguirmi.

Se pensate invece che il marchio, il brand, la riconoscibilità siano elementi più importanti, se credete che farvi vedere bere o regalare quel determinato tipo di cuvée vi qualifichi meglio, vi faccia apparire più importanti e meno “provinciali” di chi, non al passo con i tempi, continua a preferire Champagne, leggetemi lo stesso. Non si sa mai possiate ricredervi e tornare, esaurite le sbornie “modaiole”, sulla retta via, quella della qualità. Una via che sono in molti in Italia a seguire, perché, dati freschissimi sulle expéditions 2017, in Italia sono stati spedite 7.367.000 bottiglie, facendo del nostro Paese il settimo Paese esportatore a volume (con un incremento rispetto al 2016 dell’11,1%) ed il quinto a valore, con una crescita del 9,7%.

Intendiamoci, Marc Hebrart non è un nome scintillante e sfolgorante nel campo dello Champagne, è solo il nome, come ho già scritto, di una famiglia di propriètaires – manipulants, che producono solo dal 1963, dopo l’acquisto da parte di Marc Hebrart di una parte dei vigneti di proprietà dell’azienda Lanson. Dal 1997 il figlio Jean Paul si occupa dei 14 ettari di vigne indicativamente di 30 anni d’età, suddivisi in 65 parcelle e dislocati in diversi villaggi, 4 di questi sono classificati Prèmièr cru, Mareuil-sur-Aÿ, Avenay, Val d’Or e Bisseuil e gli altri tre, Aÿ, Chouilly and Oiry, nella Côte des Blancs, Grand cru”.

Il 30% delle vigne sono impiantate a Chardonnay ed il 70% a Pinot noir, e sono situate su terreni di diversa geologia: « craie du Campanien, calcaire du Lutétien, calcaire du Bartonien, sables du Thanétien, sables du Cuisien (Vallée de la Marne), argiles du Sparnacien, marnes du Lutétien, limons (Vallée de la Marne), calcaires durs épais, graviers de craie e craie à Bélemnites (Côte des Blancs) »,

Gli Hebrart si sono insediati a Mareuil-Sur-Aÿ, ai bordi della Marne dal 1960, sono membri dello Special Club Trésors de Champagne, club molto rigoroso nei suoi criteri, creato nel 1971 e composto da 28 artisans vignerons che danno particolare importanza al lavoro in vigna, dal 1985 e la loro produzione si aggira intorno alle 120 mila bottiglie, con un peso importante dell’export, l’80% (Regno Unito, Belgio, Giappone, Italia, Germania, Canada, Stati Uniti, Hong Kong, Giappone, ecc.) contro una quota di solo il 20% destinata al mercato francese.

E a questo punto entra in gioco il mio rapporto con questa piccola Maison, le cui cuvées ho potuto conoscere solo perché qualcuno in Italia, pur rispettando il lavoro delle case spumantistiche metodo classico italiche, ma pensando che Champagne in etichetta voglia dire ancora qualcosa per molti consumatori e offra tuttora garanzie di qualità importanti, ha pensato bene di fare una propria selezione nell’universo champenois.

Sto parlando di Marta Valentini, figlia del grande Francesco Valentini, e del marito Mirco Carraretto dell’enoteca La mia cantina di Padova, che per cinque province venete ha l’esclusiva di una serie di aziende francesi, di cui quattro Maison de Champagne tra cui Hebrart. Tra questi Champagne figura lo Champagne Premier Cru Sélection, una cuvée composta per il 65% da Pinot nero e 35% da Chardonnay. Una cuvée non millesimata composta per il 40% da uve dalle annate 2003 e 2004, e per il 60% dall’annata 2005, il Pinot noir da Mareuil sur Ay (1er cru), lo Chardonnay da Chouilly (Grand Cru) e Mareuil-Sur-Aÿ (1er Cru). Vigne di 35 anni e affinamento sui lieviti di 36 mesi, e otto grammi di dosaggio.

Eppure con queste caratteristiche, con questo blasone, o wine pedigrée, questo Champagne finisce sullo scaffale dell’enoteca a 31,90 euro, non a 50-60 o più. Ohibò, una cifra inferiore a quella con cui figurano sugli scaffali di molte enoteche, wine bar, non parlo dei ristoranti, dove spesso viene proposto a cifre da oggi le comiche (comico chi sborsa determinate cifre per quel tipo di prodotto) “prestigiosi” metodo classico italiani che nascono in vigneti di pianura. E che magari figurano in listino, perché “glamour oblige”, perché il marketing, la pubblicità, le pubbliche relazioni hanno un costo (e chi lo paga? Quel “Pantalone” del consumatore) ad un prezzo superiore a quello di uno Champagne che è semplicemente buono, ma non à la page.

E allora io, che certe ingenuità “di gioventù” le ho superate e che, nell’ottica del consumatore, preferisco l’arrosto al fumo, la sostanza alla forma, anche se ben infiocchettata, non ho dubbi e potendo scegliere vado, senza dubbi su questo Premier Cru Sélection dall’etichetta un po’ old style, uno di quegli Champagne che basta stapparli e, chissà perché, si bevono.

Color paglierino oro la presentazione, perlage sottile che nel bicchiere, il solito, quello a me caro, l’Etoilé Sparkle Italesse, ideato dall’amico trentino Luca Bini, forma uno spettacolo di bollicine, e subito un naso ricco, curioso, stuzzicante, tutto da scoprire, tutto frutta secca, miele, burro e pasticceria, fiori secchi, ananas, noci brasiliane ed in evoluzione agrumi e amaretti, nougat, frutti rossi e un naso fragrante, ben definito in ogni sfumatura, “sostanzioso”, che lascia immaginare la struttura importante del vino.

L’attacco in bocca conferma l’impressione ed il vino si dispone largo, pieno, ampio, rotondo e sostanzioso, vivo e succoso, persistente e consistente, con la forza del Pinot noir a farsi sentire e la freschezza setosa dello Chardonnay a dare lunghezza, sale, persistenza, croccantezza e armonia, una tessitura setosa ed elegante, una piacevolezza sapida, sorridente e gioiosa.

E voi di fronte ad un simile Champagne vorreste ancora preferirgli una bolla prestigiosa, ma solo a parole? Suvvia, sveglia che Carnevale è finito!

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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