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Degustazioni

Champagne Amour de Deutz 2007

Pubblicato

il

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: più di 50 €

Giudizio:
10


Bienvenu dans le royaume des rêves

Nel mondo variegato dello Champagne, o meglio, della valutazione, osservazione, analisi, considerazione, chiamatela come volete, del più grande vino al modo ottenuto con la speciale tecnica della rifermentazione in bottiglia che viene fatta non in Francia, dove queste realtà godono del massimo rispetto, oppure in quell’UK che lo scorso anno ha rinunciato a tre milioni di bottiglie del nettare di Reims e Epernay, ma in Italia, vige una sorta di singolare, ipercilioso sospetto nei confronti degli Champagne delle Grandi Maison.

Forse conseguenza della prevenzione, spesso giustificata, che da noi vige nei confronti delle aziende vinicole a grandi dimensioni, quelle che io amo definire le Grandi Industrie del Vino Italiano, oppure espressione di quella diffusa passione per l’universo variegato dei vini biologici, naturali, biodinamici (anche in questo caso vi lascio scegliere la definizione che più vi si confà) opera di piccoli vignaioli visti come gli unici buoni, corretti e giusti, gli unici affidabili e dalla parte della gente, un pensiero che in fondo riprende l’antica paradossale definizione di Luigi Veronelli «il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale», da noi, presso legioni di appassionati, quando si parla di Champagne entra in gioco per default una decisa arrière pensée nei confronti dei vini delle Grandi Maison.

Anche se queste propongono cuvée de prestige importanti e d’indiscutibile valore (anche nel prezzo, ahimé, tutt’altro che ) non solo una certa fascia di neofiti che facendo così, pensano di tirarsela e di passare per saputelli, ma persino persone che di vino ne sanno e sono in grado di cogliere il grano dal loglio, il qualitativamente valido dal banale, anche di fronte a nomi come Bollinger, Roederer, Dom Pérignon, Billecart-Salmon, Ruinart, Taittinger, soprattutto Möet Chandon o Veuve Clicquot, storcono un po’ il naso, sciorinano una serie di distinguo.

Quando non dicono apertamente che loro, e a volte non hanno nemmeno torto, perché spesso si rivelano cuvée più che valide, magari non dotate della stessa costanza qualitativa, magari “variabili” in quanto a stile, elemento non riconducibile solo all’andamento dell’annata ma all’estro, e all’ispirazione del vigneron, di questo o quel récoltant manipulant o di vignerons ormai diventati fenomeni mediatici e commerciali quali Selosse, Salon, Michel Arnould, il fantastico Jérôme Prévost (alias La Closerie, solo 15 mila bottiglie), Françoise Bedel.

Posso capire questo ordine di ragionamento, ma non lo condivido, perché, che dire, le bottiglie e le cuvées “parlano”. E se le si “ascolta” senza farsi condizionare da seppur legittimi ragionamenti di ordine economico, produttivo e sociale, non si può onestamente che riconoscere che le Grandi Maison (a proposito: quando scatta il “tag” di Grand Maison, se si producono oltre un milione di bottiglie, oppure se la produzione viaggia dalle trecentomila al mezzo milione, allora in quel caso diventatano G.M. anche firme prestigiosissime come Jacquesson, Henry Goutorbe, Alfred Gratien?), propongano una qualità assoluta non inferiore a quella delle piccole maison, dei récoltant manipulant, di questo o quel virtuoso della produzione in piccolo di Champagne… “artigianali”.

Da parte mia sono decisamente più “onnivoro” e meno ideologico nell’approccio allo Champagne, io cerco la qualità, l’armonia, la piacevolezza, l’eleganza e non mi pongo mai problemi se il produttore la cui bottiglia stappo e degusto per raccontarla ai lettori (ed è inutile negarlo, per trarne personale piacere…), sia espressione di una micro maison agricole o di una Maison da 300 mila, 500  mila, 800 mila bottiglie o qualche milione. Ed è per questo che, laicamente, ho scritto spesso e scriverò ancora presto di cuvées di Caves Coopératives di valore quali Mailly o Palmer & Co, augurandomi che un giorno l’oltrepadana La Versa possa lavorare così…

Basta scorrere l’archivio di questo blog bollicinaro per vedere come accanto a qualche piccolo nome che amo (tra le ultime “scoperte” cito Hebrart, Yann Alexandre, Paul Goerg e in passato ho più volte scritto di Corbon, Coulon, Fleury, De Sousa, Jacquesson, ) sono numerose le cuvée di grandi Maison di cui ho scritto, Charles Heidsieck, Piper-Heidsieck, Cattier, Laurent-Perrier, Bruno Paillard, di cui ho scritto.

Una delle “grandi” (relativamente grandi, perché a fine 2017 ha raggiunto quota 2.346.000 bottiglie vendute, come mi ha comunicato tempo fa quel gentiluomo del suo Président, Fabrice Rosset) Maison che prediligo è sicuramente la Maison Deutz, fondata nel 1838 da due giovani prussiani, William Deutz e Pierre-Hubert Geldermann (nati entrambi nel 1809 e morti lo stesso anno, il 1884), giunti in Champagne nel 1830 ed impegnatisi il primo da Bollinger ed il secondo come négociant en vin. Otto anni dopo aprono la loro personale maison de négoce e subito pensano ad esportare e nel giro di pochi anni ecco i loro Champagne nel Regno Unito, negli Stati Uniti, nella Russia degli Zar.

I discendenti continuarono a sviluppare la Maison, che nel contempo si era chiamata solo Deutz, acquisendo vigne di qualità (oggi ne possiedono 42 e vengono conferite uve da 200 ettari da cru che non distano più di 30 chilometri da Aÿ, sede dell’azienda, quasi l’80% sono “Grand Cru” o “Premier Cru”), fino al 1993 quando l’azienda venne venduta alla Maison Louis Roederer o meglio alla famiglia Rouzaud, azionista della Maison) che affidò nel 1996 la guida a Fabrice Rosset quando la produzione era di 576 mila bottiglie. Vent’anni dopo si è più che quadruplicata ed è esportata in quaranta Paesi. Compresa l’Italia, grazie alla Eurofood dei giovani Caterina e Federico Boerci, che hanno rilevato quello che resta della mitica D & C di Zola Predosa e credono molto, e come non potrebbero, in questo gioiello.

Cosa sia l’Amour de Deutz (di 2007 esiste anche una splendida versione Rosé  che ho celebrato a fine anno) è presto detto: un melodioso Blanc de Blancs che Fabrice Rosset e lo chef de cave Michel Davesne hanno composto per questo millésime con Chardonnay proveniente da tre villaggi posti sia nella Côte des Blancs, che nella Montagne de Reims: Avize (100% Grand Cru, per un 51%), Le-Mesnil 100% Grand Cru per un 44%) e Villers-Marmery (Premier Cru 95%, con una quota del 5%).

Tecnicamente poi segue la fermentazione in acciaio con malolattica compiuta e lunghissimo affinamento, qualcosa come 9 anni sui lieviti nel cuore dei tre chilometri di cantine sotterranee fatte scavare con grande lungimiranza all’interno della collina di Aÿ da René Deutz, la sboccatura nel gennaio del 2016 con un dosaggio di 10 grammi litro.

Li sento già gli alti lai di quelli che non amano i dosaggi importanti e che lamentano una mia incoerenza perché un sacco di volte ho scritto di prediligere nettamente i Pas Dosé o Dosage Zero.

Tutto verissimo, ma quando si passa agli Champagne di Deutz, e a questa deliziosa selezione Amour de Deutz, che per inciso è adornata da un bijou-muselet creato dal Presidente Rosset e dall’artista, scultore, gioielliere Pascal Morabito, che rappresenta l’amorino delicato che figura stilizzato in etichetta,  bisogna entrare nell’ordine di idee di entrare, come ho già scritto, in un royaume des rêves dove per dirla con Baudelaire, Là, tout n’est qu’ordre et beauté, Luxecalme et volupté.
Perchè la loro caratteristica non è la verticalità minerale, la profondità, l’incisività, bensì un’inimitabile, affascinante, sottile trama setosa, che appare come una sorta di danza sul vostro palato di merletti in forma di finissime bollicine, una leggera carezza spumeggiante che titilla il vostro palato e i vostri sensi.

Come descrivere compiutamente la sua meraviglia? Colore paglierino oro squillante, pieno di riflessi, di una limpidezza assoluta, perlage sottilissimo, minuscolo, quasi impercettibile (esaltato dalla scelta del mio calice preferito, l’Etoilé Sparkle Italesse, ideato dall’amico trentino Luca Bini) e subito, fin dalla primo avvicinamento al naso la netta sensazione di entrare in un modo magico, impalpabile, aereo di eleganza e finezza, dove si coglie in sequenza, ognuna perfettamente percepibile in sé e fusa con le altre note, sfumature agrumate, lime e bergamotto, di frutta esotica (papaia, mango e ananas, noce brasiliana), fiori bianchi come il gelsomino, un qualcosa che richiama la pasticceria, torrone, noccioline, un filo di mandorla.

E’ l’ingresso in bocca a scandire poi il culmine dell’armonia, l’attacco suadente, il perfetto equilibrio, tra il frutto, l’acidità e la leggera componente minerale, il modo inimitabile di accarezzare, come se le bollicine fossero farfalline, il palato, il bilanciamento tra la profondità, la vitalità, e l’allargarsi progressivamente, ma con delicatezza setosa, senza forzare, sulle pareti della bocca, un’energia delicata, una ricchezza di sapore, la sapienza, il savoir faire nella creazione di una cuvée che ha la stessa proporzione, l’identico minuzioso equilibrio di un mosaico bizantino di Ravenna.

Questa è l’arte di Deutz, un arte unica che non finisce mai di affascinarmi…

Attenzione!:

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Vino al vino http://www.vinoalvino.org/

e Franco Ziliani blog http://www.francoziliani.blog/

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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