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Trento Doc Zell Cantina Sociale di Trento e Cuvée 600 Uno Brut Vini del Concilio

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Trentino, dove salire in altezza con i vigneti non è solo possibile ma fa bene

La “notizia”, diffusa mercoledì 28 dall’Ansa, in realtà è una non notizia, perché racconta un qualcosa che è già noto a tutti e che solo i non vedenti, i pigri o gli inconsapevoli possono ignorare.

Secondo lo studioso “La temperatura globale è aumentata di circa un grado nell’ultimo secolo e di 1,5 gradi in Europa occidentale e nel Mediterraneo: è come se un vigneto trovasse oggi le stesse condizioni di cent’anni fa 250 metri più in alto e 200 km più a nord. L’aumento delle temperature entro la fine del secolo potrebbe arrivare fino a 5° in più, in caso di fallimento delle misure di riduzione delle emissioni di gas serra previste dall’Accordo di Parigi. Con questo scenario l’aumento di quota e lo spostamento di latitudine per i vigneti sarà inevitabile”.

Raccontando lo svolgimento del seminario dal titolo “Prospettive future della viticoltura trentina alla luce delle variazioni climatiche”, Giampiero Nadali sul suo blog Aristide aveva riportato alcune chiarissime e preoccupanti dichiarazioni non di un pinco pallo qualsiasi, bensì di Attilio Scienza, Professore ordinario di Viticoltura presso la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano.

Scienza aveva delineato alcuni fenomeni già in atto, ovvero: vendemmie anticipate, vendemmie realizzate nelle prime fasi mattutine della giornata o addirittura in notturna;
cambio delle varietà: in Germania, per esempio, l’innalzamento delle temperature modificherà il profilo dei Riesling, e già oggi si coltiva il Cabernet Sauvignon e, nel Palatinato, rivela Scienza, è presente lo Shiraz;
anticipano le maturazioni, sotto temperature più calde;
diminuzione generale dei valori di acidità, fattore importante soprattutto per i vini bianchi;
globalmente, andiamo incontro a modifiche importanti sulla finezza e la qualità del vino;

E come possibili reazioni o contro-misure il professor Scienza indicava:

difese a livello genetico: nuovi incroci da ibridazione per varietà in grado di affrontare meglio il caldo;
ricerca su nuovi porta-innesti, che diventeranno sempre più strategici per consentire una buona reazione della pianta allo stress idrico: Scienza sottolinea che occorrerà lanciare al più presto una nuova campagna di ibridazione per i porta-innesti. L’Italia è in ritardo, mentre in Germania hanno iniziato da tempo;
gestione delle acque irrigue: migliorare i sistemi di raccolta delle acque in inverno per potenziare le scorte per l’estate;
muovere i vigneti dedicati a produzioni di qualità a quote più alte. In questo caso molti produttori si sono già mossi, in molte regioni si sono o si stanno realizzando impianti a quote progressivamente maggiori: “Tutti sono alla ricerca dell’alta collina, le zone dove non si faceva più viticoltura dopo i grandi freddi dell’800“.

Salire in altezza, sforzarsi di portare i vigneti più in alto, passare dalla pianura o bassa collina alla medio alta collina e alla montagna viene quindi avvertita dai ricercatori, dagli studiosi tutti come una urgenza, una necessità inderogabile.

Soluzione complessa, ma non impossibile, per chi dispone di territori alto collinari o alpini, ma chi non ne dispone, chi agisce in situazione di pianura e medio bassa collina e si trova di fatto impossibilitato, perché l’orografia non lo consente, a salire, che fa?

E’ questo il caso, per citare il caso di una zona vinicola famosa e celebrata, della Franciacorta la maggior parte dei cui ettari vitati destinati a metodo classico Docg è posta ad altitudini medie che non superano i 250 metri (ci sono poi anche i celebri cru autostrada che costeggiano l’A4 nel tratto da Palazzolo sull’Oglio all’uscita di Rovato), dove l’altura più nota, il Monte Orfano, arriva a 452 metri di altezza, dove costituiscono autentiche eccezioni vigneti quali Fricheto, un appezzamento di Pinot Nero a 470 metri sul livello del mare, il Ruc di Gnoc a Ome a 430 ma solo da rosso, lo spettacolare il Belvedere, 466 metri a picco sul Lago d’Iseo, dove è più agevole salire in elicottero che in fuoristrada, e ad oltre 420 metri Il Pendio di Monticelli Brusati.

Chi volesse salire più in alto potrebbe farlo solo sognando, oppure… Del resto anche il rigoroso e severo disciplinare di produzione del vino Franciacorta non dico che tarpi le ali, ma impedisce pragmaticamente voli pindarici, laddove all’articolo 4 comma 1 riporta testualmente “Sono da escludere altresì tutte le zone e le aree situate ad una altitudine superiore a 550 m.s.l.m. perché non idonee alla corretta maturazione delle uve destinate alla denominazione “Franciacorta”.

Che fare allora? Non saprei, e non credo che di fronte ai 41/42 gradi da me personalmente verificati in vigna ai primi di agosto lo scorso anno, si possano fare miracoli se non ingaggiare San Gennaro, un esercito di provetti danzatori della pioggia oppure sperare che il global warming per il 2018 e anni seguenti dia tregua.

Dal punto di vista dei consumatori, e riconoscerlo mi costa perché sono lombardo dal cuore oltrepadano (dove le vigne non salgono sostanzialmente oltre quota 400 ma le condizioni microclimatiche sono migliori di quelle della zona spumantistica bresciana) e perché con i trentini ho avuto spesso “simpatici” scambi di opinioni, direi che in Italia la zona spumantistica italiana che alla luce dei sopradescritti mutamenti climatici, del global warming offre le maggiori possibilità di mantenere le caratteristiche ideali alla produzione di metodo classico che salvaguardino i necessari valori di freschezza, acidità, nerbo e sapidità, è il Trentino. L’area del Trento Doc.

Qui difatti salire in altezza, sforzarsi di portare i vigneti più in alto, salire fino a 700 metri (e magari presto anche più in alto) è non solo un’aspirazione ma prassi produttiva.

Ieri mi sono riletto con attenzione la bella riassuntiva delle schede tecniche degli oltre 70 Trento Doc che assaggiai a Trento lo scorso luglio, dotati in larga parte di un livello qualitativo diffuso che non avevo riscontrato in analoghe degustazioni comparative effettuate come sempre alla cieca, e alla voce “altitudine vigneti” ho trovato un solo Trento Doc che dichiarasse 150 metri. Poi un minimo di 250, 350, 400, altri varianti da un minimo di 400 a 500, da 500 a 600.

Allora oggi, per chiudere il discorso accademico scientifico con un consiglio ad uso del consumatore, ho deciso di proporre alla vostra attenzione due Trento che riportavano la collocazione dei vigneti alle altezze maggiori, da 600 a 700 metri.

Non intendo assolutamente affermare che fossero i migliori Trento Doc dell’ampio lotto degustato, ma semplicemente significare quali risultati si possano ottenere in termini di bilanciamento tra acidità, freschezza e croccantezza del frutto, piacevolezza, fragranza aromatica, quando, soprattutto sullo Chardonnay (il punto di forza della spumantistica trentina, ma anche della zona spumantistica bresciana dove gli ettari di Pinot nero non arrivano a 500) si può lavora in situazione di media e alta collina.

E si tenga conto che non ho scelto aziende dalla fama altisonante, che propongono le loro cuvée top (non sto parlando di Ferrari, che fa storia a parte) a prezzi, parlo ad enoteche e ristoranti, dai 30-35 euro in su, sui quali ci sarebbe anche da discutere (a costoro hanno mai detto che in una zona spumantistica francese dal secolare blasone si possono acquistare e importare in Italia ottimi méthode champenoise denominati Champagne?) ma il Trento di una Cantina Sociale e uno di una cantina che in qualche modo alla stessa Cantina è legata.

I due vini sono entrambi Brut Chardonnay 100%, il primo è lo Zell della Cantina Sociale di Trento, fondata nel 1956 e oggi forte di 400 soci e qualcosa come 650 ettari, il secondo è il 600 Uno della Concilio Vini di Volano in Vallagarina.

Il primo, lo Zell, prodotto per la prima volta con l’annata 2009, espressione di vigneti posti nella località Zell di Cognola, frazione di Trento dove storicamente si producono le migliori uve del monte Calisio destinate alla base spumante, vigneto a pergola semplice trentina di quindici anni di età media, dove “si sta progressivamente abbandonando il diserbo chimico a favore di pratiche più rispettose” affinato da 24 a 28 mesi., con un dosaggio di 5 grammi zucchero.

Il secondo, Brut, Chardonnay 100% affinato 24 mesi sui lieviti, da vigne poste su terreni calcarei da 600 a 700 metri di altezza, è espressione di una precisa scelta produttiva dello staff aziendale di utilizzare basi provenienti da vigneti, di trent’anni d’età, situati dai 600 metri di altezza in su. Al Brut si sono poi affiancati un 600 Uno Dosaggio Zero e un 600 Uno Brut Riserva 2011 Angelo Grigolli affinato oltre 36 mesi.

Lo Zell mi ha colpito e convito per la bellissima fragranza aromatica, l’aroma ben fresco, aereo, espressivo con sale, mandorla e fiori bianchi, agrumi, un tocco di cioccolato bianco, la bocca di ammirevole armonia, sapida, che gioca su larghezza e profondità con una bellissima piacevolezza, dinamico, ben teso, mantiene viva la tensione e l’armonia e di fa bere con estrema facilità.

Il 600 Uno, invece, per il colore paglierino di buona intensità e brillante, il perlage sottile, il naso diretto, fragrante, ben teso, con mandorla e fiori bianchi in primo piano e sfumature agrumate, la bocca più larga che profonda con una buona dolcezza di frutto, ampio largo e succoso e una vena lunga fresca e dinamica che invita a bere con piacevolezza.

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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