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Degustazioni

Buone notizie dal Trentino: anche sui Rosé cominciano a cavarsela bene

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Buone nuove in arrivo dalla complicatissima terra trentina, terre di mele, vigneti e soprattutto di potenti cooperative, che decidono e fanno il tempo il tempo che trovano.

Come ho scritto nel recente articolo dedicato al Mas dei Chini, aumenta il numero dei soggetti produttivi, piccole realtà e spesso di ottimo di promettentissimo livello si fanno notare e salgono alla ribalta e quell’unico neo che ancora permaneva, il numero ristretto di aziende che producevano Trento Doc nella tipologia rosé e una qualità che, Ferrari Perlé Rosé, lasciava un po’ a desiderare, e aggiungiamoci Altemasi, Balter, Pisoni, Mose, magari Cesarini e un paio d’altri, sta lentamente scomparendo.

Singolare il paradosso del Pinot nero nelle tre principali zone spumantistiche metodo classico lombarde: in Oltrepò Pavese, la zona che ne dispone nettamente di più non sono in moltissimi a produrlo e la maggior parte preferisce presentarsi come VSQ piuttosto con che il nome collettivo Cruasé che era stato studiato dal Consorzio e si pensasse potesse essere facilmente adottato.

In Franciacorta tutti vogliono produrre Rosé anche se gli ettari vitati disponibili sono solo intorno ai 500, e in Trentino è tale la consuetudine con lo Chardonnay che viene molto più facile lavorare con questa varietà che con i trecento ettari scarsi di Pinot nero disponibile.

Però, pian piano, anche perché enologi e cantinieri quando non sono presi a “guerreggiare” dialogano e collaborano, e soprattutto, dotati di ottimi palati come sono, assaggiano quello che gli altri fanno, gli orientamenti e i gusti dei consumatori, han ben capito che Rosé metodo classico non può essere sinonimo di dolce, morbido e zuccheroso, che deve avere dinamismo, tensione e freschezza, possedere una stilistica tutta personale che non penalizza ma facilita la beva e quindi ecco che i risultati non potevano tardare.

Il Perlè resta sempre in fuga, ma oltre alle aziende che ho già citato una che anche sul Rosé ha trovato una costanza e una personalità qualitativa e un’azienda che imparai a conoscere non all’epoca della sua fondazione, da parte di un Roberto Zeni nel 1882, ma un secolo e un decennio in seguito quando i due fratelli Andrea a un altro Roberto Zeni avevano fondato l’Azienda Agricola R. Zeni e la Distilleria Zeni.

E poi è stato tutto uno sviluppo vorticoso di iniziative, di nuove esplorazioni e ricerche in vigna, di nuovi vini, posti tra tradizione e innovazione, la linea Schwarzhopf, la classica linea Zeni con un classico come il Teroldego riserva I Pini, la Nosiola, un piccolo capolavoro come la Rossara da sempre coltivata nel Campo Rotaliano e recuperata pochi anni con risultati sfolgoranti.

E poi la linea Maso Nero riservata alle bollicine, alla Riserva affinata sette anni sui lieviti, il Dosaggio Zero, originalmente a base di Pinot bianco, l’Arlecchino, un Nosiola lungamente affinata in autoclave e infine Il Rosé metodo classico di cui volevo parlarvi.

Un progetto lungamente studiato.

il vigneto Spiazol è in grado di esprime; un vigneto di Pinot Nero posto a circa 480 m. di altitudine in grado di mantenere le sue doti di acidità ma anche di sviluppare un tannino deciso; elementi molto interessanti che ci hanno sostenuto nell’elaborare questa bollicina in rosa. Tempi di maturazione tra Chardonnay e Pinot nero attentamente differenziati, lungo riposo, 42 mesi, sui lieviti.

E il risultato, con questo Trento Doc Maso Nero Rosé 2010 Zeni è per me pienamente soddisfacente, con il suo uvaggio dove lo Chardonnay (60%) prevale sul Pinot nero (40%), un dosaggio degli zuccheri forse un po’ alto, con i suoi 7,5 grammi. Bello ed elegante il rosa antico, cremosi e fragranti i profumi, molto delicati, floreale, con note di frutti rosi di bosco.

Sapido, di buon nerbo, una bollicina larga e piena, una componente sapida e minerale molto importante e un’acidità che dà lunghezza e persistenza e rende questo differenziati, lungo riposo, 42 mesi, sui lieviti.

E il risultato, con questo Maso Nero 2010 un Trento Doc molto gastronomico e decisamente centrato.

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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