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Degustazioni

Radicale, un non Prosecco a base di Glera che me piase!

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Venerdì sera una bottiglia di bollicine mi ha messo letteralmente in crisi. Ha non dico sconvolto, ma agitato le mie certezze di bevitore di bollicine che adora i metodo classico, Champagne in primis, poi Cava e Corpinnat spagnoli, poi i nostri metodo classico a denominazione d’origine, quelli prodotti in Trentino, Alto Adige, Oltrepò Pavese, in Alta Langa, nella zona spumantistica bresciana di cui non ricordo mai il nome, e quelli da vitigni autoctoni atti alla spumantizzazione metodo classico che si producono dal Piemonte (da Arneis, Nebbiolo, Cortese, Erbaluce) alla Valle d’Aosta. Dalle Marche del Verdicchio dei Castelli di Jesi al Lambrusco di Sorbara all’Etna del Nerello Mascalese. Passando per le bollicine base Bombino bianco di D’Araprì nel foggiano.

Ci sono rimasto di… palta, come diciamo a Milano, perché le bollicine che mi hanno messo in agitazione nascono da un’uva che non riscuote proprio la mia stima, perché è l’uva da cui nascono delle bollicine che non sono proprio nel mio cuore, quelle del Prosecco. C’è però Prosecco e Prosecco. Ci sono molti Prosecco diversi. C’è quello che aborro, senza esitazioni, in toto, perché rappresenta una pura operazione commerciale e di marketing, una forzatura della storia delle bollicine trevigiane, ovvero il Prosecco di pianura della Doc veneto friulana Prosecco Doc. Quello dei 600 milioni di bottiglie e più, quello che non mi viene voglia di bere nemmeno se morissi di sete.

C’è poi il Prosecco storico, quello delle colline meravigliose della Marca Trevigiana, quello Superiore Conegliano Valdobbiadene Docg, 90 milioni di pezzi che sembrano già tanti, ma sono pochi rispetto ai tantissimi del cuginetto Doc.

C’è poi il più piccolo, ma in crescita, Prosecco Superiore Asolo Docg (15 milioni di bottiglie secondo questo articolo) e poi c’è tutto un mondo misterioso, un po’ alchemico e stregonesco dei Prosecco non Prosecco denominati Colfondo, fermentati in bottiglia come un metodo classico, vini che spesso si presentano chiusi con il tappo corona invece che di sughero, nei qual “il ruolo dei depositi che si formano e restano in bottiglia è fondamentale nel caratterizzare i vini”.

Il vino che ho bevuto è proprio uno di questi, folle e diverso dagli altri sin dal nome e dall’etichetta d’artista, Radicale, uno metodo classico da uve Glera che viene venduto senza essere stato preventivamente dégorgiato, di modo da evitare assolutamente ogni aggiunta di anidride solforosa.

Il produttore di questo diverso approccio alla rifermentazione di uve autoctone del territorio, ovvero Glera, in terra di Conegliano Valobbiadene Docg, si chiama Bellenda, e propone una vasta gamma di bollicine proseccose. Ma anche di metodo classico dalle uve storiche per validi metodo champenoise.

Tutto merito di quel geniaccio di Umberto Cosmo, il quale amando le bollicine giuste, quelle metodo classico, ha pensato bene di agire anche come importatore di Champagne introducendo in Italia le cuvées di una piccola Maison che amo, Roger Coulon, produttori di Champagne dal 1806. Champagne di cui ho più volte scritto su questo blog.

Il Prosecco non Prosecco Radicale esiste in due versioni, una solo in magnum che esce quattro anni dopo la vendemmia, mente la versione in bottiglia normale, quella che ho bevuto, è impreziosita da un’etichetta disegnata dall’artista e grafico Maurizio Armellin, tratta dalla serie
Street people dal titolo Vento di primavera, ed esce 12 mesi dopo la vendemmia.

Il vino nasce da uve Glera “provenienti dalla zona di Carpesica con giacitura sud-sud ovest, con suolo argilloso calcareo, ricco dei residui di morena glaciale dell’antico ghiacciaio del Piave che scendeva dalla sella del Fadalto tra il monte Pizzoc e il monte Visentin. L’altitudine media è di 180 m s.l.m.. Il sistema di allevamento è a Sylvoz, con una densità di impianto media di 4200 piante per ettaro.

La vendemmia viene effettuata manualmente nella seconda metà di settembre e la resa media è di 70 hL/Ha. Il clima è temperato, con inverni freddi ed estati calde ma con buona ventilazione, non afose. Notevole è l’escursione termica, specialmente nel periodo estivo”.

La scheda tecnica dice che è “pigiato e fermentato in presenza di vinaccia, 60% in tini di legno e 40% in acciaio. Decantazione statica prima dell’imbottigliamento. Assemblaggio e tirage su lieviti indigeni (non filtrato) e senza aggiunta di solfiti. Sosta sui lieviti per 24 mesi e poi messo in punta per la conservazione in modo da limitare la successiva evoluzione”

Perché mi è piaciuto questo Radicale che Cosmo, tenace difensore delle ragioni e della nobiltà del Prosecco Docg, come ha dimostrato regalandomi questo intervento, per renderci la vita più ci suggerisce di stappare dopo aver lasciato in precedenza la bottiglia per una giornata in posizione verticale a tappo in giù, ma che io, noncurante dei suoi consigli, ho tenuto in posizione normale come fosse un metodo classico?

Risposta semplice. Perché non sa di Prosecco e di Glera, perché è ben secco, affilato, diretto, salato, nervoso, mordente e mordace e non dolcione e stucchevole. Perché è alieno da ogni forma di banalità e di ruffianeria, perché ha profumi di sale e pietra e sfumature di agrumi, di fiori secchi e mandorle, perché nel bicchiere giusto (e io avevo il meraviglioso calice di Luca Bini, lo Sparke di Italesse) sviluppa un gioco di bollicine finissime tutto ghirigori e strutture che meriterebbero una macchina fotografica seria e non me e uno smartphone cinese. E poi, accidenti a me bene/maledetto, si fa bere, ha convinto gli scetticismi verso i Prosecco in ogni forma miei e della mia ex moglie, che lo assaggiava con me e che l’ha trovato intrigante.

Fossero tutti così i Prosecco, quelli non Prosecco come questo e quelli veramente Prosecco nelle diverse coniugazioni, rischierei, da anti-prosecchista  come sono e resto, di diventare prosecchista. Ma con riserva e adelante con juicio, non esageriamo…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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3 Commenti

3 Commenti

  1. Luca

    27/01/2020 at 12:04

    Ziliani quanto le ha dato il produttore per scrivere questa marchetta?

  2. Simone

    27/01/2020 at 17:32

    Franco, ma davvero devo pensare che il metodo classico di Spagna, ad oggi completamente sconosciuto alle mie papille gustative , sia meglio del metodo classico del mio adorato Oltrepò o di quello Trentino o bresciano-autostradale? Chiedo perchè partendo dallo Champagne sembra proprio una tua classifica di gradimento.
    Al “Signor Luca” vorrei dare una notizia in modo che torni sereno nel suo loculo: il Ziliani è stato pagato con 45.000 € , due cotechini , un lambrusco e un pirla in più sul blog…

    • Franco Ziliani

      27/01/2020 at 18:42

      43.250 per la precisione. Ho ovviamente emesso fattura

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