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Degustazioni

Pinot nero Rosé Brut metodo classico Cruasé Isimbarda

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Eccomi, come promesso, all’appuntamento settimanale con #unbuonoltrepoalgiorno Un buon vino dell’Oltrepò Pavese al giorno (in questo caso sarà uno alla settimana), il miglior modo per andare oltre gli scandali e togliersi il medico di torno… All’insegna dell’Oltrepò buono, pulito e giusto, dopo i metodo classico Rosé di Monsupello e di Ballabio che vi ho  proposto la settimana scorsa oggi vi consiglio un Cruasé..

Ma prima di parlare del vino in oggetto, prodotto dalla cantina Isimbarda di Santa Giuletta, azienda un cui metodo classico avevo già segnalato 7 anni fa, vogliamo fare un ripasso e cercare di capire cosa sia un Cruasé e che fine abbia fatto il suo progetto? Quanti sono i produttori che ancora rivendicano questo marchio e quante bottiglie portano il nome Cruasé in etichetta? Temo ben poche…

Per capire vi invito a leggere qui su questo blog gli articoli che a questa tipologia di metodo classico Rosé da uve Pinot nero dell’Oltrepò Pavese ho dedicato negli anni. Vi invito a leggere la riflessione che un piccolo eccellente produttore di Pinot nero vinificato in rosso e di metodo classico oltrepadani, Gianluca Ruiz De Cardenas aveva pubblicato su questo blog, riflessione che era stata preceduta da un’altra altrettanto acuta.

Bene, ad anni di distanza dal suo lancio, il Cruasé è diventato un oggetto non identificato o desaparecido da Chi l’ha visto.

Sparito il sito Internet dedicato che era www.cruase.it oggi digitando questo indirizzo si viene rimandati al sito Internet del Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese dove di Cruasé si trovano notizie solo azionando il motore di ricerca interno.

In questo articolo di sette anni fa dove segnalavo un buon Cruasé, quello di Cà Tessitori, che è una delle poche aziende a rivendicare ancora il marchio Cruasé, raccontavo la storia e la genesi del progetto, che è questa:

Carlo Alberto Panont all’epoca direttore del Consorzio del Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese, aveva pensato di fare del Cruasé l’ipotetica “punta della piramide” dei vini oltrepadani, il “un nuovo punto di riferimento della spumantistica di qualità e di denominazione italiana”, come veniva scritto.

Il Cruasé doveva essere “un nuovo marchio collettivo”, che designava “un rosé naturale DOCG da uve Pinot nero ottenuto attraverso il metodo Classico”, “l’unico rosé naturale da uve a bacca rossa e di classe Docg sarà quello dell’Oltrepò Pavese”, un rosé metodo classico che doveva essee la crème de la crème del vino oltrepadano con le “bollicine” targato Oltrepò. All’epoca come si deduceva dalla pagine Web dedicata al Cruasé oggi scomparsa, dovevano essere circa  una quarantina i produttori interessati, oggi, si arriva a malapena ad una decina.

E perché il nome Cruasé? “Tecnicamente, è una parola macedonia formata dalla fusione tra “cru” (selezione) e “rosé” con l’interposizione di una “a” che fa da congiunzione. Il percorso per arrivare al nome del nuovo prodotto simbolo dell’Oltrepò Pavese ha dato modo di riappropriarsi di un pezzo importante di storia locale. Cruà era l’antico nome del vitigno/vino per eccellenza prodotto in Oltrepò Pavese, a cavallo del 1700”.

Poteva essere una bella pensata unire “le due espressioni “Cruà”, come cru ma anche come migliore espressione storica del rapporto vino-territorio, e “rosé”, creando un marchio collettivo di proprietà del Consorzio, disciplinato da un apposito regolamento, a supporto della Docg Oltrepò Pavese Metodo Classico Rosé, che prevede un minimo di 85% di Pinot nero con la specifica di vitigno, ma l’idea di creare una “nuova tendenza” è clamorosamente fallita.

I dati del 2019 parlano di 478.730 bottiglie di metodo classico Docg nelle diverse tipologie, Cruasé compresa, 70.000 relative ai Rosé, mentre un numero sempre maggiore di produttori anche validi, come Monsupello, Ballabio, e vari altri, preferiscono presentare le loro bollicine rosa e non come semplici VSQ.

Tornando a bomba, al Cruasé di Isimbarda, vale la pena ricordare che l’azienda è “situata nel cuore dell’Oltrepò Pavese, e deve il suo nome all’antica famiglia dei marchesi Isimbardi, patrizi lombardi divenuti feudatari del “tenimento” di Santa Giuletta alla fine del secolo XVII. Soprattutto don Luigi Isimbardi, che nell’Ottocento amava la cascina Isimbarda quanto il suo maestoso palazzo di Milano, fu un ottimo viticoltore e precursore di moderne tecniche di produzione”.

Dal 1991 Luigi Meroni, che “a simbolo dell’azienda può ancora adottare lo stemma Isimbardi, si è applicato con la stessa passione e rinnovato spirito imprenditoriale, rinnovando i vigneti nel rispetto del paesaggio e costruendo la cantina, vero e proprio cuore pulsante dell’azienda”. L’azienda conta su 36 ettari vitati posti tra i Comuni di Santa Giuletta e Mornico Losana.
I vigneti, dai 15 ai 22 anni di età, sono posti ad un’altezza oscillante tra i 200 e i 350 metri di altezza. Vigneti che “ mantengono un prato permanente che viene curato non solo per motivi estetici ma anche per evitare i fenomeni di erosione del suolo che, oltre a ridurre la fertilità, può mettere in pericolo la stabilità idrogeologica di questo territorio collinare”.

La gamma produttiva comprende vini diversi che vanno dalla Bonarda tradizionale e vivace fino ai rossi più importanti ai metodo classico. Nelle zone più soleggiate a bassa quota vengono coltivati i vitigni a bacca rossa: Barbera, Croatina, Uva Rara. A quota più alta si trova il Pinot nero. L’azienda è famosa per il suo Riesling (ovviamente Renano non italico) di cui conto di parlare presto su Vino al vino.

bty

Due le linee, una di vini della tradizione, e una di cru, che oltre al Riesling Vigna Martina comprende il nostro famoso Cruasé, un Brut Blanc de Noir da Pinot nero, una Première Cuvée Pinot nero Brut metodo classico, il Pinot nero Vigna del Cardinale, e il celebre Oltrepò Pavese Rosso riserva Montezavo, uno dei migliori nella sua tipologia inseme al Cavariola di Bruno (Paolo) Verdi e al Bohemi e al Cirgà de Le Fracce.

Dal 2003 si occupa dei vini l’enologo veneto Daniele Zangelmi che cerca di mediare tra lo stile personale e le esigenze commerciali di un’azienda che ha una rete vendita importante, curata da una persona molto capace che l’Oltrepò Pavese non ha saputo capire nonostante venisse da un’esperienza importante maturata in un’importantissima Cantina sociale veneta. Ma si sa che in certe grosse cantine sociali oltrepadane il concetto di qualità è molto relativo..

Perché vi consiglio questo Pinot nero Rosé Brut metodo classico Cruasé della Isimbarda? Perché pur essendo migliorabile, ad esempio scegliendo la strada dell’Extra Brut invece del Brut (questo ha un dosaggio degli zuccheri intorno ai 7 grammi) questo Cruasé, affinato 24-26 mesi sui lieviti, mi ha convinto per le sue doti di equilibrio e piacevolezza, per la sua capacità di “raccontare” il matrimonio d’amore tra l’Oltrepò Pavese ed il suo Pinot nero declinato come bollicine rosa. Colore rosa corallo, buccia di pesca, brillante, luminoso, mostra un naso elegante, sapido, profumato di piccoli frutti rossi, con leggere sfumature agrumate. In bocca mostra la sua consistenza e caratura, la sua spalla, con una salda struttura, una notevole vinosità, un bel nerbo acido e una persistenza lunga, tale da prospettarlo, come tutti i migliori metodo classico Rosé oltrepadani, Cruasé ovviamente compreso, come metodo classico gastronomico, da abbinare, oltre al mitico Salame di Varzi, ad una vasta gamma di primi e secondi piatti dove oltre al pesce siano protagoniste le carni bianche, pollame e coniglio, in preparazioni fredde in insalata.

Provatelo, e ricordatevi l’hastag e la parola d’ordine: #unbuonoltrepoalgiorno Questo l’Oltrepò Pavese del vino che mi piace…

Azienda agricola Isimbarda

Località Castello
Santa Giuletta (PV)
27046 – Italy
tel. 0383 899256
info@isimbarda.com sito Internet http://www.isimbarda.com/index.html

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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rampavia
rampavia
26/02/2020 18:19

Come promesso ho letto con interesse il suo post. Altro progetto fallito come il Mondo di Pinot Nero. L’Oltrepo’ non si smentisce: purtroppo. Tuttavia salviamo il salvabile sperando che qualche valido produttore riesca a risollevare l’immagine di questa terra con grandi potenzialità mai espresse. Alla prossima.

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