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Giramenti di... bolle

Ma finiamola, una volta per tutte, con gli enosnobismi anti-franciacortini!

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A proposito di un discutibile articolo de Il Foglio

Non sono un fan a priori di quella fortunata zona spumantistica lombarda (che l’anno prossimo festeggerà i suoi primi 60 anni di storia) e credo che dei circa 3000 ettari relativi alla zona di produzione delle bollicine Docg (il Consorzio, nato nel 1990, “festeggia”, se così si può dire, i suoi primi 30 anni di vita), ce ne sia una buona parte che troverebbe miglior destinazione come zona di coltivazione di frumento, orzo e patate.

Ciò detto, reputo che affermare che in Franciacorta, poiché ci sono aziende che fanno vini mediocri e senza personalità, perché ci sono grandi aziende di stile e impostazione industriale, non si facciano vini buoni, non è solo disinformazione, ma pura imbecillità.

Attorno alla Franciacorta, alla sua valutazione e percezione, girano leggende, luoghi comuni e tante sciocchezze – ma come si fa a non considerare eccellenti i metodo classico di (ne cito solo dieci) Cavalleri, Cà del Bosco, Enrico Gatti, Il Mosnel, Colline della Stella, Faccoli, Camossi, Rizzini, Castello Bonomi, Barboglio de Gaioncelli? – e uno dei luoghi comuni più diffusi e scemi è che in Franciacorta le cose migliori, le uniche secondo qualche emerito cretino “che si salvano”, sarebbero opera di piccole aziende che hanno vigne nel territorio della Franciacorta, ma Franciacorta Docg non producono. Che non fanno parte del Consorzio Franciacorta, o per libera scelta, o perché – ho in mente un caso preciso – ne sono stati espulsi.

Queste piccole aziende oggetto dell’entusiasmo e dell’ammirazione incondizionata di piccolissimi gruppi di eno-talebani, dotati di un fanatismo degno degli adepti dell’Isis nei tempi migliori, sono “note” a tutti, sono quattro o cinque e quando si ha occasione di assaggiarle le loro bollicine si rivelano assolutamente non migliori di quelle della stragrande maggioranza delle aziende aderenti al Consorzio. In un caso, Cà del vent, sono addirittura ben peggiori e sono piacevoli come un calcio nelle…

Eppure questo enosnobismo antifranciacortino, di cui è tipico esempio un giornalista odioso e insopportabile come tale Scanzi Andrea (grillino e filo Conte e collaboratore di un fogliaccio come Il Fatto quotidiano, assidua presenza alla tramissione della Gruber su La 7), e che avevo bollato in questo articolo di qualche anno fa, è duro a morire.

E resiste e si estende anche ad organi di stampa che dovrebbero essere informati e intelligenti. L’ultimo esempio risale a domenica, al quotidiano – che alcuni dicono essere il più colto e raffinato in Italia – Il Foglio, fondato da Giuliano Ferrara e ora diretto da Claudio Cerasa, dove a firma di tale Sonia Ricci, è apparso un articolo sull’”Italia del vino che resiste” nei tempi durissimi del #coronavirus.

La tipa ha intervistato, non si sa in base a quale misterioso criterio spannometrico, alcuni produttori in zone diverse, con larga preferenza per produttori del settore “vini naturali”, biodinamici, biologici, e in Franciacorta chi ha avuto la brillante idea di interpellare? Un tale che produce bollicine VSQ che non sono Franciacorta DOCG e che è fuori dal Consorzio Franciacorta. Uno che non voglio nominare nemmeno, primo per non fargli pubblicità, secondo perché l’ultima volta che ho avuto un contatto con la sua persona mi ha insultato, anche mediante messaggi audio che conservo, via WhatsApp.

Ma che senso ha una cosa del genere? Che senso ha inserire un produttore della Franciacorta, accanto ad Angiolino Maule di Gambellara, al cirotano Cataldo Calabretta, al siciliano Guccione, all’altoatesino Patrick Uccelli, al veneto Luca Elettri, in un articolo già enosnob di suo, perché parla dei problemi che vivono (i produttori normali no, quelli vanno benone e navigano nell’oro e non soffrono…) le “piccole produzioni artigianali gestite per lo più a livello famigliare. Una fazione di resistenti in crescita negli ultimi anni, lontana dalle logiche della produzione convenzionale, chimica e interventista. Sono chiamati vignaioli naturali, artigianali, sostenibili” in questo articolo?

E perché non un produttore che produce Franciacorta Docg di eccellente livello, biodinamico, come 1701 Franciacorta che é membro di Renaissance Des Appellations e Vi.Te?

Segnalo alla tizia disinformata che anche un’azienda come Barone Pizzini (di cui non sono un fan) sono oltre vent’anni che pratica viticoltura biologica, e che molte aziende in Franciacorta stanno riconvertendo i vigneti a bio.

Ma vaglielo a spiegare a chi crede alla favola bella che in quell’azienda bresciana che lei ha scelto si produca qualità superiore a quella delle circa 130 aziende associate al Consorzio… Morale della favola? Dilettanti allo sbaraglio anche su quello che dicono essere il più intelligente e colto quotidiano italiano. Quello su cui scrivono il geniale Camillo Langone, lo straordinario Pietrangelo Buttafuoco e un sacco di firme illustri.

n.b.

non dimenticate di leggere anche Vino al vino www.vinoalvino.org

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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1 Commento

1 Commento

  1. Paolo Rossi

    24/04/2020 at 04:28

    Il problema dell’Italia:
    Criticare sempre e comunque, spesso senza alcun senso.
    Sport nazionale per eccellenza.
    Saluti dalle ex terre franche.
    PR

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