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Degustazioni

Trento Doc Brut Rosé 1673 2013 Cesarini Sforza

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Finalmente dal Trentino un metodo classico rosé da tanto di cappello

Amici delle bollicine nobili, fan del Trento Doc, una buona notizia, alleluia! In una delle aziende storiche del metodo classico trentino, la Cesarini Sforza, fondata nel 1974 e dal 1976 produttrice di vini realizzati con la méthode champenoise, si sono messi nella “capa” la sana idea di produrre “spumanti” con i controfiocchi.

Ve lo garantisco, non avendo risparmiato in passato critiche ad alcune cuvée della Maison che da qualche mese fa parte della galassia Cavit, dopo essere stata nel portafoglio Lavis (i trentini in queste operazioni da scatola cinese sono imbattibili), non posso essere tacciato di servilismo o di accondiscendenza nei confronti di una casa che oggi produce circa 1.200.000 bottiglie che si possono trovare, le linee base nella Gdo, le linee più importanti nel canale Horeca, e che ha tutte le potenzialità per essere una delle aziende più importanti, dietro la scia dell’ammiraglia Ferrari, del metodo classico tridentino.

In passato mi facevano inca…re l’assenza di uno stile riconoscibile, di un filo rosso che collegasse stilisticamente i vini facendomi passare dalle perplessità ad entusiasmi che poi scemavano e venivano contraddetti da altre perplessità, da una scoperta volontà di piacere non al consumatore finale ma alle guide che non sono solite premiare eleganza e armonia ma imponenza, potenza, ostentazione di muscoli.

Passavo quindi, degustando, nel 2012, dalle perplessità sull’Extra brut 2005 a mio avviso carente di dinamismo e leggerezza e appare un po’ statico carenza di esprit de finesse, alla clamorosa delusione avuta dalla riserva Aquila reale 2005, nel 2013 “Tre Bicchieri e premio bollicine dell’anno nella guida Gambero Rosso Vini d’Italia 2013”, alla sostanziale convinzione nel 2015 per il Tridentum Brut 2009, al dichiarato non entusiasmo, nel 2013, per il Rosé 2011, che trovavo mancare di equilibrio e di quella leggerezza, di quell’esprit de finesse che rende unico, elegante, piacevolmente brioso, scintillante un Rosé metodo classico ben riuscito. Gli riscontravo un eccesso di vinosità, una pienezza non controllata, forse eccessiva, unita ad un’acidità molto evidente e pungente.

Oggi, e ne sono felice, le cose sono cambiate, il responsabile del progetto, una vecchia conoscenza come il bolzanino Luciano Rappo (uno dei quattro moschettieri fondatori di quella cosa splendida che fu il Wein Festival di Merano delle origini, oggi diventato nella gestione del “rapace” Helmuth Kocher una Wine Festival kermesse, confusionaria e con la parola d’ordine del business, a favore di Kocher, ad ogni costo) ha battuto i pugno sul tavolo, ha messo in piedi una squadra con i controfiocchi e due giorni fa, degustando quattro cuvée della casa di Trento, in un wine tasting via Zoo, organizzato molto bene da Alice Camellini e Stefano Malagoli dell’agenzia di comunicazione Fruitecom di Modena, ho potuto prendere atto di una decisa conversione dell’azienda trentina verso una qualità senza sé e senza ma.

bmd

Insieme a degustatori capaci come Francesca Ciancio del Gambero rosso, Adele Elisabetta Granieri collaboratrice di Luciano Pignataro, Bruno Petronilli di James Magazine, ho avuto modo di provare nell’ordine:

Brut 24 mesi sui lieviti

Extra Brut riserva 2012 60 mesi sui lieviti

Brut Aquila reale riserva 2010 90 mesi sui lieviti

Brut Rosé 2013 60 mesi sui lieviti

Mi sono piaciuti tutti senza sé e senza ma, il Brut base molto calibrato, ben fatto, appealing senza piacionerie (6-7 grammi di dosaggio, prezzo sullo scaffale intorno ai 20 euro), l’Extra Brut secco, diretto, nervoso, molto minerale (4 grammi di dosaggio, 15.000 bottiglie prodotte) con note di pesca noce in evidenza, l’Aquila Reale 2010 ancora molto giovane, ma già dotato di una precisa personalità, largo, pieno, molto strutturato ma ancora freschissimo, con un potenziale di evoluzione notevole, ma la cuvée che più mi ha sorpreso, anche perché in Trentino non avevo ricordi memorabili di Rosé metodo classico a parte il Perlé di Ferrari (e poi i vini di Pisoni, Maso Martis e Endrizzi di cui anni fa ho scritto) e perché di Pinot nero in Trentino, a differenza dello Chardonnay, ce n’è poco, esattamente quanti ettari non so, forse addirittura meno dei circa 480 ettari vitati nella zona spumantistica bresciana di cui non ricordo mai il nome, è stato il Rosé.

Il 1673 Rosé nasce da piccolissime partite di Pinot Nero provenienti dalla Valle di Cembra, da vigneti allevati a Guyot e a pergola semplice trentina, esposti a Sud, sud-ovest, posti a 450-600 metri di altezza, su terreni sciolti fluvio-glaciali da disfacimento di rocce porfiriche, poco strutturati, sabbiosi, e nasce con una tecnica collaudata di pressatura che prevede pressatura soffice di uve intere, fermentazione a temperatura controllata in serbatoi di acciaio inox, affinamento di 60 mesi sui lieviti. Il dosaggio è di 7 grammi litro e la sboccatura del campione che ho dapprima degustato, poi bevuto fino alla fine, piacevolissimamente, è del 2019.

Le mie note di degustazione riportano: colore melograno – corallo, rosa appena sfumato, perlage sottile nel bicchiere immancabile nelle mie degustazioni, quello di Luca Bini, naso compatto, ricco, moderatamente vinoso, con note di lampone, ribes, ciliegia in evidenza, una leggera sfumatura di pompelmo rosa, con bella tensione e vena sapida. In bocca è ricco, cremoso, pieno e carnoso ma fresco, con bella tensione acida, lungo, persistente, di piena soddisfazione, sempre con una sensazione di grande freschezza e vivacità, marchio di un terroir, quello della Val di Cembra, particolarmente vocato.

Un ottimo Trento Doc millesimato da Pinot nero da Cesarini Sforza: ditemi voi se questa non è bella notizia di mezza mattina!

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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3 Commenti

3 Commenti

  1. Pierluigi Gorgoni

    21/05/2020 at 16:44

    Letto tutto d’un fiato !
    Grande Franco!
    È tanto che non provo questi vini!

  2. luca

    21/05/2020 at 17:18

    Gentile Dottor Ziliani,
    sarebbe così gentile da indicare il prezzo delle diverse bottiglie che ci presenta, sia in questo blog sia su vinoalvino ? Di questi tempi, e per me sono sempre tempi come questi, conoscere il prezzo di ciascuna bottiglia che lei suggerisce e commenta, sarebbe molto utile e forse gradito anche ad altri.
    Cordiali saluti

    • Franco Ziliani

      21/05/2020 at 18:47

      legittima domanda che vedrò di esaudire

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