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Franciacorta Extra Brut Coronea

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Storie franciacortine di ordinaria presunzione

Ricordate quel film di Nanni Moretti, Ecce Bombo del 1978, nel quale il protagonista, dedicandosi alle tipiche masturbazioni mentali tipiche di certa verbosa e autoreferenziale sinistra post sessantottina romana, si chiede “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” ?

Bene, dimenticatevi l’atmosfera da terrazze romane, da ambientini dove farsi uno spinello era naturale come bere un bicchier d’acqua e dove il parlarsi addosso (“vedo gente, faccio cose”) era di prammatica. Vi invito a spostarvi invece, con un piano sequenza, nella zona spumantistica bresciana, non mi ricordo mai come si chiami, ah, ecco, Franciacorta, e precisamente in località Sale di Gussago, zona est dell’area di produzione delle bollicine metodo classico made in Brescia, in una piccola cantina, Coronea, nata nel 2012.

La coppia di produttori di cui parleremo, per la cronaca si chiamano Andrea Bignotti e Chiara Turelli, Andrea veterinario, Chiara ingegnere, ed entrambi lavorano nel campo della ricerca biomedica, sembrano essersi chiesti (parafrasando Moretti): ci noteranno di più se produrremo un buon Franciacorta e lo venderemo ad un prezzo ragionevole, oppure se produrremo un Franciacorta buono ma niente di più (a livello di almeno 40-50 Franciacorta) ma ci faremo notare con un packaging molto curato, un’etichetta con una storia da raccontare, e un prezzo molto “sborone” che faccia parlare di sé per la sua presunzione? Un prezzo a bottiglia al ristoratore ed enotecaro malcapitato che decida (forse afflitto da coronavirus o semplicemente fuori di melone?) di acquistarlo pari a 65 euro più Iva, tale da costringerlo a metterlo in carta (manco fosse la Cuvée Annamaria Clementi di Cà del Bosco) a 120 euro?

Indovinate quale soluzione abbia scelto il geniale duo di “vignaioli della domenica”, ché tali sono visto che nella vita si occupano soprattutto (e forse farebbero bene a continuare a farlo) di altro, e per produrre il loro “Franciacorta Exclusive Italian wine”, così lo definiscono sul loro sito Internet, ovviamente in inglese, un Brut 100% Chardonnay, che riposa non si capisce bene se 24 o 35 mesi sui lieviti, dispongono di meno di due ettari vitati, una vigna disposta a corona (da cui il nome del vino) impiantata a Chardonnay negli anni Settanta seguendo l’orografia del monte, con un’esposizione a sud del 75%?

Hanno scelto ovviamente la strada del prezzo arrogante e presuntuoso, che loro stessi definiscono “una scelta foolish, lo sappiamo bene, ma ci crediamo”, e, incredibile ma vero (ma tout se tient dicono i francesi e a ragionarci bene i conti tornano e una spiegazione si trova…), hanno trovato, oltre al sottoscritto, il cui articolo immagino non sarà gradito alla coppia di vignaioli autoincoronatisi, subito una certa stampa pronta ad esaltarne le gesta e le qualità del loro Brut che ha un dosaggio di meno di 4 grammi litro, roba da Nature) e nasce con la consulenza dell’enologo Cesare Ferrari.

Certo, l’etichetta è bella e curata, con “il leone di Giuda raffigurato in una statua che attualmente si trova ad Addis Abeba”, ma al di là di quello che possano scrivere tizia o caio, secondo il quale il Coronea Brut Blanc de Blancs sarebbe “un Franciacorta in più (che) punta a insidiare i primati d’Oltralpe”, alla prova assaggio, fatta in compagnia di un giovane sommelier molto preparato e di un abile ristoratore, casca purtroppo l’asino e si scopre che sotto il vestito (il packaging, la comunicazione mirata, il prezzo che fa parlare di sé e discutere) c’è pochino…

Il colore è bello, un paglierino brillante luminoso e intenso, ma già il perlage lascia a desiderare, poco intenso e non finissimo. Il naso è all’insegna di una buona pulizia e intensità, ricco, fitto, con note di frutta secca, ananas, agrumi in evidenza, un filo di crema pasticcera, ma appena si assaggia si scopre che se anche il gusto è secco, deciso, non ruffiano, il vino è poco espressivo, corto, non molto persistente, la bolla non finissima, e le emozioni che dovrebbe darti un Franciacorta che se vuoi berlo devi spendere come per un signor Champagne te le devi sognare, perché non ci sono. Un buon Franciacorta corretto, tecnicamente ben fatto (Cesare Ferrari offre ampie garanzie) ma niente di più.

Conclusione? Semplice, che dovranno passarne di anni prima che Chiara Turelli e Andrea Bignotti possano pensare di mettersi in testa una qualsiasi corona di grandi franciacortisti, fosse pure una corona di cartone…

Come diceva Renzo Arbore in un celebre spot pubblicitario (di una birra): meditate gente, meditate…

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/

 

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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