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Degustazioni

Trento Doc Brut Antares 2016 Cantina di Toblino

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  • Trento
    Denominazione
  • classico
    Metodo
  • Chardonnay
    Uvaggio
  • 4
    Giudizio

Perché puntare sul Trento e non (salvo rare eccezioni) sulla zona spumantistica bresciana

Cosa volete che vi dica, scrutando nella palla di cristallo dove noi stagionati veterani del racconto delle complesse vicende del metodo classico italiano, io non la vedo benissimo per la zona spumantistica bresciana, quella che ogni tanto dimentico come si chiami, ah, ecco, Franzacurta

Mica per colpa degli imprenditori, molti dei quali ex tondinari, ex specialisti del tessile, della siderurgia, dell’allevamento di polli e delle costruzioni in cemento, imprenditori che se potessimo trapiantarli in Oltrepò Pavese, invece che lasciarli brigare tra Monte Orfano e Lago di Iseo, farebbero sfracelli.

Loro, poareti (per modo di dire, tanti di loro sono pieni di dané e girano in Porsche, Maserati e macchinoni vari, mica in bicicletta come il sottoscritto) fanno quello che possono, hanno costruito dal 1990 in poi, data della fondazione del Consorzio (uno dei più efficienti in Italia, con tanto di amministratore delegato, il grande Giuseppe Salvioni, mica semplice direttore), un’immagine fortissima superiore alla realtà dei fatti.

Che vedono una produzione, leader nel settore delle bollicine metodo classico a denominazione d’origine, superiore ai 20 milioni di bottiglie, solo un undici per cento delle quali esportate (in Svizzera, Germania, Giappone, Stati Uniti soprattutto), ma un invenduto e una giacenza in cantina superiore ai 50 milioni di pezzi. E vede ancora, a fine 2020, fenomeni paranormali che pensano di risolvere d’incanto i loro problemi di proprietari di aziende che sono andate e vanno malissimo sul mercato, e svendono (a prezzi da Prosecco), e non hanno mai raggiunto validi livelli qualitativi, assumendo, come accade nel mondo del calcio con gli allenatori di grido superpagati, Riccardo Cotarella.

Però, per quanto possano applicarsi, per quanto si ingegnino, come sta cercando di fare, tra qualche polemica, uno dei più intelligenti tra loro, a portare parte delle loro vigne il più a nord possibile, la zona spumantistica bresciana in larga parte in pianura è e in pianura resta, le vigne, con il global warming, il tempo impazzito, le estati sempre più calde, soffrono grandi problemi di sovra maturazione delle uve, di calo delle acidità, di Chardonnay dai toni più mediterranei e solari che da basi spumante, e molti Franciacorta Docg risultano pertanto all’assaggio fiacchi, noiosi, molli, prevedibili, privi di quel nerbo e di quella freschezza che da un metodo classico degno di questo nome ci si aspetta… E non sarà certo l’introduzione di un dieci per cento di un’uvetta ridicola come l’Erbamat a cambiare le cose, a raddrizzare una situazione alquanto difficile…

In Trentino invece, nella terra del Trento Doc, nove milioni di bottiglie contro le oltre venti dei bresciani, tutta un’altra musica, si può salire e si sale, non solo metaforicamente, ma dal punto di vista delle altitudini, dei terroir, delle esposizioni, ben oltre i 450 metri dove si trovano i vigneti più nordici della Franzacurta, e lo Chardonnay mostra tesori di freschezza sconosciuti a Borgonato, Adro e dintorni. Tanto che mi scopro a pensare cosa potrebbe fare il super egocentrico di Erbusco, quello che tempo fa ho mandato dove si merita, se disponesse di qualche ettaro nella regione d’origine del suo grande padre, Albano, un grandissimo uomo che era originario della Val di Sole.

Il Trento Doc, come l’Alta Langa, è la denominazione bollicinara metodo classico su cui (se i suoi abitanti cambiassero testa anche l’Oltrepò Pavese, heimat di 3000 ettari di Pinot nero che ai bresciani fa gola, soprattutto in annate come il 2017: per la serie Accà nisciuno è fesso, il paese è piccolo e la gente mormora e io so tutto…), io punterei per il futuro, non certo su larghissima parte delle soffocanti e monotone bolle bresciane.

Bere un buon Trento Doc è sempre un’esperienza appagante, e nel confronto con tanti Franciacorta è, se mi consentite la metafora musicale, passare da Vamos a la playa dei Righeira, o dal Quartetto numero tre di Schoenberg, affascinante ma angoscioso, al meraviglioso rinfrescante Forellenquintett di Schubert.

Oggi Trento Doc non è solo Ferrari, il mitico e costoso Giulio riserva del Fondatore, non è solo Letrari, Abate nero, Maso Martis, Pisoni, Cesarini Sforza, ecc. ma si traduce anche nel lavoro di cantine cooperative, da quella di secondo grado, Cavit, i cui Trento sono da applausi, alle altre che sanno tirar fuori, contando su vigneti in altezza, terroir vocati, savoir faire consolidati, Trento Doc a misura di consumatore goloso di metodo classico agili, scattanti, non banali, complessi il giusto. Trento Doc che quando li stappi finisci per “seccare” la bottiglia, che non resta lì semipiena come accade, purtroppo, con troppi Franzacurta

Ultimo esempio di Trento Doc di assoluta soddisfazione che mi è capitato, e che vi consiglio – ne ho già scritto in passato, qui e poi ancora qui, è il Trento Doc Brut Antares 2016 della eccellente Cantina di Toblino, nella Valle dei Laghi, nota per il suo strepitoso Vino Santo base Nosiola. E per ottimi vini bianchi espressione di questo delicato, ricco di diverse modalità, vitigno.

Qui le vigne non salgono in alto come nelle vigne del Giulio Ferrari o altre che arrivano a 800 metri, ma sono situate in una situazione microclimatica ideale, sulle colline meglio esposte della Valle dei Laghi, con un clima arieggiato ed una perfetta escursione termica tra il giorno e la notte.

Ma che buono, ma de bon!, il Trento Doc Brut Antares 2016, un blanc de blancs affinato 36 mesi sui lieviti!

Colore paglierino oro intenso, brillante e luminoso, perlage fine, ovviamente nel mio bicchiere,  quello di Luca Bini, naso ampio, succoso, carnoso, tutto giocato su fiori bianchi, mela e nocciola e un accenno di miele.

Gusto ampio, avvolgente, succoso, cremoso, largo e pieno, ben costruito, con una bellissima ricchezza stratiforme, carnoso ma con una splendida coda lunga acida e viva e salata.

E questo è solo il Trento Doc di una cantina sociale, mica una cuvée de prestige (con la p minuscola, mica quel Prestige, che di prestigioso ha ben poco…).

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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