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Champagne che passione!

Champagne Rosé Gobillard per brindare ad una sconfitta

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Che la tua squadra vinca o perda uno Champagne va sempre benone!

Metti una sera, era venerdì 21 agosto e faceva ancora caldo, una finale di Europa League, la coppetta di consolazione, non quella dalle grandi orecchie, finale che comunque è meglio disputare e giocarsi, malamente, da brocchi, che guardarla in televisione rimpiangendo, come i gobbi malefici, l’ennesima Champions perduta, non vinta, lontana, beffarda.

Metti quella sera in compagnia della tua ex moglie, quella santa Donna di Eliana, 40 anni che mi sopporta e supporta, che passa sopra, perché stranamente mi vuole ancora bene, alle mie corbellerie, alle mie inadeguatezze, al mio essere un eterno fanciullo stile Peter Pan, un tardo (e rinco) adolescente, nonostante tra una ventina di giorni siano 64.

Metti la decisione di vedere insieme la partita, io interista, lei atalantina (è nata in Val Brembana, a San Giovanni Bianco) ma interista per simpatia nei miei confronti, in un bar vicino a casa sua a Bergamo, dove si poteva vedere la diretta su Sky.

Metti la sorpresa di scoprire che in quel posto, che vi consiglio caldamente, che si chiama Amici dello Sport. Cucina casereccia italiana (via Furietti 9 A tel. 392 798 6561 chiedere di Enzo fedelissimonapoli@hotmail.it ) non solo si può mangiare qualcosa, come mi avevano detto al telefono quando avevo prenotato i due posti per assistere alla finale, ma, accidenti, prenotando con almeno due giorni di anticipo Mamma Imma (che sta per Immacolata) napoletana verace, ti prepara piovra e patate, calamarata, paccheri con crema di sarago, risotto al nero di seppia, pesce azzurro al forno, tagliata di seppia, alici innamorate, pesce spada alla Bella Napoli, zuppa di cozze e fagioli, gnocchi alla sorrentina, barchette di melanzane ripiene e tutto un ricco repertorio di ispirazione partenopea (il bar ospita una sorta di santuario laico dedicato al culto della squadra di Maradona, Hamsik, Fabian Ruiz, Callejon, Insigne e del presidentissimo De Laurentiis) di pesce, mare e aria (next time voglio i diavoletti al forno e il sauté di cozze e vongole, gli strascinati con vongole e ceci, guaglio’).

E così, consigliati dalla chef tristellata Imma e bagnandolo con un buon Fiano di Avellino Radici 2018 di Mastroberardino, ci siamo gustati dei buonissimi scialatielli con ricci di mare, tutto mentre quei fetusi di nerazzurri facevano una figur’emmerda contro El Sevilla. E poi uno stinco di maiale ben disossato con patate. Da applausi.

Atmosfera simpaticissima, prezzi correttissimi, il tifo alle stelle, gli accidenti e le Madonne che ho tirato all’abbronzato Lukaku, Gagliardini e scarsissimi vari che indossavano indegnamente la maglia che fu del capitano Zanetti, di Mazzola, Corso, Facchetti, Rummenigge, Bonimba, non di quegli sfigati in mutande, si sono perse tra i clamori, le urla e il disappunto. La rabbia, tanta, di vedere che ancora una volta uno juventino, il salentino con il parrucchino, perde una finale, e la fa perdere, perché la squadra era mediocre e scoppiata e lui non è il Dio del Triplete, José Mourinho, ma solo Conte Antonio da Lecce, alla mia squadra del cuore.

Che fare allora? Incazzarmi? Piangere? Chiedere ad Eliana di “consolarmi”? Manco po’ cazz! Sono andato davanti al frigo vetrina che mostrava accanto ai vini irpini anche il Prestige franciacortino senza prestigio e l’orribile etichetta arancione di Bruttavista, e avvistata una bottiglia di Champagne di una Maison che conoscevo e di cui avevo già scritto illo tempore, qui e poi ancora qui, la Maison Gobillard di Hautvillers, distribuita in Italia dalla Sebina vini scelti di Bolgare, che distribuisce fior di vini di aziende che conosco e stimo, italiane quali Pojer e Sandri, Abbazia Muri Gries, Marchesi di Gresy, Oddero, Mastrojanni, Le Ragose, Michele Farro, Cà Lojera, Le Fraghe, Quintarelli, Fontanavecchia, Pietracupa, e tra quelle estere Domaine Weinbach, Dugat-Py, Château Gigognan, preso da uno slancio eroico mi sono detto fanculo Inter, tira fuori i 50 euro e brinda, con Eliana, alla salute della vera Inter e di chi, mannaggia a loro, mi vuole male.

Vi rimando ai due articoli già linkati per sapere chi sia e cosa faccia Gobillard, Maison dall’eccellente rapporto prezzo qualità. Vi dico solo che tutto è nato nel 1933 da Gervais Gobillard che nel 1933 decide di diventare vignaiolo indipendente e acquista due ettari di vigna a Hautvillers, villaggio di origine della moglie. Vuole essere viticoltore ed elaborare il proprio Champagne.

Che cinquant’anni dopo gli ettari di vigna sono diventati già otto e oggi la Maison J.M. Gobillard et fils è una realtà importante: 30 ettari di proprietà, più 125 di contratti fidelizzati con vignerons, nel 2010 raggiunta la quota di 1 500 000 di bottiglie prodotte di cui 50% destinate all’export.

Che l’affinamento dei vini avviene senza fretta, e prevede due anni per il Brut Tradition ed il Brut Rosé, tre anni per il Brut Grande Réserve Premier Cru ed il Brut Blanc de Blancs, periodi maggiori per le altre cuvée.

Vi dico solo che il Brut Rosé non millesimato, cuvée composta per il 33% da Chardonnay, 33% da Pinot nero e 33% da Meunier, due anni di affinamento sui lieviti, bevuto, brindando con Enzo e Imma ed Eliana alle sorti del Napoli e maledicendo la malasuerte della mia squadretta, ha fatto la sua bella figura, andato benone.

Colore rosa pallido, perlage fine (Enzi’ la prossima volta i bicchieri giusti, chilli di Luca Bini, me li porto da casa) bella complessità aromatica giocata su profumi di lampone e ribes, una buona leggiadra vinosità. Bocca tutta giocata su frutto e morbidezza, non piaciona, bolle croccanti il giusto, rotondo, succoso, piacevole, non è la fine del mondo (mentre lo bevevo sognavo il mio amatissimo Amour de Deutz), ma mannaggia ‘a muorte se si fa bere!

Ehi lettore di Lemillebolleblog, sient’ammé, stu Gobillard stappatillo…

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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1 Commento

1 Commento

  1. Norbert

    30/08/2020 at 21:10

    Fame, sete e ancora fame.

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