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Degustazioni

Dosaggio Zero metodo classico 2015 Erpacrife

Pubblicato

il

  • Denominazione: Vsq
  • Metodo: classico
  • Uvaggio: Nebbiolo
  • Giudizio: 4,5
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Bollicine piemontesi da applausi

Lasciamo da parte le miserie e le ristrettezze mentali di alcuni franciacortini Docg e di altri, un po’ storditi, che franciacorteggiano, nel senso che producono bollicine da vigne situate nel territorio della zona spumantistica bresciana ma sono fuori della denominazione e si atteggiano, in maniera ridicola, a meglio fichi del bigoncio, cosa che non saranno mai nemmeno lontanamente, per parlare di ottime bollicine italiche a doppia trazione, piemontese (langhetta e astigiana) e oltrepadana.

Ho inspiegabilmente lasciato trascorrere qualcosa come sei anni dal mio precedente articolo loro dedicato, eccolo, ed eccomi nuovamente a parlare di un “méthode champenoise” piemontese-lombardo, quello di Erpacrife, uno strano nome a forma di acronimo che corrisponde ad ERik, PAolo, CRIstian e FEderico, ovvero un quartetto di giovani vignaioli formato da Erik Dogliotti (Castagnole delle Lanze), Cristian Calatroni (Montecalvo Versiggia), Paolo Stella (Costigliole d’Asti) e Federico Scarzello (Barolo).

Come ho già scritto la loro storia è semplice ed esemplare: frequentando la Scuola Enologica di Alba ed essendo ognuno figlio di produttori di vino e vignaioli, pensarono bene di mettersi a produrre qualcosa un qualcosa d’intrigante e magico come una bottiglia di bollicine. Ma non il “solito” vino fatto con Chardonnay e Pinot nero, ma una bottiglia a base dell’uva più identitaria (non me ne voglia la Barbera) del Piemonte tutto, il Nebbiolo.

E così per realizzare questo loro progetto i quattro decisero di affittare circa un ettaro di vigna a Madonna di Como, posto noto anche per la produzione di ottimo Dolcetto. Nel 2000 il primo esperimento in 500 bottiglie parecchi anni dopo, anche se non hanno invaso il mercato, la produzione è decisamente aumentata.

Ed i risultati sono stati e continuano ad essere,  anche grazie alla loro intelligente scelta di puntare su vini non dosati o dosaggio zero, eccellenti, sia nella versione con etichetta bianca, un singolarissimo uvaggio composto da Erbaluce, Cortese, Timorasso e Moscato (ma in prospettiva la cuvée dovrebbe essere limitata ad Erbaluce e Cortese) sia nella versione con etichetta nera, ormai un classico, dove a trionfare è le Roi Nebbiolo.

In una recente visita all’uomo di Langa del quartetto Erpacrife, quell’ormai ottimo barolista di un Federico Scarzello (bevuto di recente con gli amici Denise e Massimo Benevelli un Sarmassa Vigna Merenda 2006 esemplare per integrità e perfetto sviluppo, favorito anche dalla cornice, quell’ottimo ristorante che é la Locanda dell’Arco a Cissone, dove l’abbiamo gustata, ma anche il 2013 di cui ho scritto due mesi fa era davvero super) ho potuto assaggiare l’etichetta bianca annata 2014, sboccatura inverno 2019, 5000 bottiglie prodotte e l’etichetta nera 2015, sboccatura dicembre dello scorso anno, produzione in 5500 esemplari.

Da notare un dettaglio per me entusiasmante, la scelta della classica bottiglia albeisa (un segnale forte, identitario, di attaccamento al territorio, che merita tutto il mio bravi bravissimi e chi se ne frega se qualcuno ha da dire…), per entrambe le cuvées.

L’etichetta bianca mi ha colpito per lo splendore del colore, un paglierino oro luminoso, pieno di riflessi, il suo naso, dove l’Erbaluce si fa sentire eccome, tutto giocato tra mandorla, nocciola, per la sua salda costruzione di bolla più larga e grassa che profonda, di grande piacevolezza e immediatezza.

Con il Dosaggio Zero etichetta nera 2015 abbiamo preso l’ascensore, il Nebbiolo ha delle logiche tutte sue, le Nebbiolo “a ses raisons que la raison ne connaît point”, avrebbe detto Blaise Pascal, se mai gli fosse capitato di bere un grande Barolo o un Barbaresco…, con una prestazione, al mio assaggio in cantina nella capitale del più grande vino del mondo (insieme allo Champagne) super convincente.

Colore buccia di cipolla intenso, perlage finissimo e continuo, naso fitto denso ma fragrante, con una presenza nitida di pesca noce e mandorla, di noce moscata, un accenno di ribes e lampone, il tutto in una cornice di grande freschezza, una tessitura salda ma delicata in bocca, bella ricchezza, spalla salda e una persistenza lunga, golosa e piena di sapore.

Non c’è niente da dire: metti insieme langhetti, astigiani e oltrepadani e agli spumantisti bresciani restano le briciole. Questione di terroir, che in Piemonte e nella terra della Bonarda, del Salame di Varzi e del Barbacarlo, abbondano, tra Rovato, il Monte Orfano e il Lago di Iseo occorre andare a cercarli con il lanternino…

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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