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Tra Franciacorta e Cava chi meglio se la…cava?

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Cronaca fedele di un tasting domenicale dove Spagna batte Italia

Lo so, avevo promesso di parlarvi di Champagne, cosa che farò prestissimo, e sarà una serie lunghissima delle migliori e inimitabili bulles da qui a fine 2020 (e poi nel 2021, 2022, etc), ma eccomi qui a parlarvi ancora di una bottiglia della zona spumantistica bresciana, quella che, catullianamente, “odi et amo” (un po’ come mi accade con quella Elle qui a brisé mon coeur e sembra divertirsi a ballarci sopra con tacchi a spillo e frustino..).

Una bottiglia che ho aperto, perché di stappare Champagne e cose francesi ieri, che avevo ancora il cuore sanguinante e qualche ferita da curare e molti ricordi, souvenirs, anche se je ne regrette rien, non me la sentivo.

Cosa ho fatto dunque? Ricevute a sorpresa, non so come abbia avuto il mio indirizzo, sei bottiglie da un produttore franciacortino con cui in passato avevo avuto eccellenti rapporti, poi le cose, dopo che ho rotto con l’arrogante che ho mandato dove si merita, si sono guastate, le avevo lasciate in cantina. Non avevo ancora aperto la bella cassa di legno dove, compreso un Rosé che ho tanto amato, riposano. Ieri però mi sono deciso ad aprire la cassa e ho portato a casa una buta e l’ho messa in fresco. Insieme ad un’altra di cui vi dirò dopo.

Il Franciacorta era quello di Giuseppe Vezzoli, produttore orgogliosamente erbuschese, al punto che pensa e addirittura ha la spudoratezza di affermare che nella sua idea di Franciacorta, la zona di produzione dovrebbe essere riservata al solo territorio di Erbusco. Si trattava del suo Franciacorta Dosaggio Zero, sboccatura 12/2019, tiraggio 4/2017, da Chardonnay dell’annata 2016. Un bel Franciacorta che su Internet, ad esempio qui, si può trovare ad un ottimo prezzo, 21 euro.

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Di Vezzoli e dei suoi Franciacorta avevo già scritto diverse volte in passato su Lemillebolleblog, ad esempio qui, qui, qui e infine qui. E del Dosaggio Zero avevo scritto già cinque anni fa, qui.

Rimando a tutti questi articoli per sapere chi siano i Vezzoli, come lavorino, ecc. Se ho dedicato loro svariati articoli è già segno, non facendo io marchette, a differenza di guide varie e altri pseudo colleghi, che penso sia un’azienda molto valida.

Il mio assaggio è stato ampiamente positivo: grande presa di spuma, perlage di media intensità e presenza nel bicchiere, naso salato teso fresco e nervoso, con bella vena di mandorla e confetti e fiori bianchi.

Attacco in bocca ben secco poi il vino si apre bene in bocca più largo che profondo molto ricco, persistente, voluminoso, anche se mantiene una bella coda lunga e salata molto caldo e pieno succoso. Mi ha sorpreso, sarà forse merito del metodo solo uva utilizzato?, la bella morbidezza cremosa sul palato, un D.Z. con la morbidezza da Brut.

Poteva bastarmi quell’assaggio e avrei potuto continuare a bermi la bottiglia, ma bastardo dentro e fuori come sono ho voluto mettere al confronto questo Franciacorta di Erbusco con un altro metodo classico, non italiano, non francese, ma, tenetevi forte, spagnolo. Un vino che nel mio esemplare porta ancora in etichetta l’indicazione Cava, ma che nella sue più uscite più recenti porta la dizione Corpinnat, il nome della libera associazione, creata con criteri qualitativi super rigorosi, che alcuni produttori ex Cava (Gramona, il mio adorato Recaredo, e altri, tra cui Torello) hanno creato per proporre al mondo un’immagine più alta e rigorosa del metodo classico spagnolo.

Le bollicine di Torello, bodega di 135 ettari, io le ho scoperte qualche anno fa a Montpellier, nel corso di Vinisud, quando ebbi avuto modo di degustare, rimanendo sorpreso, alcuni Cava della gamma (piuttosto ampia) della Bodega, viticoltori dal lontano 1395 ed elaboratori di Cava dal 1951. E scoprii,  in quei magnifici giorni francesi (sempre la Francia nel mio destino..) ex Cava che vanno da un minimo di 24 mesi di affinamento sui lieviti sino ad cuvée che sostano 36-48-60 mesi, in larga parte elaborate utilizzando le uve della tradizione del Penèdes, ovvero Macabeo, Xarel·lo y Parellada, Pinot noir e Garnacha per i Rosé.

Come scrissi qui apprezzai tanto i vini della gamma, il Torelló Brut Réserva Special Edition, dalla simpatica etichetta “geografica” che avvolge la bottiglia e racconta in immagini la zona di produzione e le sue tradizioni, il Torelló Finca Can Martí Brut Gran Réserva a base di Chardonnay, Xarel.lo, Macabeo y Parellada, e poi il Brut Nature 2011 dal naso leggermente ossidativo, ma in maniera voluta e controllata, e la coda lunga e nervosa. Mi era piaciuto molto il Torelló 225 Brut Nature Paraje Calificado, affinato in legno, e ottenuto da uve Macabeo, Xarel.lo, e Parellada, la struttura ampia e profonda. Citai la dizione “Paraje Calificado” e forse vale la pena ricordare che nel Cava, accanto alle distinzioni tradizionali, Cava, con un minimo di 9 mesi sui lieviti, Reserva, almeno 15 mesi, e Gran Reserva, oltre 30 mesi, da un paio d’anni è stata introdotta la tipologia Cava de Paraje calificado.

Una tipologia speciale, che prevede una permanenza di almeno 36 mesi sui lieviti, un’età minima delle piante che deve essere di 10 anni, la resa di 80 quintali per ettaro (equivalenti a 48 hl di mosto per ettaro), la raccolta delle uve che deve avvenire manualmente e la vinificazione all’interno della Cantina di proprietà del produttore. Inoltre il vigneto deve presentare “clima e caratteristiche del suolo uniche”, appartenere a un solo proprietario e dar vita solo a quel determinato vino. Il che lo differenzia dal concetto di cru, che può essere prodotto anche da più produttori.

Fui così convinto delle bollicine di Torello che feci una capa tanta ad una cara amica, Marta Valentini, che il marito Mirco Carraretto gestisce la più bella enoteca di Padova, La mia cantina, ed importa e distribuisce ottimi vini esteri, gli Champagne di Marc Hebrart, i Vouvray del Domaine Vigneau-Chevreau ad esempio. Loro provarono i vini di Torello e oggi chi li distribuisce in Italia? Nientemeno che Marta e Mirco, come potete vedere qui

Allora, forte di queste consapevolezze ieri sera ho voluto ripetere la prova Torello, con il Cava Brut Nature 225 annata 2013 sboccatura della primavera di due anni fa, uno sparkling che online in Spagna viene meno di 20 euro e che in  enoteca a Padova finisce sullo scaffale intorno ai 20, un blend di Macabeo, Xarel·lo e Parellada, provenienti dalla tenuta Can Martí ed è un Paraje Calificado.

Alla faccia dei pirla che dicono che quelle spagnole sono bollicine industriali (manco fosse Prosecco o troppa Franciacorta..), le uve sono vendemmiate a mano, dopo attenta selezione in vigna, fermentazione in acciaio, affinamento sui lieviti per un minimo di 50 mesi.

Il risultato non mi ha lasciato dubbi. Colore paglierino oro intenso e luminoso perlage finissimo nel mio bicchiere del cuore, quello di Luca Bini, naso salato pietroso ostricoso con una mandorla nitida, freschezza, leggiadria, eleganza, sfumature di miele e frutta gialla e tanta pietra focaia.

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Bocca ampia e piena con retrogusto di mandorla, gusto di bella ampiezza e consistenza, largo pieno di sapore, consistente con una bellissima acidità che spinge, un Brut Nature teso e croccante con uno splendido equilibrio tra acidità sapidità e frutto.

Posso dirlo o qualche pirla mi accuserà (e chi se ne frega) di essere un esterofilo, che, pur con tutta la simpatia per Vezzoli, per il suo più che buon Franciacorta Dosaggio Zero, anche oggi che riprovo le due bottiglie le bollicine che apprezzo di più e che mi viene più voglia di bere sono quelle made in Catalunya?

E adesso, dopo aver scritto e pubblicato ciò, con quale faccia domani mattina e domani pomeriggio farò tre visite non in Spagna (come spero di andare, coronavirus permettendo, in novembre, per visitare finalmente Recaredo e gli altri Corpinnat) ma in Franciacorta?

Per fortuna che almeno in due visite non sarò da solo, ma con gli amici Antonio Tomassini from London e con un’amica sommelier dal palato strepitoso, una vera esperta di bollicine e di Champagne, che, nessuna è perfetta, si diverte addirittura a sottoporre a sabrage. Parlo di Veronica Sofia (Ottavia, Lucrezia, Chiara, Giuseppina, aggiungete voi nomi a vostro piacimento) Romanini Ricci, che ho avuto il piacere di avere al mio fianco (mi scortava) quando lo scorso 8 settembre sono stato riammesso, dopo vent’anni, in visita da Gaja a Barbaresco.

Con loro a fianco posso andare ovunque, anche sulla Tour Eiffel, ma senza buttarmi di sotto, perché les parisiennes (un po’ strane) passano, la vita continua… come canta divinamente Mina…

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
www.vinoalvino.org !

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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1 Commento

1 Commento

  1. Barbara Zofia

    28/09/2020 at 15:10

    Ottimo, Franco. Pensa, che nella mia ampia Agenda di viaggi per tutto il mondo…. Non manca anche la Spagna… Catalunya e ovviamente Cava….. Saluti e Cin Cin

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