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Ah, se io fossi Franco Ziliani… quello vero…

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Oggi, Champagne day, propongo una pazza idea sul metodo classico italiano

Oggi, seguitemi in questo ragionamento che apparentemente potrà sembrarvi  espressione di un momento particolare in cui sono preda di LSD, funghi allucinogeni, droghe pesanti (in verità non ho mai fumato una sola sigaretta e non ho mai provato alcun tipo di stupefacente in vita mia), ma è che pretende di essere lucidissimo.

Oggi, dicevo, vorrei essere Franco Ziliani. Al che qualcuno dirà, ahi Franco, hai qualche crisi di identità, sei di nuovo andato nel pallone causa delusioni amorose, prestazioni ridicole in Coppa della tua Inter, o Juvinter, come tu la chiami, o chissà che, ma non sei già Franco Ziliani?

Certo che lo sono, ma vorrei essere non io, ma quel Franco Ziliani, quello vero, unico, inimitabile, classe 1931, nato il 21 giugno come una persona speciale che ho frequentato per otto anni, l’uomo straordinario che a trent’anni, nel 1961, ebbe la visione, l’intuizione, la genialata di inventarsi la Franciacorta. E in quell’anno, io giocavo ancora con Lego e soldatini, e avevo cinque anni, fece uscire, a marchio Guido Berlucchi, il primo Franciacorta, pardon, Pinot di Franciacorta.

Vorrei essere lui, magari con qualche anno di meno e soprattutto con il suo conto in banca, per rifare quello che, con lucidissima analisi tecnica, lui è enologo, formato alla Scuola enologica di Alba di fine anni Cinquanta (molto meglio di quella di oggi…), lui ha fatto per anni, con clamoroso successo, prima che i suoi tre figli, con una decisione che non fa una grinza e che ha una perfetta logica, decidessero di riconvertire la produzione della Guido Berlucchi di Borgonato di Cortefranca a Franciacorta Docg.

Vorrei fare uno “spumante italiano”, un bel VSQ come ha fatto lui per anni, con la stessa formula, per anni e anni vincente, del puzzle, della cuvée di uve, le solite, Chardonnay e Pinot nero, e magari un pizzico di Pinot bianco, come usano nella zona spumantistica bresciana, e per giocare ancora con più colori sulla tavolozza aromatica, sulla paletta del gusto, un pizzico dell’adorabile Meunier, che si può trovare sia in Trentino che in Oltrepò Pavese.

Perché vorrei essere Franco Ziliani, o in alternativa Mauro Lunelli, Christian Bellei, Mattia Vezzola, Stefano Capelli, Luigi Bersini, Marco Bertelegni, Ruben Larentis, Carlo Casavecchia, Giampaolo Turra, ovvero quelli che (magari ne ho dimenticato qualcuno) considero essere i più valorosi chef de cave della scena italica? Perché vorrei produrre, io che sono uno strenuo sostenitore delle denominazioni, anche le più piccole, e che considero il termine “spumante”, che viene disinvoltamente usato dai bischeri per mettere sotto uno stesso cappello metodo classico e metodo Martinotti – Charmat, Franciacorta e Prosecco (che sono cose diverse anche se non sempre pare così…), una parolaccia?

La spiegazione è semplicissima. Perché io, che assaggio e bevo “bollicine”, bulles, burbujas, bubbles italiane e francesi di ogni tipo, io al quale anche i miei molti detrattori riconoscono un’esperienza e una capacità di giudicare i vini prodotti con la tecnica della rifermentazione in bottiglia, più assaggio e bevo Champagne, più assaggio e bevo Franciacorta Docg, Alta Langa Docg, Oltrepò Pavese Docg e varie Vsq, Trento Doc, più mi persuado che ad ognuna delle denominazioni italiane manchi qualcosa. Che ognuna, in confronto alla Champagne, che ha storia, destini, terroir, composizione dei suoli, collocazione geografica, tempi di maturazione, immagine ben diversi, manca di armonia.

Gli Chardonnay della Franciacorta sono, eccezioni a parte, troppo caldi, pieni e maturi, tropicali, e spesso carenti di acidità, quelli del Trentino sono freschissimi e salati ma spesso un po’ troppo lineari e monocordi, quando non taglienti. Il Pinot nero della Franciacorta è spesso un piccolo Pinot nero, quello dell’Oltrepò Pavese talvolta è troppo massiccio, monocorde, vinoso, gnucco.

Gli Alta Langa, salvo qualche raro caso, sono ancora work in progress e sono un progetto che potrebbe avere altre frecce al proprio arco, in termini di caratterizzazione del prodotto finale, se il mio amico Giulio Bava, presidente del Consorzio Alta Langa, ammettesse nelle cuvées accanto a Pinot nero e Chardonnay anche Re Nebbiolo. Anche le migliori Blasen (o Bläschen?) del Süd Tirol e ce ne sono di buone, hanno qualche durezza di troppo.

Che fare dunque? Seguire la ricetta perfetta di Franco Ziliani, quello vero. Creare una super cuveé composta da una tavolozza di profumi, sapori, freschezze, acidità, strutture, corposità, morbidezze, durezze, intensità diverse.

 

Ci metto i corbelli che affidato alle sapienti mani e al palato di uno o più di quei grandi enologi delle bollicine, quel metodo classico sarebbe fenomenale. Sarebbe il più grande, armonioso, elegante, affascinante metodo classico italiano.

sdr

Oscar e Andrea Farinetti, voi che avete già il Pinot nero e lo Chardonnay dell’Alta Langa, lo Chardonnay della Franciacorta (Monte Rossa) e potreste avere senza problemi, i dané e la sapienza tecnica e la fantasia e la capacità di percorrere nuove strade, non vi mancano, Chardonnay dal Trentino e Pinot nero dall’Oltrepò (per quest’ultimo non c’è problema, lo utilizzano già sottobanco, il segreto di Pulcinella, aziende che producono in una zona a denominazione d’origine, e vi aiuterei io a trovare quello giusto: conosco bene la zona), perché non ci fate un ragionamento sopra?

Perché mai non provare a combattere, ovviamente su numeri più piccoli, lo strapotere, la forza formidabile dello Champagne, con uno “spumante” italiano in stile Champagne, una cuvée di terroir e zone diverse? Ho già il nome in mente, e non sarebbe di certo.. Prestige.. Primo perché è un termine francese. Secondo perché lo usa già qualcuno, con discreto successo commerciale.

Se qualche imprenditore del vino con tanti soldi da investire in questa mission solo apparentemente impossible, volesse approfondire il discorso, sono a completa disposizione. Mi chiamo o non mi chiamo, boja fauss, Franco Ziliani?

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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oreste
oreste
23/10/2020 16:05

pinot nero dell’oltrepò e lambrusco… il primo è generoso di profumi(con la mente corro a Monsupello) ma manca di acidità, il secondo ha meno profumi(vedi CDV) ma è di acidità paragonabile ai valori delle uve della Champagne

Giacomo Viola
Giacomo Viola
24/10/2020 09:55

Non riesco a visualizzare i commenti, è un mio problema o è generalizzato?

Ale
Ale
24/10/2020 23:33

Perché dice che la scuola enologica di Alba negli ’50 era migliore di oggi?
È successo qualcosa nel frattempo?

Renato2
Renato2
27/10/2020 17:59

Per fortuna sei Franco Ziliani, quello povero

Renato2
Renato2
28/10/2020 10:07

Non si leggono i commenti, come mai ?

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