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Prosecco Rosé: si parte da 12 milioni per arrivare a 50

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Domanda: ma questi ci sono o ci fanno? Oppure…

Un amico, non io, letta questa intervista a Giancarlo Moretti Polegato, presidente di Villa Sandi, uno dei top player (così dicono quelli che hanno studiato) del mondo Prosecco, mi ha chiesto: “ma questi ci sono o ci fanno? Oppure si fanno?”.

Caro amico e cari lettori di questo blog, magari si facessero, basterebbe consigliare loro di cambiare pusher e di sceglierne uno in grado di fornire “materia prima” migliore… No, il sor Moretti Polegato non si fa assolutamente, gode di buona salute, escludo possa fare uso di stupefacenti…

Sono però stupefacenti, anche se capisco bene che business is business e che i proseccari per vendere sarebbero capaci, sono capaci, di tutto, le sue affermazioni, e ricordo che lui è stato tra i produttori che hanno spinto maggiormente per l’inserimento nel disciplinare della variante del Prosecco in rosa (un emerita invenzione enologica, un non senso), ad esempio quando sostiene che il Prosecco Rosé è nato “perché in questo modo possiamo andare incontro alla richiesta del mercato”, e che il Prosecco Rosé “possa servire ad aprire un settore importante”, o ancora che “il consumo di rosé andrà in aggiunta e non in sostituzione del Prosecco tradizionale”.

Qui, caro amico che mi hai posto l’interrogativo sulla sanità mentale del boss di Villa Sandi, ci troviamo di fronte ad un fenomeno commerciale inserito nel fenomeno commerciale chiamato Prosecco.

Anche se provano a nobilitare una materia prima di scarso valore, con la geniale pensata, cui qualche collega stordito (o forse al soldo dei proseccari?) ha plaudito, per cui “il rosé possa essere solo millesimato ovvero prodotto da una singola annata” e pertanto “dovrebbe avere un prezzo superiore del 10% circa rispetto al Prosecco Doc”, sempre di una banalissima e assurda wine commodity si tratta, di una trovata degna del Lambrusco in lattina di tanti anni fa, del Galestro o del Barbera bianco (do you remember?).

La notizia è che “i produttori del consorzio Prosecco Doc Treviso hanno pronte 12 milioni di bottiglie”, e Villa Sandi ne ha prodotte un milione. El sior Moretti Polegato “è convinto che la produzione di rosé possa arrivare a 50 milioni di bottiglie l’anno”, per il momento gran parte destinata all’export, soprattutto sui mercati che hanno innescato il boom internazionale del Prosecco, in particolare Regno Unito, Stati Uniti e Nord Europa, con la Germania in testa.

Sarà anche vero, dal mero punto di vista degli schei, che “il debutto delle bollicine rosa ha rimesso tutto il panorama del Prosecco sotto la lente d’ingrandimento dei suoi appassionati e del mondo del vino, di fatto beneficiando l’intera denominazione”. Ma per favore non raccontiamo balle sesquipedali sostenendo che “il lancio del Prosecco Rosé offre inoltre un messaggio di positività in un momento storico difficile per tutti i settori”.

Villa Sandi punti pure “a raddoppiare il numero di bottiglie rosé portando la produzione al 10% del totale del Prosecco Doc del gruppo”, ma quella del Prosecco Rosé resta una solenne bischerata, una trovata assurda, nata tra mille polemiche, e menarne vanto è assolutamente ridicolo. I Rosé, rosati, pink wines, vini in rosa, chiamateli come volete, fermi o con le bollicine sono una cosa seria: il Prosecco Rosé non lo è.

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/ e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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