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Mon coeur mis à nu

Vino spumante Extra Brut 2013 Bruno Giacosa

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Un brindisi per ricordare l’imperatore del vino di Langa

Beh, non mi è andata male, pensavo ieri in chiesa, al funerale di un onesto collega bergamasco, Roberto Vitali, che per tanti anni ha svolto con volto sorridente e bonomia il suo mestiere di cronista enogastronomico, e che è stato ricordato con belle parole che mi hanno commosso da un altro collega, Alberto Lupini, che conosco dai tempi del liceo Lussana (lui giovane democristiano io, come sempre, a destra)…

Potevo nascere in Africa, in Cina, in Asia, essere musulmano, invece sono nato a Milano e sono orgogliosamente figlio di una civiltà e una cultura che ha espresso Dante Alighieri, Beethoven, Bach, Goethe, Mozart, Wagner, Filippo Tommaso Marinetti, Boccioni, Pier della Francesca, Rabelais, Céline, Carl Orff, bevo vino e ne scrivo e non sono astemio, mi piacciono le donne e non gli uomini, sono in salute e a 64 anni scrivo e assaggio ancora in un modo che faccio il pelo e il contropelo a tanti trenta-trentacinquenni sbruffoni, arroganti e pieni di sé.

No, non mi è andata e non mi va male, un anno fa ero nel pieno di una depressione che sembrava senza via d’uscita, ero in fondo al tunnel e disperavo di poter rivedere le mie amate Langhe e quest’anno invece ci sono andato tre volte, a riabbracciare amici vecchi e nuovi, a commuovermi baciando quella terra magica che amo sopra ogni altra, e conto di tornarci prima di Natale, ho una cena a Novello a base di Barolo e tartufo bianco e tajarin che mi aspetta…, se il cialtrone con la pochette si deciderà a lasciarci liberi di muoverci, intraprendere, vivere, e allenterà questa assurda dittatura proclamata con il pretesto del coronavirus…

No, non sono sfortunato e anche se alcune cose non vanno, non sono andate come avrei voluto (ma chi ha la bacchetta magica per comandare il proprio destino, forse nemmeno i potenti Dei!…), à Paris e Milano, in questo 2020, che in tanti ricorderanno maledicendolo (soprattutto i parenti delle vittime di questa fottuta pandemia, le persone messe in ginocchio dalla crisi economica indotta da questo virus creato da quelli del “pericolo giallo”), ma boja fauss, chi l’avrebbe mai detto che in un anno avrei ancora potuto scrivere oltre cinquanta articoli sugli Champagne, berne di splendenti (e altri aspettano ancora il loro turno nella mia cantina) e godermi l’amicizia di persone splendide, diverse tra loro, come Roberto Voerzio, Fabio Alessandra, Sergio Germano, Elio Grasso, Giovanni Negro e tuffarmi nel mare splendido della Croazia e passeggiare, innamorato pazzo come un pirla, sotto la Tour Eiffel?

A 64 anni guardandomi indietro e cominciando a tracciare qualche bilancio (ovviamente in passivo, perché di errori e caxxate ne ho fatte tante e quella santa Donna della mia ex moglie Eliana lo sa bene…), posso dire che tutto sommato non mi è andata male. Ho avuto in dono il privilegio di saper scrivere, dicono bene (sono d’accordo, scrivo proprio bene, del resto è l’unica cosa, insieme a degustare e criticare, che so fare bene…), ho fatto e faccio, dopo aver diretto per 18 anni una biblioteca, il lavoro che mi piace, non ho dovuto faticare in fabbrica, in miniera, o nei campi, ma davanti ad un computer e prima davanti ad una macchina da scrivere o ad un foglio bianco…

Mi è andata bene anche perché ho avuto il privilegio di conoscere, in tanti anni di attività, persone strepitose, nel giornalismo e nel mondo della letteratura e della musica, come Indro Montanelli, Giorgio Soavi, Carlo Maria Giulini, Piero Buscaroli, Aldo Busi, Camilla Baresani, Egisto Corradi, Giovanni Arpino, Oscar Farinetti… E poi nel mondo del vino dove sono entrato grazie all’esempio del Maestro di noi tutti, Gino Veronelli, e di un direttore, Baldassarre Molossi, che mi indusse (che Dio lo benedica in eterno) a scrivere anche di cibo e di vino e non solo di libri e musica, mille personaggi straordinari. L’elenco sarebbe infinito, ma voglio ricordarne solo alcuni che ci hanno lasciato ma sono sempre nel mio cuore, Franco Biondi Santi, Bartolo Mascarello, Aldo e Giovanni Conterno, Teobaldo Cappellano, Beppe Rinaldi, Quinto Chionetti, Mario Pesce… E poi, ancora in vita, che resti con noi ancora cent’anni, le Roi, Angelo Gaja, e il mio adorato ultimo dei mohicani, l’imperatore del Monprivato, Mauro Mascarello…

E poi  ho conosciuto, abbastanza bene, un altro, unico, umile uomo, burbero e di poche parole, ma di infinita saggezza e conoscenza della sua terra, la Langa, al quale oggi ho voluto rendere un commosso e grato omaggio, stappando una sua bottiglia portata ieri a casa dalla mia cantina. Non un Barolo o Barbaresco, i sommi rossi albesi di cui è stato il più grande autore, ma di un metodo classico con il quale lui tanti anni fa aveva deciso di cimentarsi, di mettersi alla prova, perché creare delle grandi bollicine è un arte, prodotto non con uve della sua terra, ma con Pinot nero selezionato in una vigna splendida di quella terra bene/maledetta che è l’Oltrepò Pavese…

Ho alzato il calice quindi e salutato ovunque si trovi, spero in compagnia dei grandi barolisti che come lui hanno onorato la più bella terra da vino del mondo, all’indimenticabile, inimitabile, unico Bruno Giacosa, scomparso quasi tre anni orsono, stappando, il millesimo era il 2013, la sboccatura del novembre 2016, un vino che oggi purtroppo non si produce più, la versione Rosé del suo Extra Brut metodo classico.

Un capolavoro di cui ho scritto già più volte, qui nel gennaio di quest’anno, sette anni fa e dieci anni orsono, e sul quale è difficile trovare le parole, e del quale basta dire che in Franciacorta, Trentino e purtroppo nell’Oltrepò da cui provengono le uve utilizzate se la sognano una cosa simile, forse solo in Alta Langa. E ça va sans dire, nei grandi Champagne, ma quelli veramente grandi…

Colore che definirei una leggera buccia di cipolla, aurora, salmone pallido, brillante e luminoso, perlage finissimo, ti stende subito con un naso elegantissimo, tutto piccoli frutti rossi, agrumi canditi e mandarino, arancia rocca, sale e pietra di assoluta finezza e leggerezza.

Largo e suadente in bocca, pieno, continuo, strutturato, delicatamente vinoso, ampio e carnoso ma delicato, un capolavoro di freschezza, una bottiglia infinita che sono felice di essermi stappato, in beata solitudine, mentre fuori risplende un meraviglioso sole novembrino e lei, la Divina Hélène Grimaud suonava, la musica giusta per un sovrano assoluto del vino, il Quinto Concerto per pianoforte e orchestra di Ludwig van Beethoven, noto come Imperatore…

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/ e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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