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Degustazioni

Caprettone spumante metodo classico Pietrafumante 2017 Casa Setaro

Pubblicato

il

  • Denominazione: Vesuvio
  • Metodo: classico
  • Uvaggio: Caprettone
  • Giudizio: 4
1.1

Dall’area vesuviana una bollicina sorprendente

Domanda ai non campani, o meglio ancora, ai non partenopei. Parafrasando il grande Eduardo De Filippo chiedo: ve piace ‘o Caprettone?

E qui parte l’interrogativo valido per tutti: alzi la mano chi mi sa dire (senza ricorrere a Google, altrimenti siamo capaci tutti) se quando dico Caprettone sto parlando di un formaggio, di una variante irpina di montone, o di un vezzeggiativo con cui Filomena si rivolge al Pasquale nell’intimità… Oppure sto parlando di vino?

Ho scherzato, stavo parlando ovviamente non di un vino, ma di una delle tante uve meravigliose di cui è colma la Campania felix, non solo le più note e celebrate come Aglianico, Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Piedirosso, ma anche le meno note come Sciascinoso, Coda di Volpe, Catalanesca, Forastera, Biancolella, Pepella, Pallagrello. Potrei continuare…

Il Caprettone di cui sto parlando è diffuso sin dall’antichità in provincia di Napoli, in particolare nell’area del Vesuvio, ed è una varietà a bacca bianca che probabilmente deve il suo nome alla particolare forma del grappolo, che può ricordare la barba della capra. Un nome che secondo alcuni trae le sue origini dai pastori che ne intrapresero la coltivazione.

Solo da pochi anni il Caprettone è stato riconosciuto, grazie a studi del Dna, come varietà a sé stante. In passato veniva indicato come nome locale-sinonimo e semplice biotipo della più conosciuta Coda di volpe bianca. Come ho detto l’area di massima diffusione del caprettone è quella vesuviana, in provincia di Napoli e pertanto la Dop Vesuvio prevede per le tipologie Bianco e Lacryma Christi Bianco l’utilizzo del caprettone o della coda di volpe per almeno un 35%, mentre alla restante parte del blend possono concorrere falanghina, greco e altre varietà ormai poco presenti come la Verdeca, diffusa in Puglia nel Salento.

Dell’uva caprettone si può dire trattarsi di un vitigno estremamente vigoroso, con una scarsa fertilità basale che ne consiglia allevamenti con potature lunghe. Grappolo serrato, acini di media dimensione, buccia spessa e prevalentemente di forma ellittica. Viene raccolto di solito tra la prima e seconda decade di settembre. In teoria sarebbe una varietà tendenzialmente “neutra”, piuttosto povera di aromi primari, anche se capace di acquisire con l’invecchiamento il carattere fortemente affumicato e minerale dei suoli vulcanici su cui ha mostrato di adattarsi virtuosamente.

A questo aspetto dell’uva devono aver pensato acutamente in Casa Setaro, l’azienda di Trecase produttrice dell’ottimo Lacryma Christi del Vesuvio Munazei di cui vi ho parlato recentemente, ed il risultato è una delle più sorprendenti bottiglie di metodo classico da vitigni autoctoni italiani che mi è capitato di bere quest’anno, un vino che in Campania abbinano a piatti che il solo evocarli mi fa venire l’acquolina in bocca come insalata di mare al polpo in cassuola, menesta maretata alle carni bianche, zuppe di legumi, baccalà alla maniera di Somma Vesuviana, ma io aggiungerei che andrebbe benissimo anche una impepata di cozze, spaghetti alle vongole (senza pomodoro) e frutti di mare, e che io ieri sera ho abbinato con piena soddisfazione ad una pizza, mica quella che si mangia a Napoli e dintorni, lo so bene…

Il Caprettone metodo classico millesimato, io mi sono goduto il 2017, con sboccatura dello scorso luglio, di Casa Setaro si chiama Pietrafumante, trascorre 30 mesi sui lieviti, viene da vigne poste a 350 metri di altezza nell’area di Alto Tirone, nel Parco Nazionale del Vesuvio, e, prendete nota bene, costa nel canale horeca 7,5 euro (avete letto bene, sette e mezzo) e tra i 16 ed i 18 in enoteca.

Una gran bella scoperta per cui devo ancora ringraziare quello sciagurato del livornese Giampiero Pezzuti, rappresentante dell’azienda nelle province di Livorno, Pisa e Lucca e mio vecchio amico e “compagno” che mi ha detto, “sono sicuro che ti piacerà, devi provarlo”.

Detto fatto. Colore paglierino oro intenso, perlage molto fine, naso fitto, solare, mediterraneo, tutto fiori bianchi, mandorla, frutta gialla, sale e pietra e qualche venatura agrumata e di miele d’acacia.

Scattante, affilato come una baionetta, in bocca, nervoso, bollicine ben croccanti teso, vibrante, con una fantastica mineralità e una grande freschezza, un bellissimo corredo acido che rende la beva contagiosa. Soprattutto sulla mia pizza con acciughe, capperi, olive nere e un pizzico di olio al peperoncino che non va mai male.

Se vi fidate di me, accattatavillo!

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Dimitrios
Dimitrios
03/12/2020 10:33

Buongiorno, non so se è un problema di impaginazione nella visione da cellulare ma trovo una notevole discrepanza tra stelle e descrizione. Forse sono sovrapposte due valutazioni differenti?

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