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Metodo classico italiano sempre più in confusione

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Nasce il FranciaPò, o Oltrecorta? Cambio di strategia per la Franciacorta?

Io posso anche impegnarmi, come ho fatto qui, a promettere di tramutare Lemillebolleblog in Lesmillesbullesblog e ad occuparmi solo di Re Champagne, ma che colpa ne ho se ho dei lettori un po’ perversi che mi provocano portandomi a conoscenza delle miserie e delle assurdità del mondo variopinto del metodo classico di casa nostra?

Ieri me ne stavo tranquillo confinato in casa, secondo i dettami del cialtrone con la pochette, aspettando solo di immergermi – e lasciare fuori il mondo e le sue idiozie e l’ascolto, tanto per ridere, di Lang Lang che esegue le Variazioni Goldberg, tanto per convincermi una volta di più che Bach suonato da un cinese è una barzelletta come avere Conte premier e Di Maio ministro degli Esteri – nella strepitosa Maratona Beethoven, tutte le Nove immortali Sinfonie con i supremi Berliner Philarmoniker diretti da Claudio Abbado trasmesse una dopo l’altra da Rai 5 – quando un amico mi ha mandato un messaggio: “hai letto quello che ha scritto oggi Pierangelo Boatti su Libero?”.

A parte il fatto che francamente non capisco perché un direttore di giornale affidi una rubrica di vini ad un produttore invece che ad un giornalista (quasi quasi mi metto a produrre bollicine…), nonostante il Boatti sia un amico (e amica ancora di più una persona che gli dà una sostanziosa mano a scrivere i pezzi…), non avevo letto, ma poi quando ho letto, non sapevo se ridere o se piangere.

Il metodo classico italiano, e mi riferisco solo alle zone a denominazione d’origine come, vado in ordine di grandezza per numero di bottiglie prodotte, Franciacorta Docg, Trento Doc, Alta Langa Docg e Oltrepò Pavese Docg, e non tiro in ballo la marea di metodo classico da una miriade di vitigni prodotti, talora anche con ottimi risultati, dal Piemonte dell’Arneis, dell’Erbaluce e del Cortese, sino alla Sicilia del Nerello Mascalese e del Carricante, mi sembra sempre più in confusione.

 

Non solo, a differenza dal Prosecco, nonostante ingenti investimenti fatti da alcune zone non riesce a conquistare il mondo (l’export dei bresciani è intorno al 12%, quello dei trentini meno), non solo alcuni dei più importanti soggetti produttivi non si pongono problema alcuno a calare le braghe, pardon, i prezzi, sotto Natale e anche prima, ma qualcuno, forse mal consigliato da qualche cattedratico, ricercatore, scienziato, in vena di famolo strano, vorrebbe far tornare il mondo del metodo classico indietro di molti anni.

Non capisco, perché un conto è che il sottoscritto, come ha fatto di recente qui, scriva che vorrebbe essere l’altro Franco Ziliani, il grande, quello che si è inventato la Franciacorta, per produrre, anche oggi “uno “spumante italiano”, un bel VSQ come ha fatto lui per anni, con la stessa formula, per anni e anni vincente, del puzzle, della cuvée di uve, le solite, Chardonnay e Pinot nero, e magari un pizzico di Pinot bianco, come usano nella zona spumantistica bresciana, e per giocare ancora con più colori sulla tavolozza aromatica, sulla paletta del gusto, un pizzico dell’adorabile Meunier, che si può trovare sia in Trentino che in Oltrepò Pavese”, persuaso che ad ognuna delle denominazioni italiane manchi qualcosa. Che ognuna, in confronto alla Champagne, che ha storia, destini, terroir, composizione dei suoli, collocazione geografica, tempi di maturazione, immagine ben diversi, manca di armonia.

Un conto è scherzare, come a volte ho fatto, dicendo che forse si potrebbe creare un grande metodo classico lombardo, un Oltrecorta o Franciapò, con una calibrata cuvée tra Chardonnay bresciano e il mare di Pinot nero oltrepadano, e un conto è scoprire che qualcuno questa cosa l’ha davvero messa in pratica.

Leggo difatti nell’articolo del vignaiolo aspirante eno-rubrichista Boatti che “si chiama «Condivisione» ed è molto più di una bottiglia di Metodo Classico pensata per celebrare i trent’anni di attività (1990-2020) dello studio agronomico Sata, con sede a Brescia. In quella bottiglia c’è il futuro delle bollicine Metodo Classico italiane: la referenza, a partire da vini base 2012, è infatti una cuvée di vini di 14 aziende della Franciacorta (tra le quali Ronco Calino, Uberti, Berlucchi e Barone Pizzini) e 6 dell’Oltrepò Pavese (Vigne Olcru, Frecciarossa, Mazzolino, Picchi, Rebollini e Torrevilla). Una chicca, in serie limitata, 70% Chardonnay franciacortino e 30% Pinot nero oltrepadano”

Un progetto firmato dal professor Leonardo Valenti, tra i fondatori di Sata insieme a Piero Donna. Sata, “nel festeggiare il suo anniversario, suggerisce implicitamente quale sia la stella polare per dare un futuro internazionale a valore alla grande spumantistica italiana di alta gamma: «Condivisione».

La spiegazione data dall’illustre e fantasioso professore è sorprendente: “per vincere le partite può bastare anche un fuoriclasse, per vincere i campionati serve una squadra forte, giocatori che sappiano buttare il cuore oltre l’ostacolo e sentire propria l’azienda”. E dunque dal cappello del mago del profesur, ecco l’etichetta «Condivisione», che mette “a sintesi le virtù di due zone di grande rilievo per il Metodo Classico: l’Oltrepò Pavese del blanc de noirs da uve Pinot nero e la Franciacorta del blanc de blancs da uve Chardonnay”. Dice Valenti, ormai lanciato, “non potevamo non celebrare il nostro trentesimo senza lanciare un messaggio importante, ovvero che l’Italia spumantistica si deve unire e mettere a fattore comune le risorse per promozione e valorizzazione. I competitor sono in Champagne, non in un’altra provincia italiana. Oltrepò Pavese e Franciacorta sono a un’ora di strada”.

Avete letto bene, il cattedratico e i suoi complici bresciano – oltrepadani non hanno fatto altro che mettere parzialmente in pratica quello che Franco Ziliani (il genio non il sottoscritto) ha fatto per anni e che io suggerivo di fare per scherzare, ma non troppo, un po’. E hanno fatto nientemeno quello che le malelingue, nei pour parler off the records, sostengono, ovvero che alcune bollicine bresciane non siano fatte solo con uve che nascono nell’area della denominazione, ma che arrivino da una zona posta “a un’ora di strada”.

A parte il fatto che chi sostiene simili cose dovrebbe dimostrarle, altrimenti il Consorzio Franciacorta, come fece anni fa con l’ex presidente di A.I.S. Lombardia, ora semplice enotecario in quel di Crema, querela. E poi io conosco i bresciani e conoscendoli escludo tassativamente che nella realtà ci sia qualche pirla che faccia quello che malelingue sostengono, che qualcuno possa averlo fatto nel 2017 quando in Franciacorta c’è stata una rovinosa gelata e in provincia di Pavia quasi no.

Escludo che nella nobilissima e Prestigiosa zona spumantistica bresciana possa accadere che qualcuno arrivi a falsificare le fascette della Docg facendone fotocopie e che venga cacciato, mentre lui miagolava, dal Consorzio. Escludo nella zona che si propone sempre più come green oriented ci possano essere aziende che abbiano vigne a filo autostrada A 4.

Escludo che ci siano produttori che quando metti in degustazione alla cieca una loro cuvée tre bicchieri a confronto con un outsider facciano una figuraccia o che qualche megalomane si sogni di costruire un mega teatro simil Scala a pochi minuti da un casello autostradale in una situazione di viabilità insostenibile.

Escludo che ci siano aziende che sotto Natale, loro sono Docg, loro sono la crème de la crème, loro sono apprezzati dai palati più raffinati, possano vendere le loro bottiglie a meno di 12 euro.

Sono persuaso che se producono circa 20 milioni di bottiglie non riescono a soddisfare la richiesta che ne assorbirebbe almeno 30 ed escludo che ci siano stock invenduti come sostengono ancora dei malfidati.

Mi chiedo però, visto che tra le 14 aziende della Franciacorta che hanno partecipato al progetto Condivisione c’è anche la Barone Pizzini, azienda diretta dal rosso milanista Silvano Brescianini, che è anche Presidente del Consorzio Franciacorta, dove siano finite la coerenza, l’orgoglio, un po’ tracotante, franciacortino, la pretesa di essere i meglio fichi der bigoncio, la difesa e la fiera rivendicazione del primato della territorialità.

Mi viene da chiedere al Signor Brescianini, ai responsabili di Ronco Calino, Uberti, Berlucchi e delle altre aziende franciacortine aderenti al progetto di cui per ora ignoro il nome, ma mi adopererò per conoscerlo, se pensino, proprio come pensa il professor Valenti, che “l’Italia spumantistica si deve unire e mettere a fattore comune le risorse per promozione e valorizzazione”, se un’operazione come quella di Condivisione sia davvero “la stella polare per dare un futuro internazionale a valore alla grande spumantistica italiana di alta gamma”. Se nella bottiglia di Condivisione “c’è il futuro delle bollicine Metodo Classico italiane”.

Mi chiedo se le oltre cento altre aziende aderenti al Consorzio Franciacorta siano contente di questa pensata dei 14 che giocano a condividere uve con i colleghi oltrepadani, se siano state informate dai loro colleghi di questa iniziativa che sarà anche accademica ma rappresenta di fatto una svolta rispetto alla politica pura e dura (noi da soli senza quelli delle altre zone, noi i migliori) sinora adottata dagli spumantisti metodo classico bresciani.

Mi chiedo cosa pensino di questa genialata personaggi come l’ex presidente del Consorzio Maurizio Zanella, oppure Giulia Cavalleri, ai quali non mancherò di girare non solo tramite questo articolo il mio interrogativo. Oppure alcune delle menti più lucide del panorama franciacortista come Ezio Maiolini, Claudio Faccoli, Andrea Arici, Elisabetta Abrami, Giuseppe Vezzoli, Mattia Vezzola, Lorenzo Gatti.

Carnevale non è lontano (e chissà se questo Carro di Tespi rappresentato dal malgoverno Conte ce lo farà festeggiare) ma mi sembra di essere già in clima con questa carnevalata. Chi siano gli Arlecchino, i Brighella, i Meo Patacca, i Dottor Balanzone della situazione lascio a voi scegliere. Su chi siano i Pulcinella, i Gioppino e magari i Pinocchio della situazione io ho le idee molto chiare…

 

Attenzione!: Non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/ e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Albino
Albino
21/12/2020 12:14

OSSIGNUR … 😥

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