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Champagne che passione!

Champagne Esprit Nature Henri Giraud

Pubblicato

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  • Denominazione: Champagne
  • Metodo: classico
  • Uvaggio: Pinot noir, Chardonnay
  • Giudizio: 4.5
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Fate una pernacchia a chi vi dice che per bere uno Champagne occorre svenarsi

Forse qualcuno dirà che sono monotono, che sono al soldo del Comité Champagne (la vedo difficile, non sono né romano, né furbo, né un lupacchiotto…) e tutte le scempiaggini che potete pensare e scrivere come commento, ma di cui francamente me ne impippo, però non mi stanco e non mi stancherò di scrivere (e dimostrare con i fatti) che per bere un buon Champagne non è necessario svenarsi.

Che si può bere bene e pescare nelle carte dei ristoranti o sulle enoteche online, senza per forza (che barba che noia, direbbero Sandra e Raimondo) dovere fare un mutuo o quasi puntando su Krug, Salon, Sélosse, Armand de Brignac, sul Cristal e snobberie champagnose varie.

Che barba che noia

Potete ad esempio bere bene, un’impeccabile cuvée composta per il 70% da Pinot noir e per il 30% da Chardonnay, spendendo 40 euro sul sito dell’importatore, puntando sul “base”, e che base, di una Maison che ha origini antichissime e produce Champagne sin dalla prima metà del XVIII secolo, si trova ad Ay, nel cuore della Vallée de la Marne, ed è stata fondata dalla famiglia Hémart, ma è con l’unione tra Madeleine Hémart e Léon Giraud che l’attività, a partire dai primi anni del 1900, ha preso quota.

Parlo della Maison Henri Giraud, oggi gestita dalla dodicesima generazione familiare, guidata da Claude Giraud, coadiuvato dalla figlia Emmanuelle e dal genero enologo Sebastien le Golvet, che privilegiando le uve di pinot noir provenienti da vigneti Grand Cru produce circa 260mila bottiglie annue, che presentano una caratteristica che a me, che non amo particolarmente l’uso del legno nelle diversi fasi della vinificazione, non dovrebbe risultare incoraggiante, in quanto secondo Claude Giraud “anche le foreste hanno un terroir come le vigne”, e “non esistono grandi vini senza grandi legni”. E quindi loro il legno lo usano eccome, ma stando a questa cuvée lo sanno usare benone…

Grazie alla squisita disponibilità del 40enne Pietro Ghilardi, un formidabile importatore distributore la cui esistenza ho scoperto, me tapino, solo nel giugno dello scorso anno, pur essendo la sua sede a dieci minuti esatti di bicicletta da casa mia, cui devo imperitura gratitudine per avermi fatto scoprire il più grande vino bianco bevuto nel 2020, il Santorini Pure 2016 di Volcanic Slope Vineyards, e perché importa i meravigliosi vini, a me particolarmente cari per tanti motivi, del Domaine de Fondrèche, ho potuto mettere alla prova assaggio lo Champagne Esprit Nature di Henri Giraud, scelto in una gamma che ne propone anche altri più ambiziosi e costosi, tipo il Fût de Chêne che, fermentato in piccole botti di rovere è nato in occasione dell’eccezionale annata del ’90.

Uno Champagne perfetto come aperitivo, ma di quelli sostanziosi, vista l’ampia struttura del vino, che come ho detto nasce da un assemblaggio di 70% Pinot Noir e 30% Chardonnay con un 5% di vino riserva Grand Cru di Ay, fermentato in botti di legno della foresta di Argonne. Loro utilizzano per altre cuvées anche terra cotta o contenitori di grès.

Uno Champagne che mi è piaciuto sin dalla sua etichetta, raffinata, di un azzurro della tonalità che più amo, e che mi è piaciuto ancora di più gustandolo via via, versato nel mio bicchiere prediletto, ovvero quello prodotto da Italesse e inventato da Luca Bini da Isera, conducator della splendida Casa del vino della Vallagarina, su un piatto semplicissimo preparato da un “grande chef”, ovvero il sottoscritto (sic), delle squisite farfalle de La Molisana (mi raccomando scegliete senza esitazione alcuna la pasta di questa marca, quella e nessun’altra…) con peperoni gialli e rossi del mio verduraio siciliano, originario dell’Etna.

Colore paglierino oro squillante, perlage finissimo e continuo, naso che definirei “volitivo”, assertivo, deciso, compatto e ricco di energia, che si apre progressivamente su un bouquet dove si colgono note di ananas, pompelmo, fiori bianchi, pietra focaia e sale e un lieve accenno tra il salmastro e l’ostricoso.

Largo ma fresco in bocca, ampio, croccante, nervoso sul palato, ben teso, sapido, incisivo, dotato di una persistenza lunga e di un finale di grande freschezza.

Facciamo insieme un po’ di “conti della serva” cari lettori consumatori. 40 euro online per questo, 60 euro per il Franciacorta Cabochon di Monte Rossa, 85 euro per l’Extra Brut Vittorio Moretti di Bellavista, 40,50 euro per il Franciacorta Pas Dosé Riserva Bagnadore 2011 di Barone Pizzini, 85 euro per il Trento Doc Brut Madame Martis 2010 di Maso Martis, per citare solo alcune “alternative” made in Italy. Chi, potendo scegliere, opterebbe per gli spumanti italiani e non per lo Champagne di Henri Giraud?

Attenzione!:

Non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/ e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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