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Degustazioni

Metodo classico Extra Brut Rosé Nostra Signora della Neve Vajra

Pubblicato

il

  • Denominazione: Vsq
  • Metodo: classico
  • Uvaggio: Pinot nero, Nebbiolo
  • Giudizio: 3,5
0.9

Un Rosé di Nebbiolo e Pinot nero deludente, privo di finezza, eleganza, piacevolezza

Incredibile ma vero, ogni tanto anche la mia amata Langa, della quale non mi stancherò mai di essere appassionato cantore, mi delude. Capita di rado, ma capita. Ieri l’ha fatto due volte. Ieri sera ho stappato il Barolo 2015 di un cru di Novello di un simpatico produttore, mio coetaneo, e mi sono trovato di fronte ad un “vorrei ma non posso”, ad un vino tecnicamente impeccabile ma un po’ troppo semplice e scolastico per emozionarmi, un vino con poca anima, molto diverso dallo strepitoso Barolo Terlo 2014 Camerano di cui ho scritto due giorni orsono. Così deludente quel Barolo, che per recuperare la situazione ho pensato di stappare il Diano d’Alba Superiore 2018 (Dolcetto per chi non lo sapesse)  dello stesso vignaiolo, rimanendo finalmente emozionato, trovando in quel vino quella forza, quella verità, quella capacità di raccontare la terra di Langa che nel Barolo 2015 non c’era.

La delusione più grossa però mi è venuta ieri a pranzo, quando memore di un articolo molto ma molto positivo su quel vino che avevo scritto giusto nel gennaio di otto anni orsono, sul Cucchiaio d’argento, avevo parlato di “prova d’esordio al fulmicotone”, di “ennesima prova della grandezza di un’azienda alla quale non si devono solo ottimi Barolo dal particolare terroir di Vergne o da Serralunga d’Alba, gustosi Barbera d’Alba e Dolcetto d’Alba (il mirabolante Coste & Fossati), una specialissima lettura della Freisa, il Kyè, ma un Moscato d’Asti super (da vigne in quel di Mango) e il Langhe bianco Petracine, uno dei più grandi Riesling (renani) italiani”.

Si trattava, e si tratta, di un Extra Brut Rosé molto particolare, figlio di una sorta di wedding crowns, di summit al vertice con pari diritti tra i due vitigni rossi più nobili, Monsù Nebbiolo e Monsieur Pinot noir, un Extra Brut che definirei gastronomico tanto richiama il cibo e spinge a testarlo sugli accostamenti meno giudiziosi e più azzardati.

Sto parlando, l’ho acquistato su Callmewine pagandolo, cosa che potete fare anche voi, 26,50 euro, e sulla stessa eccellente enoteca online potete trovare gli altri vini, dal Langhe Freisa Kyè, che assaggerò nei prossimi giorni e che ricordo buonissimo, sino al Riesling Petracine 2019 (il 2017 ha sbaragliato tutti i concorrenti in una degustazione di quasi tutti i migliori Riesling renano che ho fatto insieme a Patrizio Chiesa, alias Portale Oltrepò Pavese, Marco Bertelegni e Pierangelo Boatti, ovvero il Gatto e la Volpe di Monsupello e l’amico monfortino Roberto Gerbino il 24 giugno scorso presso la splendida tenuta oltrepadana Le Fracce) dell’Extra Brut Nostra Signora della Neve, splendido il nome del vino, e ancora più splendida ed elegante l’etichetta, firmata da quel grande artista e genius loci di Langa che è stato Gianni Gallo dell’azienda G.D. Vajra che ha cantina, che conosco molto bene, ci sono stato tante volte, nella frazione Vergne proprio sopra Barolo. Dove potete soggiornare in due agriturismi accoglienti, Le Viole e Cà San Ponzio.

Una cuvée composta per il 50% da Nebbiolo e per il 50% da Pinot nero, affinata sui lieviti per un periodo variante da 48 a 60 mesi, il mio campione portava come data di sboccatura la primavera 2020.

Intendiamoci, pur mantenendo un certo rispetto per i vini di quest’azienda, che produce anche un Moscato d’Asti ammirevole da vigne in Mango, che bevuto anche a 5 anni di distanza dalla vendemmia resta formidabile, avendo avuto modo di conoscere Aldo e Milena Vajra (non parlo dei figli, che non c’entrano, sono tutti ragazzi in gamba impegnati nell’azienda, Giuseppe, classe 1985, Francesca e Isidoro) avendo frequentato la loro casa, due volte ci portai anche mia moglie e mia figlia, coetanea di Giuseppe, non posso dire di nutrire molta simpatia per loro, anzi…

Quando qualcuno mi nomina Vajra, che in Langa alcuni barolisti chiamano simpaticamente “il pretone” e sul quale non ho mai sentito spendere parole di grande stima, mi viene in mente una canzone di Guccini, questa.

Loro, che sono macchine da guerra, che ormai producono una quantità considerevole di bottiglie, alcune con private label vendute negli States a prezzi diciamo da battaglia, che non guardano in faccia a nessuno, sorridono, lodano Dio e la Madonna e intanto, lassuma pert…, sono una realtà importante nei vini di Langa.

Però, basandomi sulla bottiglia del loro Extra Brut che ho stappato ieri, magari una bottiglia sfortunata, stanca, non benedetta dagli dei, direi che sul metodo classico farebbero bene a fermarsi un attimo a riflettere.

E magari, tanto loro dicono sempre di essere umili, potrebbero andare a far visita al mio amico e loro collega Sergio Germano (azienda Ettore Germano a Serralunga d’Alba, dove hanno vigne in società con Luigi Baudana) e farsi spiegare come si faccia un grande metodo classico Rosé base Nebbiolo come il suo Extra Brut Rosanna, ), oppure dal giovane, bravissimo Andrea Farinetti (figlio del mio amico Oscar) a Fontanafredda, scendere a Barolo da Federico Scarzello e farsi spiegare come ottenga con i suoi soci un Erpacrife tanto buono. Oppure contattare l’ottimo Dante Scaglione, già cantiniere e oggi enologo consulente dell’azienda Bruno Giacosa di Neive e farsi spiegare, visto che l’ha prodotto per anni, come si faccia uno straordinario Extra Brut Rosé da uve Pinot nero. O infine portarsi fino a Cocconato d’Asti e andare a Canossa da Giulio Bava, presidente dell’Alta Langa e produttore di quello strepitoso Rosé con marchio Cocchi che è il Rösa.

Tutti consigli che fornisco a titolo gratuito al pio Aldo, e che lui ripagherà con quattro pater ave gloria recitati per redimere la mia anima persa di laico (ma non laido) peccatore.

Rileggo gli appunti, entusiasti, di anni fa sull’Extra Brut Rosé Nostra Signora della Neve, quando scrivevo, forse ispirato da un coro di voci angeliche, “si resta subito catturati dal naso, fitto, ricco, assertivo, dalla bellissima delicata intensità di frutto, tutto ribes e lampone, agrumi (netto il mandarino con accenno di pompelmo rosa e di fiori d’arancio) e poi pesca bianca, completata da note di rosmarino, erbe aromatiche, petali di rosa appassiti, una bella vena minerale, che emergono ancora più nel calice franciacortino, con grande delicatezza, compattezza, eleganza”.

E ancora “bouquet completato da una bella vena minerale e gessosa e da una grande freschezza. Attacco in bocca maschio, deciso, di grande intensità e forza, con bellissima bolla croccante sapida e nervosa, verticalità e nerbo sapido, vibrante spina acida, grande energia che dà spinta e profondità al vino, che ha una presente ma contenuta vinosità, una spalla ben sostenuta, una larghezza ed un bel peso in bocca, ben bilanciati dal nerbo preciso, davvero da grande vino. Il finale è molto lungo e persistente con una bellissima vena di mandola salata più che tostata”.

Ieri invece, forse sotto l’influsso malefico di Satana e non essendo andato a Messa, mi sono trovato di fronte ad un metodo classico noioso, prevedibile, stanco, privo di fascino e di finezza, pesante, tanto che non sono riuscito ad andare oltre ad un bicchiere (mi sembrava di trovare lo stesso stile pesante e un po’ “sborone” dell’Alta Langa Pas Dosé del Rinoceronte, pardon, Contratto) e per consolarmi ho dovuto con urgenza stapparmi uno Champagne. Altra musica, altra poesia, altri terroir, altro talento per le bollicine.

Colore molto bello come anni fa, un rosa antico salmone pallido, perlage fine e continuo, ma subito un naso intensamente vinoso, eccessivamente vinoso, dove le note di lampone e agrumi non riuscivano a decollare e dare finezza al vino, che rimaneva monocorde.

Stessa impressione passato all’assaggio, con un gusto potente, ricco di struttura, con una materia e una tessitura da rosso, senza finezza e sgranatura delle bollicine sul palato. Indubbiamente un gran bicchiere importante, perfetto pour épater le guide, ma forse, perché magari troppo presi nel business, nel fare tanti numeri e dané, i Vajra hanno dimenticato una cosa elementare, che un Alta Langa e un metodo classico piemontese e italiano richiedono un’eleganza e una piacevolezza che qui mancano completamente.

Lo so bene che il Pinot nero è una gran bella bestia, mentre il Nebbiolo, che nel Nostra Signora della Neve è suo complice e sostegno, dovrebbe assicurare potenza, struttura tannica, spinta, vigore ed estrema ricchezza di sapore. Ma della “finezza da standing ovation” di cui scrissi anni fa nessuna traccia, forse bisognerà chiederne notizie a Chi l’ha visto.

Un sommesso consiglio ai Vajra: meno rosari e più attenzione in vigna e in cantina se volete produrre metodo classico le cui bottiglie non rimangano malinconicamente semipiene sul tavolo… Amen!

Attenzione!:

Non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/ e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Marco
Marco
12/01/2021 14:51

Ca’ San Ponzio è dove alloggio sempre quando vado in Langa 😀 Unico neo i troppi poster juventini 😂😂😂

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