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Degustazioni

Mattia Vezzola Brut Rosé metodo classico Costaripa

Pubblicato

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  • Giudizio:
4.5

Da una cantina gardesana metodo classico migliori di tanti Franciacorta

Caro Mattia, da quanti anni ci conosciamo? Una vita direi. Correva l’anno 1987, ovvero anni 34 anni orsono (davvero così tanti?) e io, che all’epoca per mantenere la mia famiglia dirigevo (l’ho fatto per 18 anni, fino al novembre 1997) una biblioteca civica alla periferia di Bergamo e avevo libero solo il lunedì, giorno di chiusura, da quattro anni ero diventato un cronista del vino.

Tutta colpa dell’incontro, nel 1981, con la Gazzetta di Parma ed il suo indimenticabile storico direttore, Baldassare Molossi, che dopo avermi fatto scrivere di libri sulla terza pagina e avermi mandato ad intervistare Giorgio Soavi, Egisto Corradi, Piero Buscaroli, Quirino Principe, Jean François Revel, Carlo Maria Giulini, Livio Caputo, Gustavo Selva, Enzo Bettiza, per citare solo alcuni dei grandi personaggi della letteratura, del giornalismo e della musica che ho incontrato, nel 1983, erano gli anni d’oro della nouvelle cuisine, decise che mi interessassi anche di cucina. All’epoca la si definiva così e nessuno si sognava di chiamarla food.

Nel marzo 1983 Molossi mi spedì a Bergamo alta, in via Sudorno 44, ad intervistare Luigi Veronelli, e scoprii che il vino era una cosa nobile e complessa, che poteva essere cultura, filosofia, arte. Fu una folgorazione. Il resto venne di conseguenza. Le interviste a Gualtiero Marchesi, Angelo Paracucchi, Giorgio Pinchiorri e Annie Feolde, Franco Colombani e tanti altri ristoratori e chef ad occupavare intere terze pagine. E poi l’anno seguente, correva il 1984, mia figlia sarebbe nata l’anno successivo, a metà marzo l’incontro, il colpo di fulmine, l’innamoramento a prima vista, con la sacra Langa del Barolo, e la serie di incontri – interviste con Gaja, Giacomo Bologna, Maurizio Zanella e altri personaggi del vino.

Il dado era tratto, il destino segnato e anche grazie ad Edoardo Raspelli, il Savonarola della buona tavola, il severissimo critico gastronomico de La Stampa che ero andato ad intervistare a casa sua in quel di Bresso, nel 1987, io che scrivevo ancora ,di libri e altro, sul Giornale di Montanelli, e di cultura, non di politica, sul Secolo d’Italia, quotidiano del Movimento Sociale Italiano, mi trovai, per i singolari casi della vita, a scrivere sul Gambero rosso, supplemento gastronomico inventato da Carlo Petrini, allegato al quotidiano comunista (mancavano due anni alla caduta del fottuto Muro berlinese), Il Manifesto.

E da maggio, imbarcato in una scialuppa che aveva come capitano il compianto Stefano Bonilli, eccomi coinvolto, mi occupavo di tutta la Lombardia, nell’avventura della prima edizione di una nuova e ambiziosa guida dei vini che negli anni si sarebbe fatta conoscere per fatti e misfatti: Vini d’Italia, una coedizione Gambero Rosso – Arcigola, poi diventata Slow Food.

Fu dunque nel 1987 caro Mattia, parlo di Mattia Vezzola classe 1953, gardesano, baffo che conquista, che ti incontrai per la prima volta nella nota cantina di Erbusco di cui tu eri il bravissimo chef de cave.

Le cose andarono come andarono, ricordi?, io che dal 1984 avevo conosciuto e intervistato Maurizio Zanella, e pur riconoscendo subito la tua eleganza ed il tuo stile, le tue capacità, la tua pazienza (ce ne vuole tantissima avendo avuto per 30 anni e più a che fare e sopportare un proprietario stile “sciur parun da li beli braghi bianchi” come V.M., il costruttore bresciano che oggi vaneggia di far costruire un mega teatro d’opera ad Erbusco) fui subito portato a “tifare” per Cà del Bosco più che per l’azienda sua concorrente dove tu lavoravi. E forse la scheda che scrissi sulla vostra cantina sulla Guida, anche a causa di un dannato misunderstanding tra noi, non fu il massimo della simpatia nei vostri confronti…

Superato questo primo momento d’impasse ci furono molti altri incontri e degustazioni, in cantina in Franciacorta e nella cantina di Moniga che tu e tuo fratello Imer conducevate insieme facendola via via diventare una cosa sempre più grande rispetto alla piccola cantina creata da tuo padre.

Sono passati gli anni, caro Mattia, nella tua azienda che è cresciuta tanto da sfiorare il mezzo milione di bottiglie (di cui 200 mila di bollicine) si sono aggiunti a te i tuoi bellissimi figli Nicole (forte di una esperienza in Champagne) e Gherardo e oggi che il tuo impegno con la cantina franciacortina si è pressoché ridotto a poco (lo si è capito bene, i Franciacorta attuali, quelli che hanno come emblema una volgare etichetta arancione, non mostrano un briciolo dell’eleganza che ha sempre contraddistinto le tue cuvées) ti puoi concentrare sulla tua Costaripa di Moniga del Garda. Ed i risultati sono importanti.

Non c’è da sorprendersi, la tua filosofia, riassunta qui, è sempre stata chiara sin dall’inizio: “mettere la tecnologia al servizio dell’intuizione volta all’unicità della nostra vocazione “spumantistica”. Da quel momento il tuo obiettivo principale “è stato quello di dar vita a un “metodo classico antico”, suadente, femminile per eleganza e armonia, raffinato e di soffice masticabilità, persistente e saporoso, con una effervescenza sottilissima quasi a ricordarti la setosità e la leggerezza di un inimitabile foulard di seta”.

Lo chiamano “Stile Mattia Vezzola” ed è la raffigurazione di una femminilità o di una mascolinità elegante, sobria, fatta di dettagli accurati, che provano a rimanere nel tempo.

Posso dirlo, anzi lo dico, caro Mattia, che le tue cuvées prodotte da uve Chardonnay e Pinot nero ubicate rigorosamente in Valtènesi (la zona che si estende da nord a sud tra i comuni di Desenzano e Salò, nel cuore dell’anfiteatro morenico sulla sponda bresciana del Garda) e sulle morene esterne dello stesso lago in zone pedecollinari, qualcosa arriva anche da Iseo e dintorni, risultano spesso più buone di tante cuvées prodotte in quella Franciacorta di cui sei stato uno dei grandi protagonisti?

Il tuo sistema è collaudato: vendemmia rigorosamente manuale con selezione in pianta, pigiatura del grappolo intero con esclusivo utilizzo del mosto fiore, fermentazione di parte dei mosti in piccole botti di rovere bianco, anche molto vecchie, oltre 35 anni, al fine di donare alle cuvée lunghezza, persistenza e longevità, assemblaggio per ogni cuvée fino a 40 diversi vini al fine di mantenere ogni anno oltre alla costanza qualitativa anche il medesimo profilo sensoriale.

Unico appunto, posso dirtelo visto che sono un vecchio amico e che non parlo in regime di conflitti d’interessi, perché non sono un grafico, non disegno etichette, non ha parenti, amici, amanti che disegnino etichette ed elaborino lo styling e il modo di presentarsi dei vini, le tue etichette, che tremendamente kitsch come sono (ma che ti le ha disegnate, chi te le ha consigliate?) non rendono onore alla qualità del prodotto finale. Cosa aspetti a cambiarle?

Ho già celebrato lo scorso anno su questo blog il valore del Brut metodo classico della tua Costaripa, e oggi, 8 marzo, per rendere omaggio a quell’eleganza squisitamente femminile che tu hai sempre esaltato nelle tue bollicine (ricordo i tuoi Franciacorta Rosé d’antan, era straordinari) ho deciso di stappare il tuo Mattia Vezzola Brut Rosé, cuvée composta per l’80% da Chardonnay e per il 20% da Pinot nero provenienti da vigneti gardesani di 25 anni di media, terreni di origine glaciale, morenico ghiaiosi con presenza di calcare e argilla, una cuvée che realizzi con un pigiatura soffice dell’uva intera, con il 35% del mosto che fermenta ed evolve in piccole vecchie botti di rovere bianco da 228 litri per circa 8 mesi e affinamento di 36 mesi sui lieviti.

Sono ammirato, perché anche se in retroetichetta leggiamo VSQ e non Franciacorta Docg, la dicitura che figura su un sacco di bottiglie mediocri, afflitte, per dirla con il grande Gioann Brera che tu hai ben conosciuto, da “mesta broccaggine”, bollicine “vorrei ma non posso”, il tuo Rosé è davvero molto buono. Il colore è quello giusto, un rosa delicato, antico, tra la buccia di pesca e un accenno di rosa, il perlage fine, i profumi delicati richiamano i piccoli frutti rossi, lampone e ribes, gli agrumi, con una bella fragranza e sapidità.

La stessa caratteristica, la sapidità, insieme ad una bolla fine e croccante, una bella tensione, un notevole dinamismo, un equilibrio d’assieme, che ho trovato passato alla fase gustativa, un Rosé strutturato al punto giusto, sbarazzino ma serio. Proprio come certe Donne, caro Mattia, croce e delizia, che benedici/maledici di aver incontrato ma senza le quali la vita non sarebbe rosa, nemmeno bevendo due magnum del tuo Rosé…

Non dimenticare di leggere:

Vino al vino http://www.vinoalvino.org/ e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it. E di visitare il nuovo canale Youtube https://www.youtube.com/watch?v=MltATjzDhAs

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Marco
Marco
08/03/2021 22:27

Articolo bellissimo
Complimenti dott.Ziliani.

Simona Paparatto
Simona Paparatto
08/03/2021 23:26

È stato un vero piacere leggere questo articolo!

Damiano
Damiano
09/03/2021 14:26

…e allora sentiremo anche il Rosè!
Su indicazione del Ziliani (non conoscevo la cantina) provai il Costaripa Grande Annata 2015 giusto per provare la febbre… beh… sorpresona eh… (e io che ero partito prevenuto nel sentire magari qualcosa di tutto sommato normale…).
Una bolla veramente interessante, carica di significato, intensa, potente ma non pesante (un brut non brut?)… un carattere che a pari soldi faccio moooooolta fatica a trovare nelle altre bollixines brixiensis.
Un caratterone ma non un caratteraccio.
Vediamo di ripetere l’esperienza con il rosa rosae.
P.S.: sono d’accordo sulle etichette, rimandate a Settembre con 4 in pagella.

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