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Champagne che passione!

La Champagne punta sempre più anche sui Coteaux Champenois

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Rouges et blancs sans bulles spesso di sorprendente qualità

Sto soffrendo molto, da francisant innamorato della France, dei suoi vini, della sua cultura (et aussi de ses femmes, les plus belles du monde) leggendo le notizie catastrofiche sui danni che le gelate nei giorni scorsi hanno causato un po’ dappertutto nei vignobles dei nostri cugini, particolarmente en Bourgogne, ma anche nel Bordelais, nel Jura, nel Languedoc e nell’amatissima Vallée de l’Hérault dove si trova uno dei domaines del mio cuore, il Mas de Daumas Gassac creato dall’indimenticabile Aimé Guibert.

Si annunciano danni molto pesanti e subito le organizzazioni interprofessionali, i Syndicat, ed il Ministro dell’Agricoltura Julien Denormandie, che è uno che conosce la materia, non come in Italia dove hanno fatto Ministro uno che di questioni agricole non sapeva (e temo non sappia e non saprà mai) un tubo, si sono prontamente allertate per aiutare i vignerons in difficoltà e fare fronte ad una vera e propria emergenza.

Ho tirato un respiro di sollievo però (con qualche preoccupazione, ovviamente, per gli effetti che le gelate hanno avuto nelle mie amate Langhe, e poi altrove, nel Chianti e a Montalcino – e non posso che esprimere umana solidarietà ai vignaioli di una zona che esprime un vino che non bevo, il Prosecco, a loro volta duramente toccati) leggendo che nella zona francese i cui frutti più onoro, la Champagne, gli Dei sono stati benevoli e i danni sono stati più modesti. La catastrofe è stata evitata anche se il freddo ha bruciato i germogli in alcune zone, in particolare nel Sézannais e nell’Aube.

E brindando, ovviamente con Champagne, allo scampato pericolo, voglio raccontare, grazie ad un interessante articolo di Laurie Andrès apparso su Vitisphere, di una piccola “rivoluzione” in corso in  Champagne, dove si torna a puntare, anche se i numeri restano piccoli, anche sulla produzione di vins tranquilles.

L’esempio più clamoroso viene da una Maison celeberrima come Louis Roederer che di recente ha presentato due «Coteaux Champenois», en blanc et en rouge, preceduta da Bollinger con la sua « Côte aux Enfants », da Egly-Ouriet, Bérêche et Fils , Paul Bara, Bruno Paillard, da Charles Heidsieck con i quattro Blanc, Oger, Vertus, Montgueux e Villers-Marmery, per citare solo alcuni nomi, ma un numero crescente di vignerons, forse pensando al successo clamoroso, alle quotazioni record dei vigneti, ai prezzi incredibili che certi vins de Bourgogne riescono a spuntare, si dilettano a far vini sans bulles.

Si tratta in fondo di un’operazione culturale prima che vitienologica, perché  prima che in Champagne nascessero i vini avec les bulles il vigneto champenois, come attesta un’opera fondamentale come l’Histoire sociale et culturelle du vin,  curata dal professor Gilbert Garrier era una grande regione produttrice di vini rossi, o meglio clairets. Ma con il crescente successo della Champagne come produttrice di… Champagne la produzione di rossi si ridusse notevolmente.

Laurie Andrès fa notare che la denominazione «vins natures de Champagne», data ai Coteaux Champenois a partire dal 1953 cadde quasi nell’oblio sino al 1974, quando nacque l’AOC « Coteaux Champenois », fortemente voluta da alcuni vignerons desiderosi di riprendere una vecchia tradizione champenoise. A proposito di questa produzione marginale, André Jullien, enologo e consulente, dichiarava nel 1822: « ces vins doivent être dégustés avec respect et curiosité historique, en songeant qu’ils sont la survivance de temps anciens ».

Cifre precise sulla produzione attuale non esistono, visto che dal 2000 i Coteaux Champenois e i meravigliosi Rosé des Riceys non vengono contabilizzati separatamente dall’AOC Champagne. Nel 1974, anno in cui venne creata la loro AOC, le expéditions di Coteaux Champenois rappresentavano 1,2 milioni di bottiglie, diventate 4,2 nel 1978, ma nel 2000 erano scese solo a 240 mila. Oggi si stima che la loro produzione media sia intorno alle 75.000 bottiglie, che diventano 50 mila in certe annate e 100 mila in altre.

Il 95% dei volumi riguardano vini rossi, con l’eccellenza qualitativa e la notorietà dei vins de Bouzy (che hanno addirittura una loro confrérie et académie) ma i Coteaux champenois comprendono anche assemblages di uve bianche, Chardonnay, Arbane, Petit meslier, e comprendono anche dei rosés. La produzione gode di un apposito disciplinare di produzione che determina uve, volumi, rese, modalità di vinificazione e di affinamento.

Dal punto di vista dell’etichettatura, la menzione dell’AOC deve essere completata dalla dizione « Appellation d’Origine Protégée » e le menzioni Premier Cru e Grand Cru sono proibite perché riservate all’AOC Champagne. La loro commercializzazione è prevista a partire dal 15 ottobre dell’annata successiva a quella della vendemmia, dunque un periodo ridotto rispetto ai 15 mesi minimo per uno Champagne Brut e ai tre anni per un millesimato.

Ma perché questo ritorno alle radici? Innanzitutto perché favorito dalle diverse condizioni climatiche, con vendemmie più precoci e una più ampia maturità aromatica delle uve che consentono condizioni ottimali per ottenere vini fermi, facendo attenzione a moderare le acidità.

Interessanti le dichiarazioni a proposito di alcuni vignerons. Louise Coulon, ha deciso con il fratello Edgar à Vrigny, di produrre un Coteau rouge base Meunier, per Etienne Calsac, vigneron nella Côte des Blancs, si tratta di una “sfida per dimostrare il proprio talento. Mi dà un grande piacere vinificare vini fermi, è un modo di riallacciare i legami con una storia antica e una modalità d’accesso ad una dimensione della degustazione più trasparente, senza l’ausilio delle bollicine come porta d’ingresso”.

Inoltre alcuni di questi Coteau champenois cominciano ad essere venduti a prezzi molto interessanti, addirittura tra i 50 e i 70 euro, perché anche se sono vini fermi, sono sempre “made in Champagne” e nelle loro migliori espressioni mostrano un innegabile “goût du terroir”. Ovviamente i coteaux champenois resteranno, come dicono in Champagne, « une niche dans une niche », una produzione di super nicchia, riservata a consumatori particolarmente esigenti.

Questa svolta nel panorama della Champagne è documentata anche dalla nascita di un progetto, datato 24 marzo, denominato «Petit Mais Coteaux», che ha puntato a mettere in risalto mediante una masterclass riservata a giornalisti, enologi, operatori professionali, qualcosa come ben 67 coteaux champenois espressione dei diversi terroirs.

Qualche grande Maison, come ad esempio Taittinger, secondo le parole di Vitalie Taittinger, presidente della celebre casa, mostra ancora qualche scetticismo sulla possibilità di creare grandi vini tranquilli: “alla Taittinger non siamo interessati, si tratta di una filosofia con la quale non ci sentiamo a nostro agio”.

Ma che dire, diamo tempo al tempo, e la qualità di questi Coteaux Champenois la scopriremo solo stappando. A’ la santé e viva la Champagne!

Attenzione!:

Non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/ e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e il mio nuovo canale You Tube https://www.youtube.com/channel/UCVXjB6pMu52N9Z3AZbgSEaA

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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