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Flanciacolta o Plosecco? Tutti in Cina!

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La zona spumantisca blesciana decide lo sbalco in tella cinese

In Cina, in Cina! Sembra essere la nuova parola d’ordine dei produttori italiani di vino. Ci voleva andare, quest’anno, replicando l’evento di New York dello scorso anno, quel “fenomeno” del presidente (si spera ancora per poco) del Consorzio Barolo Barbaresco, lo disse ben undici anni fa di volerci sbarcare (attendiamo di conoscere i risultati e le centinaia di bottiglie forse vendute) quell’altro “fenomeno” dell’Amministratore delegato dell’azienda spumantistica di Ravina di Trento, il bocconiano Matteo (un nome che è tutto un programma, basta dire che è quello di Renzi e Salvini) Lunelli, quello che prova a spacciare un calo di vendite come un exploit e ora alla Cina sembra puntare (dopo aver peraltro ottenuto ottimi risultati in Giappone) la zona spumantistica bresciana.

Leggo difatti qui, in un articolo intervista al presidente (paldon, plesidente) del Consolzio Flanciacolta, Silvano Blescianini, che nel corso dell’intervista viene chiamato curiosamente Silvio (ok, è milanista anche lui,  ma non è Bellusconi) che gli spumantisti con vigne (ovviamente biologiche) bordo autostrada A 4, vigne che conferiscono uve ad un nota cantina con  orrida etichetta arancione di Erbusco, quelli che hanno come main partner la  Camera nazionale della moda italiana, hanno ufficialmente registrato il marchio Franciacorta in cinese (– 馥奇达) come primo passo di una loro stlategia di malketing per conquistare il mercato del simpatico Paese che ci ha regalato il Covid-19, mascherine tarocche e che piano piano sta soffocando l’economia occidentale.

Dopo aver tentato, inutilmente, con parecchi soldi buttati via e qualche brutta figura collezionata, la nomina di un brand ambassador e presentazioni all’Ambasciata italiana in London, di conquistare il mercato inglese, i franciacortini, facendo tutte le loro pratiche a Bruxelles e avendo la fortuna di poter contare su un amministratore delegato veramente in gamba come l’ottimo Giuseppe Salvioni, come novelli Marco Polo partono alla conquista della terra di quel simpatico “democratico” di Xi Jinping. Che nessuno si azzardi a chiamarlo, come di fatti è, come quel losco figuro di Erdogan, “dittatore”, altrimenti Di Maio, Conte e Arcuri e compagni vari si incazzano.

Intanto godetevi l’edizione in China language del sito del Consorzio, e in attesa di vedere se prendendo esempio dal Consorzio del Chianti anche i flanciacoltini per farsi conoscere assolderanno dieci wine influencer dalla pelle gialla, vediamo cosa ha dichiarato l’ineffabile Brescianini, quello che mesi fa ha lanciato spacciando come nuova una campagna promozionale vecchia come il cucco e quattro anni fa di questi giorni ci raccontava la panzana secondo la quale il Prosecco avrebbe tirato la volata al Franciacorta in UK.

Der President ci ha raccontato con quali criteri sia stato scelto il nome, con una scelta di strategia a lungo termine, ed un’elaborazione concettuale che è stato un parto lungo durato ben 11 mesi, studiando i vari modi in cui il termine Franciacorta (pardon, Flanciacolta) fosse stato sinora tradotto in cinese, e poi, i bresciani non badano a spese, è forse il Consorzio, il loro, che chiede una delle maggiori contribuzioni ai ben 210 associati, hanno incaricato ben due consulenti chiedendo loro di presentare delle proposte. Uno un esperto di vendita di vino in Cina e l’altro di vendite di beni di lusso (i bresciani ogni tanto si illudono di essere come la Champagne, mentre invece sono, beh, lassuma pert..).

A seguire è stato lanciato un concorso di idee, pardon contest che fa più figo ma tanto l’è istess, cui sono stati invitati a partecipare wine lovers e membri del trade in China, con la promessa che il vincitore, quello che avrebbe presentato l’idea più geniale, avrebbe avuto come premio un viaggio tra Erbusco, Adro, Timoline e, solo se fosse stato bravo, a Capriolo. Località che incongruamente,  chissà perché, fa ancora parte della Docg.

E qui comincia l’elaborato processo di selezione. I 22 nomi in gara sono stati presentati ad un gruppo di “top Chinese Sommeliers and Wine media” in un meeting a Hong Kong (contenti associati del Consorzio di spendere così i vostri dané?) e dopo riunioni, contro riunioni, discussioni, votazioni a scrutinio segreto, ballottaggi (dovevano scegliere solo un nome, ma sembra dovessero decidere lo sbarco su Marte), eccoci arrivati al risultato finale: “The winner was 馥奇达 Fù Qí Dá”.

Ed ecco Brescianini, pardon, Blescianini, diffondersi in dotte disquisizioni linguistiche (che sia diventato nel contempo un sinologo?) per spiegare che “馥奇达 Fù Qí Dá – shortened pronunciation of Franciacorta (frantʃaˈkorta)”, rassicurarci che si tratta di un nome che evoca sensazioni di fragranza (tipo quello del piombo rilasciato dalle autovetture e dai camion che scorrono davanti ai vigneti “bio” bordo autostrada prima del casello di Rovato), e che la parola prescelta sarebbe un portafortuna, avrebbe un potere magico, e che quest’avventura linguistica sarebbe il primo step verso un’inarrestabile conquista da parte degli spumanti bresciani del mercato cinese. E infine, sembra di rivedere Mussolini mentre prometteva otto milioni di baionette, che prossimamente in varie città della Cina si terranno una serie di degustazioni, pardon, masterclass che fa più figo, tenute da un Master of wine inglese.

Tutto bello, tutto molto complicato e flanciacoltino, ma la domanda sorge spontanea: invece di mettere in scena tutta questa costosa manfrina, non si poteva risolvere velocemente il problema linguistico e di marketing chiamando semplicemente il Flanciacorta come Plosecco? In fondo, vista la cultura del vino che c’è in Cina, chi sa distinguere lassù una bollicina dall’altra? E i prezzi, in molti casi, non sono molto vicini? Chiedere a Villa Crespia, per informazioni…

Attenzione!:

Non dimenticate di leggere anche Vino al vino http://www.vinoalvino.org/ e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e il mio nuovo canale You Tube https://www.youtube.com/channel/UCVXjB6pMu52N9Z3AZbgSEaA

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Giovanni Angoscini
Giovanni Angoscini
21/04/2021 19:12

Gentile Ziliani,questo suo intervento è scritto col livore di un anziano che vede il mondo corrergli davanti,non ne comprende le dinamiche,e ha paura di tutto ciò che non capisce.Ma invece di provare a capire,lei sbrodola preconcetti e pregiudizi degni del peggior chiacchiericcio da bar.Peccato,il tema poteva essere di grande interesse.
Sostiene che la nuova parola d’ordine dei produttori italiani sia “In Cina, in Cina!”.ll mercato del vino cinese è,non solo in potenza ma oggi nei fatti,uno dei principali al mondo e solo un osservatore in malafede può ignorare che i produttori più strutturati e avveduti hanno iniziato a “voler andare in Cina” da almeno una ventina di anni.Il mercato cinese è molto complesso,e così la cultura e le usanze locali,e se i risultati tardano ad arrivare è soltanto per alcune caratteristiche tipiche di questo mercato che si possono comprendere (avendone voglia e capacità) soltanto conoscendo bene il paese e i suoi abitanti.Certo,per farlo serve curiosità e capacità di confronto;doti non comuni in un paese sempre più chiuso su sé stesso e incapace di misurarsi con l’esterno,poco abituati come siamo a riconoscere il merito e mal disposti come siamo all’impegno.
Nel 2020 i compratori asiatici hanno acquistato il 65% dei vini di prestigio venduti nelle aste di tutto il mondo (Wine & Spirit Market Report 2020 a cura di Sotheby’s).Nei primi 10 posti,in termini di vendite generate,non compare una sola azienda italiana.Stando al suo pensiero questo accade perché i cinesi non hanno sufficiente cultura del vino per meritarsi i nostri sforzi,a mio avviso perché siamo dei coglioni,molto poco lungimiranti e poco disposti a mettere in discussione le proprie certezze accettando sfide stimolanti.
Per vendere il vino bisogna comunicarlo in modo chiaro,con un linguaggio adatto e un messaggio semplice.Il Consorzio Franciacorta ha dedicato lo sforzo iniziale alla scelta del nome giusto:è stato ben consigliato,e se lei avesse riportato la prima parte dell’articolo/intervista che cita avrebbe dato modo al suo lettore di comprendere i motivi di questo sforzo.Invece che riconoscere al Consorzio di aver finalmente accettato la sfida,lei lo giudica in modo avventato e superficiale.Condendo,come sempre,con i pregiudizi più meschini:la Franciacorta è inquinata (grazie al cazzo!),fanno BIO in una palude (ci sono anche terreni,suoli e zone vocate),i consorziati buttano via i loro soldi mal governati come sono (magari guardare all’export e confrontarsi sui mercati internazionali darà alla Franciacorta,che io ritengo abbia limiti enormi,il suo corretto posizionamento e possibilità alle aziende “giuste” di emergere),le aziende grandi guardano più all’immagine che alla sostanza (le due cose non si escludono per forza!).
Io credo semplicemente che non guardare al mercato cinese sia come pensare che il vino non vada venduto online:bisogna essere fuori dal mondo (molti produttori) o talmente spaventati dalle possibili conseguenze da temere di non poterne avere controllo (i pavidi).
Per lei,e molti come lei,la Cina è il paese del Covid,delle mascherine tarocche e il principale responsabile del soffocamento dell’economia occidentale.Molti scienziati avevano previsto l’arrivo di una pandemia proprio di questo tipo (Spillover è un libro divulgativo del 2012) dovuta a tipici comportamenti dell’uomo contemporaneo (non dei cinesi,ma di tutti) e al suo rapporto con l’ambiente.Le mascherine taroccate pare siano state acquistate da faccendieri occidentali che non sanno fare altro che truffare muovendosi all’interno di una burocrazia elefantiaca,che è vera misura della nostra politica medievale.L’economia occidentale non è affatto soffocata (gli Usa,per esempio,corrono da almeno un ventennio).Però veda lei,si può pensare che sia responsabilità nostra (ad esempio europea ma soprattutto italiana…),oppure dare tutta la colpa alle economie emergenti,chiudersi sempre più su sé stessi,soffocare nella nostra cronica incapacità a misurarci nei mercati più competitivi e a innovare.
Il Presidente Xi è un dittatore autoritario:grazie,di nuovo,al cazzo!Dovremmo rinunciare al dialogo e alla possibilità di interfacciarci con la Cina?Non vendiamo vino ai cinesi (ma nemmeno il resto) perché non ne condividiamo il sistema?Non acquistiamo da loro prodotti indispensabili alla nostra quotidianità?A me pare che alla corsa al ribasso di prezzi e qualità ci siamo adattati benissimo,ci ha fatto molto comodo e mi pare tardi per un ripensamento.Un po’ ingenuo per un uomo della sua…esperienza.
Ho avuto modo di conoscere uno dei due consulenti di cui parla:non ci siamo stati affatto simpatici (ma non giudico il lavoro delle persone su “base empatica”…).E’ persona competente e capace, conosce in modo approfondito la Cina avendoci operato in prima persona e con capitali propri e,soprattutto,viene da una storia personale di successo imprenditoriale nel paese.Mi spiega a chi si sarebbe rivolto lei?A me pare un curriculum adeguato,poi si può sempre fare meglio,ma pare che i migliori giornalisti enologici lombardi fossero impegnati a giudicare il lavoro e i tentativi altrui..quindi facciamoci andare bene un manager e imprenditore di successo.
Le degustazioni guidate sono uno strumento molto efficace per comunicare il vino in Cina (basta osservare cosa fanno quelli più bravi di noi -francesi,australiani e cileni- da anni) e il fatto stesso di averne organizzate dimostra una buona conoscenza e polso del mercato.E’ un modo semplice e piuttosto economico per convogliare l’interesse di molti operatori professionali cinesi (giovani,curiosi e apertissimi alle novità) aiutando a far circolare il nome Franciacorta nell’ambiente “che conta” (opinion leaders e influencer in primis…perché è importante coinvolgere queste persone in un mercato in cui la stragrande maggioranza dei futuri bevitori è,banalmente,molto giovane..).Purtroppo in Italia mancava un Master of Wine (fino a qualche settimana fa) e pare che a livello internazionale,non nelle degustazioni alla cieca che facciamo con gli amici a casa, contino attestati di valenza e riconoscimento mondiale.La scelta è caduta su un soggetto inglese e chissà che la dimestichezza con la lingua non abbia aiutato…(pare anche che i giovani cinesi che lavorano nel vino abbiano un livello di competenza della lingua inglese di molto superiore a quella dei giovani italiani…ma sarà colpa dell’economia cinese che, soffocandoci,non ci consente di studiare,viaggiare e darci da fare…).
Detto che in un paese da sempre produttore di vino e culla della cultura enoica il famoso “vino in bric” va sempre alla grandissima,sembra che fino a una ventina di anni fa quanto lei dice del consumatore cinese “incolto” lo dicessero gli osservatori “meno lungimiranti” del consumatore medio americano.Chieda ai suoi amici in Langa se oggi potrebbero rinunciare ai grandi collezionisti americani e se siano sempre ignoranti come un tempo o magari,grazie ai loro mezzi,non si siano “evoluti”..).
Lei dimostra di conoscere davvero poco e male ciò di cui parla.Il movimento del vino in Cina è in grandissimo fermento ma lei confonde la mancanza di cultura con mancanza di tradizione.Il vino non fa parte della tradizione cinese,ma ciò non significa che i cinesi non siano in grado di formarsi una cultura così come tutte le persone che abbiano voglia di apprendere,che siano spinti da curiosità e siano in grado di applicarsi.Oppure c’è qualche ragione genetica a impedirlo?
E’ vero che i Cinesi non sanno pronunciare la “R”…perda qualche secondo per imparare come si fa umorismo senza retorica: https://www.instagram.com/p/CK1BNRMo1S4/?igshid=1f1v8vl653c21 anche su temi un po’ scivolosi…
Il tema del vino italiano in Cina,ma anche una bella discussione su i limiti della Franciacorta,è interessantissimo.Se ha voglia di fare qualcosa di positivo organizzi una bella tavola rotonda aperta e pubblica (anche online) e via al confronto!

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